Dopo l’ennesima eliminazione dell’Italia ai play-off per l’accesso ai mondiali, Gabriele Gravina – presidente della FIGC – si è trovato di fronte a una domanda scomoda: perché mentre il calcio arretra, tutti gli altri sport italiani crescono? La risposta del numero uno della Federcalcio ha fatto discutere, e non poco. «Non si possono fare paragoni», ha detto, perché il calcio è professionistico mentre gli altri sarebbero semplicemente sport dilettantistici. Un argomento che, a un esame più attento, si rivela tanto comodo quanto fragile.
Gravina ha poi aggiunto – con una piccola gaffe rivelatrice, scambiando Arianna Fontana (pattinatrice di short track) per una sciatrice – che in quegli sport «sono tutti dipendenti del nostro Stato».
Un’uscita che ha fatto storcere il naso a molti, tra cui Mattia Furlani, campione del mondo di salto in lungo, che ha risposto senza giri di parole: «Questo discorso ammazza proprio i valori dello sport e il lavoro che lo Stato e le forze dell’ordine fanno per portare avanti un movimento e giovani atleti».
Vale dunque la pena analizzare il ragionamento di Gravina con la dovuta attenzione, partendo dalle fondamenta.
Professionismo e dilettantismo: una distinzione giuridica, non valoriale
In Italia, il CONI riconosce 50 federazioni sportive nazionali. Di queste, soltanto sei hanno ottenuto il riconoscimento del settore professionistico ai sensi della legge n. 91 del 1981: calcio, basket, ciclismo, pugilato, golf e motociclismo. Tutte le altre, comprese federazioni che portano atleti sul tetto del mondo, sono formalmente inquadrate come dilettantistiche.
La distinzione, nella lettera della legge, riguarda essenzialmente la natura del rapporto di lavoro sportivo: nello sport dilettantistico l’atleta non percepisce uno stipendio per l’attività agonistica, anche se può ricevere rimborsi spese senza perdere il proprio status. In quello professionistico, invece, il rapporto è regolato da un contratto di lavoro subordinato a tutti gli effetti.
È una distinzione normativa, figlia di una stratificazione legislativa vecchia di decenni, che nel tempo ha sempre meno rispecchiato la realtà economica e organizzativa dello sport italiano. La Riforma dello Sport ha provato a ripensare questi confini, chiedendo strutture più aziendali, ma nei fatti la trasformazione resta incompiuta.
Il punto, però, è che Gravina usa questa distinzione in maniera strumentale, come se essa spiegasse – o addirittura giustificasse – il divario di risultati. Non è così.
Cosa hanno fatto gli altri sport per diventare dominanti?
Prima di entrare nel merito delle singole discipline, vale la pena sottolineare un dato sul piano finanziario. Nel 2026, hanno destinato 569 milioni di fondi pubblici allo sport italiano, di cui 344 distribuiti tra le federazioni. La FIGC ne ha ricevuti circa 35,8 milioni, quasi il doppio della seconda federazione in graduatoria, quella del nuoto.
Una classifica basata, ironia della sorte, proprio sul merito sportivo e sulla crescita del movimento. La federazione che più si lamenta degli aiuti insufficienti è la stessa che più ne riceve.
Il filo rosso che unisce le storie di successo degli altri sport è invece un altro: programmazione di lungo periodo, investimento sui giovani, apertura mentale verso l’esterno e capacità di fare sistema tra federazione, club e movimento di base.
Tre casi su tutti lo dimostrano con chiarezza.
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Pallavolo: il modello più virtuoso
La pallavolo è oggi probabilmente lo specchio più nitido di cosa possa fare uno sport italiano quando funziona tutto bene insieme. Le nazionali maschile e femminile sono campionesse del mondo in carica. A livello di club, Conegliano e Perugia hanno vinto la Champions League rispettivamente al femminile e al maschile nella stessa stagione, oltre ad aver trionfato nelle altre competizioni continentali.
I tesserati della FIPAV hanno superato 363mila unità, oltre 41mila in più rispetto al periodo pre-pandemia, con tre quarti di praticanti donne.
Come ci si è arrivati? Le radici affondano nella scuola – la pallavolo è lo sport per eccellenza delle ore di educazione fisica – e nella lungimiranza federale nel trasformare quella presenza capillare in un sistema strutturato di reclutamento. La FIPAV ha investito in programmi scolastici, in accordi televisivi con la Rai e in una collaborazione virtuosa tra nazionali e club che nel calcio è ancora un miraggio.
L’obbligo di schierare almeno tre giocatori italiani in campo ha permesso ai giovani di crescere senza escludere i migliori stranieri, alzando il livello generale del campionato. Anche la scuola di allenatori è diventata la migliore al mondo: nelle finali dei recenti Mondiali, le nazionali avversarie dell’Italia erano guidate da tecnici italiani.
