Milano e il Giro d'Italia: da capitale del ciclismo a città di passaggio

Il countdown Tudor in Galleria Vittorio Emanuele non basta a nascondere il progressivo declino del capoluogo lombardo nel panorama del grande ciclismo, in passato città simbolo del Giro d’Italia.

Egan Bernal, Giro Italia 2021
storia di un cambiamento
Image Credits: Gabriele Facciotti/Imago/Insidefoto

Questa mattina, sotto le volte liberty della Galleria Vittorio Emanuele II, è stato svelato il countdown ufficiale firmato Tudor che scandirà le due settimane che separano Milano dall’arrivo della 15ª tappa del Giro d’Italia 2026, in programma il prossimo 24 maggio. Accanto all’installazione, la speciale “Maglia Milano” realizzata da Castelli e la medaglia destinata al vincitore di giornata.

Un evento curato, fotografabile, comunicabile. Un contentino, nella sostanza.

Milano al Giro d’Italia: da protagonista a comparsa

Per quasi un secolo, Milano e il Giro d’Italia sono stati sinonimi. Settantotto arrivi su 108 edizioni: dall’Arena Civica al leggendario velodromo Vigorelli, fino alla maestosa Piazza Duomo che per vent’anni consecutivi – dal 1990 al 2008 – ha accolto il Grande Arrivo come se fosse un appuntamento naturale, quasi biologico. La maglia rosa era milanese per vocazione, prima ancora che le tappe venissero annunciate.

Quel mondo non esiste più.

Dopo la parentesi veronese del 2022, è Roma a tenere saldamente il testimone: tre edizioni consecutive con il Gran Finale nella Capitale, e la conferma anche per il 2026, quando il 31 maggio i corridori taglieranno il traguardo al Circo Massimo, al termine di 3.337 chilometri da Trieste.

L’indotto stimato per Roma oscilla tra i 100 e i 200 milioni di euro: cifre che rendono l’investimento non solo sostenibile, ma altamente redditizio.

Il nodo economico

Per ospitare la tappa che l’edizione 2026 del Giro d’Italia le concede per la 90ª volta nella sua storia, ma in tutt’altro ruolo, il Comune di Milano è chiamato a reperire almeno 400 mila euro richiesti da RCS Sport, ai quali si sommano le spese gestionali per polizia locale e raccolta rifiuti.

La radice del problema, però, è più antica e più piccola, in senso letterale. Come abbiamo già raccontato su Sport e Finanza due anni fa, il pomo della discordia si è a lungo condensato in 14 mila euro: quelli che il Comune non può garantire in virtù del proprio «Regolamento delle prestazioni del personale della Polizia locale a carico di soggetti privati per lo svolgimento di manifestazioni ed eventi», e che RCS non ha mai inteso accollarsi.

«Nel 2022, quando la Sanremo partì dal velodromo Vigorelli – aveva spiegato l’assessore allo Sport Martina Riva, – la spesa per RCS fu di 14 mila euro, destinati tra le altre cose alla gestione della viabilità attraverso la Polizia locale. RCS considera più strategica la maratona di Milano, per la quale paga oltre 150 mila euro».

Una scala di priorità che dice tutto.

Il messaggio da Viale Sarca, del resto, era arrivato in modo diretto già nel 2024, quando il direttore del Giro Mauro Vegni aveva dichiarato senza giri di parole: «Abbiamo lanciato dei messaggi a Milano, non sono stati ascoltati».

Una città che si è allontanata dal ciclismo

La parabola è parte di una storia più lunga. Milano era, a tutti gli effetti, la capitale italiana del ciclismo: sede della Gazzetta dello Sport, che in passato al ciclismo dedicava attenzione primaria, crocevia degli artigiani della bicicletta divenuti industriali del settore a inizio Novecento.

Era punto di partenza o arrivo di una costellazione di classiche oggi in gran parte scomparse: Milano-Sanremo, Milano-Torino, Milano-Vignola, Milano-Mantova, Milano-San Pellegrino, Milano-Modena. E ancora la Sei Giorni, la corsa indoor che nel 1995 tornò all’ex FilaForum di Assago accompagnata dallo slogan «Milano è la capitale del ciclismo».

Una per una, quelle competizioni si sono dissolte. E con esse, progressivamente, l’identità sportiva della città in questo specifico dominio.

Un problema più ampio

Il ciclismo non è un caso isolato: la giunta comunale è chiamata a fare i conti con un quadro più articolato.

La città è sostanzialmente fuori dai radar del tennis – mentre gli Internazionali BNL d’Italia a Roma registrano tassi di crescita a doppia cifra ogni anno – e la prospettiva di un nuovo ATP 250 da ospitare in Italia vede Milano in vantaggio, ma senza ancora conferme ufficiali.

Le Olimpiadi invernali del 2026, condivise con Cortina, rappresentano un evento strutturalmente irripetibile: non possono costituire, da soli, la risposta a una strategia di lungo periodo.

Ripartire davvero

L’installazione Tudor in Galleria è, nei fatti, una foto. Bella, simbolica, inutile come politica sportiva. Se Milano vorrà tornare a essere epicentro del ciclismo non solo nel nome delle corse, ma nel percorso fisico dei corridori, servirà un cambio di approccio, con numeri e volontà politica che oggi sembrano ancora distanti.

Altrimenti, il countdown sul pavimento ottagonale della Galleria resterà l’emblema perfetto di una città che guarda passare il tempo senza fermarlo. E Milano vivrà di contentini.