Il movimento azzurro supera i confini. Per decenni il tennis italiano è stato circoscritto entro limiti tecnici e geografici ben precisi, legati quasi esclusivamente alla terra battuta e alla finestra stagionale europea.
La fase di calendario in cui gli azzurri si sono dimostrati competitivi si sviluppava tra Monte Carlo e Parigi con la tappa degli Internazionali di Roma, senza reali ambizioni su altre superfici o scenari internazionali, come se il resto del mondo fosse semplicemente irraggiungibile.
Sinner come punta dell’iceberg
Oggi, a distanza di appena venticinque anni, questo paradigma è stato completamente ribaltato, dando vita a un movimento capace di esprimersi in maniera solida su qualsiasi superficie.
Il simbolo più evidente di questa trasformazione è Jannik Sinner, protagonista nel circuito mondiale e vincitore a Miami del suo 26esimo titolo che coincide con il completamento del Sunshine Double.
Il successo di Sinner non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un contesto più ampio che vede l’Italia protagonista con quattro giocatori nella top 20 mondiale: oltre all’altoatesino, spiccano anche Lorenzo Musetti, Flavio Cobolli e Luciano Darderi.
La trasformazione dei campi
Questo risultato testimonia la solidità di un sistema che ha saputo evolversi profondamente, prima di questa trasformazione, il cosiddetto “marathon tennis” rappresentava l’identità dominante: partite lunghissime, scambi estenuanti e una continua battaglia sulla terra rossa.
Il cambiamento prende forma nel 2010, quando la Scuola nazionale maestri viene riorganizzata nell’Istituto superiore di formazione Roberto Lombardi, sotto la guida di Michelangelo Dell’Edera, che avvia una rivoluzione metodologica ispirata anche a modelli internazionali, racconta Il Foglio.
Tra le collaborazioni più significative emerge quella con il coach australiano Craig O’Shannessy, i cui dati hanno evidenziato come l’80% dei punti del ranking venga conquistato su superfici dure.
Questa evidenza ha spinto la Federazione a incentivare la trasformazione dei campi: se nel 2010 il 95% delle strutture era in terra battuta, oggi sono scesi significvativamente per fare spazio agli hard court, cresciuti fino al 40%.
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L’approccio tecnico
Parallelamente, è mutato anche l’approccio tecnico al gioco: O’Shannessy ha dimostrato che il 78% dei punti si conclude entro i primi quattro colpi, indirizzando così il lavoro dei tecnici verso servizio, risposta e sviluppo rapido dello scambio.
Questo passaggio è stato definito da Filippo Volandri come un vero e proprio cambio di identità, supportato anche dai numeri: tra il 1976 e il 2019 gli italiani avevano conquistato 60 titoli ATP, di cui solo 17 su superfici diverse dalla terra. Dal 2020 al 2026, invece, i titoli sono già 48, con una netta prevalenza su cemento ed erba.
«Nel Duemila eravamo cinque tecnici – spiega Volandri -. Oggi siamo 70 e abbiamo una rete di 1.300 consulenti, ovvero professionisti dell’area mentale, atletica, ma anche medici, videoanalisti, fisioterapisti, preparatori atletici a disposizione di tutti i giocatori. Un tempo il maestro era un tuttologo, l’allievo lo utilizzava come sparring, mentore, psicologo, punching ball. Oggi uno dei punti di forza del Sistema Italia è la multidisciplinarietà, professionisti federali a disposizione dei team privati tutto l’anno».
Questo approccio ha portato a una presenza costante degli italiani nei tornei di tutto il mondo, dai grandi Slam ai circuiti minori, con la sensazione che ogni atleta sia supportato da un sistema strutturato e coeso.
Lo sviluppo dei talenti
Un altro concetto chiave è quello del decentramento: «Fino al 2019 erano i giocatori ad andare ai Centri tecnici, oggi sono i nostri tecnici ad andare dai giocatori nei loro circoli. Questo favorisce il dialogo con i maestri, la competenza cresce attraverso il confronto».
Questo cambio di mentalità ha ribaltato anche la gestione dei giovani talenti: se un tempo l’Italia produceva molti campioni junior destinati a perdersi nel passaggio tra i professionisti, oggi si privilegia uno sviluppo graduale e sostenibile, dove vincere subito non è più l’obiettivo principale.
Infine, guardando al futuro, Dell’Edera sottolinea come il sistema sia già proiettato verso nuove evoluzioni: «Ci saranno rivoluzioni nel calendario, gli Slam forse non si giocheranno più 3 set su 5, gli Under 16 stanno già testando quelle che potrebbero essere le nuove regole».
Il trionfo di Sinner a Miami rappresenta l’ultimo capitolo di una trasformazione profonda, che ha reso il tennis italiano competitivo su scala globale. Oggi, infatti, non esistono più limiti di superficie o di geografia: il movimento azzurro ha imparato a vincere ovunque