Non è un caso. È il risultato di decenni di lavoro, a partire dalla “generazione di fenomeni” degli anni Novanta allenata da Julio Velasco, fino al Club Italia – progetto nato nel 1998 proprio su iniziativa di Velasco – che ha formato campionesse come Paola Egonu e Alessia Orro.
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Atletica: il merito dei numeri e la questione delle forze armate
L’atletica italiana degli ultimi anni ha vissuto una rivoluzione silenziosa ma profonda. Dal 2018, con la nomina di Antonio La Torre a direttore tecnico della nazionale, e dal 2021 con la presidenza di Stefano Mei, il movimento ha cambiato passo. Gli investimenti su tecnici e atleti sono passati da 4,5 milioni di euro nel 2021 a circa 8 milioni nel 2025, distribuiti secondo criteri di meritocrazia fondati su tempi e misure, nonchè numeri indiscutibili. I risultati sono stati straordinari: 5 ori a Tokyo 2021, 24 medaglie agli Europei di Roma 2024, 7 podi ai Mondiali di Tokyo 2025.
Ed è proprio qui che le parole di Gravina si incrinano in modo più evidente. L’argomento degli “atleti di Stato“, militari o appartenenti alle forze dell’ordine, viene presentato come una sorta di vantaggio sleale, quasi un sussidio nascosto che il calcio non può permettersi.
In realtà, questo sistema nasce da una necessità strutturale: in assenza di un quadro normativo che riconosca il professionismo al di fuori di poche discipline, i gruppi sportivi militari (Fiamme Gialle, Fiamme Oro, Aeronautica, Carabinieri e altri) costituiscono l’unico modo concreto per garantire agli atleti un reddito durante la carriera e una prospettiva lavorativa dopo. Non è un privilegio: è una soluzione a un problema che la legge italiana non ha ancora risolto compiutamente.
Lo stesso vale per atleti e atlete degli sport invernali.
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Tennis: una rivoluzione organizzativa durata quindici anni
La storia del tennis italiano è forse la più istruttiva per chi voglia capire come si costruisce un sistema vincente partendo quasi da zero. Agli inizi degli anni 2000 la federazione era retrocessa nella seconda divisione della Coppa Davis, uno smacco storico per un paese che aveva avuto la generazione di Panatta e Barazzutti. Da lì è partita una riflessione profonda che ha impiegato oltre un decennio per dare frutti.
Le riforme sono state molteplici e interconnesse. Sul piano delle infrastrutture, la FITP ha investito nel “progetto campi veloci”: costruzione di circa 450 campi in cemento in cinque anni, perché il circuito professionistico si gioca prevalentemente su quella superficie e i giovani italiani venivano formati quasi esclusivamente sulla terra rossa.
Sul piano mediatico, è nata SuperTennis, inizialmente guardata con scetticismo ma diventata nel tempo l’unico canale in chiaro capace di trasmettere tennis ad alto livello tutto l’anno, creando così affezione nei confronti degli atleti italiani.
Sul piano dello sviluppo giovanile, è stato abbandonato il vecchio modello di concentrare le risorse su uno o due talenti, in favore di una rete capillare di centri provinciali e periferici che oggi copre l’intero territorio nazionale. I tesserati tra i 16 e i 18 anni sono triplicati rispetto a vent’anni fa.
La FITP è oggi la quarta federazione per contributi ricevuti da Sport e Salute, ma nel 2025 ha superato i 250 milioni di ricavi: più della stessa FIGC. L’Italia organizza più tornei Challenger di qualsiasi altro paese al mondo, 28 nel 2022, garantendo ai giovani la possibilità di fare esperienza internazionale senza affrontare trasferte costose.
Il risultato non è solo Jannik Sinner – che è storia a sé, cresciuto nell’accademia privata di Riccardo Piatti – ma una pletora di tennisti competitivi che testimonia la solidità dell’intero sistema.
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Il problema è culturale prima che economico
Alla luce di tutto questo, la distinzione tra professionismo e dilettantismo fatta da Gravina è reale sul piano giuridico, ma non spiega né giustifica il declino del calcio italiano – tre assenze nelle ultime edizioni del Mondiale – di fronte alla crescita impetuosa di tutti gli altri sport.
Il vero problema è culturale. Il calcio ha occupato per decenni il centro assoluto del dibattito sportivo italiano, sottraendo spazio e risorse agli altri. Ma quando crolla, quel vuoto non viene riempito da una riflessione onesta sulle proprie responsabilità: viene riempito da settimane di autocombustione mediatica.
Pallavolo, atletica e tennis hanno dimostrato che un’altra strada è possibile: programmazione pluriennale, meritocrazia nella distribuzione delle risorse, cura maniacale del settore giovanile, apertura verso l’esterno. Sono le stesse virtù che il calcio predica e non pratica. Finché sarà questa la situazione, il confronto tra il pallone e gli altri sport resterà impietosamente a sfavore del primo.
E nessuna distinzione normativa potrà cambiare questa realtà.