In 128 anni di storia dello sport italiano, le donne che hanno raggiunto la presidenza di una federazione sportiva si contano sulle dita di una mano, senza nemmeno usarle tutte. Sono state quattro in tutto, su una stima di circa 400 mandati presidenziali dalla fondazione della prima federazione nel 1898. E tutte e quattro hanno lasciato prima del tempo.
L’ultimo caso è quello di Laura Lunetta, presidente della Federazione italiana Danza Sportiva e Sport Musicali, che ha annunciato una pausa di riflessione dai contorni sempre più definitivi dopo che la federazione è finita al centro di un’inchiesta della procura di Roma per presunte manipolazioni dei punteggi: arbitri pilotati, software alterati, un sistema di premi e punizioni descritto dagli inquirenti come strutturato attorno alla figura del past president Ferruccio Galvagno, indicato come il dominus dell’attività federale anche dopo la fine del suo mandato.
Quasi in parallelo, Maria Lorena Haz Paz, presidente della Federazione Cricket italiana – l’altra donna ai vertici di una federazione sportiva nella tornata elettorale 2025 – si è trovata a gestire una crisi scaturita dal comportamento del suo compagno, tecnico della Nazionale femminile, indagato per violenza sessuale. Sei consiglieri dimessi, commissariamento, un’intera governance travolta da un atto individuale commesso in quell’area grigia dove il potere maschile opera da sempre: vicino al vertice, ma senza rispondervi.
Due su cinquanta: un record che ora scompare
Nella primavera del 2025, la tornata elettorale per il rinnovo degli organi federali aveva prodotto quello che la stampa specializzata aveva salutato come uno “storico risultato”: due donne su cinquanta presidenti di federazione, pari al 4%. Un dato che, nel confronto storico, rappresentava comunque un miglioramento. Adesso quelle due presidenze sono vuote.
La ricerca “Sport e parità di genere. Dalla partecipazione alla leadership: il cammino delle donne nello sport italiano“, pubblicata a maggio 2025 da SG Plus Sport Advisor per conto di Sport Center Polisportiva SSD, fotografa con precisione il quadro: tra gli organismi sportivi italiani (Sport & Salute, Coni, federazioni, discipline sportive associate, enti di promozione sportiva), solo il 4,5% dei presidenti è donna, ovvero 5 su 110.
Il dato cresce al 15,6% se si analizzano i ruoli di segretario o direttore generale.
Nei club il quadro non migliora: solo il 7,3% dei manager sportivi è donna (26 su 357), con una concentrazione quasi esclusiva nelle squadre femminili. Nelle panchine dei club, le allenatrici rappresentano appena il 3,1% del totale.
Storie al femminile
Le precedenti presidenze femminili raccontano dinamiche che si ripetono con variazioni minime.
Antonella Dallari è la pioniera: eletta nel 2012 alla guida della Fise (Federazione Sport Equestri), fu la prima donna a presiedere una federazione olimpica italiana. La sua elezione fu definita dagli osservatori un colpo di scena perché ribaltò un risultato dato per scontato in favore del concorrente. Durò meno di un anno: ricorsi, presunte irregolarità nelle operazioni di voto, tensioni interne, infine un commissariamento che cancellò presidente, consiglio e possibilità di cambiamento in un’unica mossa.
Antonella Granata, eletta nel 2022 alla guida della Federazione Squash, ha invece lasciato senza scandali, senza inchieste, senza titoli di giornale. Un silenzio compatto, seguito dal ritorno del presidente precedente – Siro Zanella, già senatore socialista, classe 1946 – senza passare da un’assemblea elettiva. Una soluzione interna, rapida. Come se la parentesi non fosse mai esistita.
Luisa Garribba Rizzitelli, presidente dell’associazione Assist Italy, ha una definizione per questo tipo di meccanismo.
«Lo sport è terreno di innovazione – ha dichiarato nel corso dell’intervista a Luce! – ma su alcuni ambiti è un simbolo di atteggiamenti conservativi e autoproteggenti. Il potere che da sempre ha gestito lo sport in Italia è appartenuto a uomini spesso anziani provenienti da altri ambiti di influenza sociale. E questo gruppo di persone ha protetto la propria casta.»
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Longevità come sistema
A rendere il dato più nitido è il confronto con i presidenti di lunga data. Sabatino Aracu guida la federazione di sport rotellistica da 36 anni, ora al suo nono mandato. Paolo Barelli è presidente della Federazione Italiana Nuoto, appena rieletto.
Il quotidiano Domani scrive che nella governance dello sport italiano non sopravvive chi è più capace ma chi è più utile al mantenimento del sistema, sintetizzando una logica che la sociologa Garribba Rizzitelli chiama con il suo nome: cooptazione. Si seleziona dall’interno, si privilegia la continuità, si scoraggia chi introduce variabili imprevedibili.
L’elezione di Kirsty Coventry alla presidenza del CIO – prima donna in 131 anni a ottenere quella carica – può rappresentare in tal senso un cambiamento. «Non è solo un tetto che si rompe – ha detto Manuela Di Centa, – è una naturalezza delle cose che prima o poi si arriva ad avere questo equilibrio.»
Il nodo Coni
A livello nazionale, la presidenza del Coni è andata a Luciano Buonfiglio, 74 anni. Diana Bianchedi, ex schermitrice, olimpionica e già vicepresidente vicario, aveva candidato il suo nome. In caso di elezione, sarebbe stata la prima donna a guidare il comitato olimpico italiano. La sua sconfitta ha invece confermato il trend.
Bianchedi stessa aveva tenuto a precisare la prospettiva con cui guardava alla questione: «Mi dispiacerebbe sapere di essere stata scelta perché donna, preferirei essere la prima campionessa olimpica donna presidente del Coni: io non ho meriti per essere una femmina, mentre per quegli ori ho faticato tanto.»
Una posizione che rispecchia quella espressa da più voci nel dibattito sulla leadership femminile nello sport: non si tratta di quote, ma di riconoscimento di competenze che il sistema fatica strutturalmente a vedere.
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Cosa dice la ricerca
I dati della ricerca SG Plus rivelano anche alcune zone di relativa parità. L’Italia è prima in Europa per numero di arbitre donna: l’11% degli arbitri nelle principali discipline (calcio, pallavolo, basket, rugby, pallanuoto) è di genere femminile. Le donne assessore allo sport raggiungono il 57,2% tra le amministrazioni regionali e il 28,6% nei comuni capoluogo di provincia.
Ma la presenza nei vertici delle federazioni rimane il nodo irrisolto. «Su 45 federazioni c’è solo una presidente donna, c’è tanto da fare ancora» ha dichiarato Di Centa, sottolineando come la parità nelle medaglie e nella presenza atletica ai Giochi non abbia trovato corrispondenza nei ruoli decisionali.
La conclusione è netta: «Il cammino verso la parità di genere nello sport è ancora lungo, ma il cambiamento è in atto: è necessario continuare a sostenere la partecipazione delle donne nello sport e costruire un ambiente sportivo più inclusivo e rappresentativo della società.»
Un auspicio che, alla luce degli ultimi mesi, suona anche come una constatazione di quanto sia difficile trasformarlo in pratica concreta.