Dal consiglio comunale di Napoli arriva la prima mossa ufficiale per costruire un “asse del sud” olimpico. Il Foglio riporta che i consiglieri dem Gennaro Acampora e Tommaso Nugnes hanno presentato una richiesta formale al sindaco Gaetano Manfredi per avviare un percorso istituzionale di candidatura ai Giochi del 2036, da costruire insieme a Roma.
Due città, un’idea comune: che l’Italia che vuole le Olimpiadi estive non sia solo quella del Nord-Ovest. La mossa arriva mentre prende forma l’asse Lombardia-Piemonte-Liguria.
Mentre i sindaci tacciono e i consiglieri comunali presentano mozioni, la vera partita per le Olimpiadi estive italiane si sta già giocando su un terreno diverso da quello mediatico: quello delle infrastrutture, dei bilanci pubblici e delle scadenze istituzionali.
E su quel terreno, le posizioni sono meno paritarie di quanto il dibattito Nord-Sud faccia sembrare.
La preferenza del CONI: i numeri di Roma (e Napoli)
Il presidente del Coni Luciano Buonfiglio non ha mai fatto mistero di dove stia guardando. Già nei mesi scorsi, prima che l’asse Nord-Ovest si affacciasse con forza sulla scena, aveva indicato la direzione con una chiarezza insolita per un dirigente sportivo abituato alla diplomazia: Roma, con la percentuale più alta di impianti già realizzati tra tutte le città italiane, è il punto di partenza naturale per costruire una candidatura credibile.
«Il nostro Paese merita un’altra Olimpiade estiva, perché una volta ci è stata scippata», aveva detto, con il riferimento nemmeno troppo velato alla sconfitta del 1997, quando Atene soffiò alla Capitale i Giochi del 2004 nonostante un dossier competitivo. Una ferita che, a quasi trent’anni di distanza, nel mondo dello sport italiano non si è ancora del tutto rimarginata.
Il quadro infrastrutturale romano parla da solo. Lo stadio Olimpico, il Foro Italico con i lavori in corso al Centrale, il Golf and Country Club che nel 2024 ha ospitato la Ryder Cup: strutture che in altri contesti richiederebbero anni di cantieri e miliardi di investimento pubblico esistono già, e sono operative.
L’unico tassello da aggiungere sarebbe una linea ferroviaria Roma-Castelli, stimata intorno ai dieci milioni di euro, che collegherebbe la Capitale a Castelgandolfo, sede naturale per le gare di canoa e canottaggio, risolvendo al tempo stesso un problema cronico di viabilità nell’area.
A completare il progetto ci sarebbe Napoli, e non per ragioni di equilibrio geografico o politica meridionalista. La città partenopea ospiterà l’America’s Cup, il che significa che il Golfo di Napoli sarà già organizzato, certificato e visibile al mondo per le regate veliche di alto livello.
Un’infrastruttura sportiva e logistica che un’Olimpiade potrebbe ereditare direttamente, senza costi aggiuntivi rilevanti, destinandovi anche le gare di nuoto di fondo. Acampora e Nugnes hanno citato anche il Giro d’Italia, il titolo di Capitale Europea dello Sport 2026 e i lavori programmati allo stadio Maradona come segnali di una città che ha cambiato passo.
Argomenti solidi, non solo slogan.
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Il silenzio che costa
Eppure ora vige silenzio dei sindaci delle due città, e quello che racconta ha a che fare con il calendario elettorale più che con la strategia olimpica. Nel 2027 si voterà sia per le politiche che per le amministrative nella Capitale. Nessun sindaco in odore di campagna elettorale ha interesse a intestarsi ufficialmente una candidatura che, per sua natura, non produrrà risultati visibili nell’arco di un mandato e che espone invece a critiche immediate su costi, priorità e fattibilità.
Il silenzio, in questo caso, è una scelta razionale, non una mancanza di visione.
Il problema è che ha un costo strategico preciso. Mentre Roma e Napoli aspettano, il Nord-Ovest si muove. L’asse Lombardia-Piemonte-Liguria ha già avviato la costituzione di un gruppo operativo interistituzionale composto da sei capi di gabinetto, uno per ciascuna delle amministrazioni coinvolte, con il mandato di aprire l’istruttoria preliminare e avviare il dialogo con Coni, governo e stakeholder territoriali.
Non è ancora una candidatura formale, ma è qualcosa di più di un’intenzione: è una struttura. E le strutture, nel linguaggio dei grandi eventi internazionali, contano quanto i contenuti.
Il vantaggio del Nord-Ovest è organizzativo
Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha già chiarito la propria posizione con la disinvoltura di chi sa di avere qualcosa da giocarsi: «Non temiamo un derby con Roma. Se vorrà provarci, vediamo quale sarà il progetto migliore». Il governatore lombardo Attilio Fontana è andato oltre, parlando di un confronto “sulle capacità di fare”, con la previsione annessa che il Nord-Ovest avrebbe vinto.
La candidatura del Nord-Ovest ha evidentemente i suoi punti deboli. Gli impianti esistenti sono meno concentrati e meno pronti di quelli romani, le distanze geografiche tra le tre città sono maggiori di quanto la retorica dell’alta velocità voglia far credere, e la tradizione olimpica della regione – pur forte per i Giochi invernali – non ha il peso simbolico di Roma 1960.
Ma ha un vantaggio che nella fase attuale vale più di molti altri: si sta muovendo prima, e lo sta facendo in modo coordinato.
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Il nuovo sistema IOC cambia le regole del gioco
Un dettaglio non da poco. Il nuovo sistema di assegnazione diretta adottato dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO), che evita le costose e rischiose campagne di candidatura tradizionale, abbassa infatti la soglia di ingresso e premia chi arriva al dialogo con il CIO con un dossier già strutturato. Roma 2024 fu abbandonata anche perché il processo di candidatura aveva già consumato risorse e credibilità politica prima ancora di cominciare.
Quel meccanismo oggi non esiste più, o esiste in forma molto ridotta.
Ma questo significa anche che chi costruisce prima un dossier solido parte avvantaggiato nel dialogo con Losanna, indipendentemente da quanto sia storicamente più titolato.
La scadenza del 2027 e il rischio di arrivare tardi
La giunta del CONI si riunirà il 21 aprile e, se qualcuno chiederà conto della situazione, Buonfiglio chiarirà la propria posizione. Ma la governance olimpica italiana sa bene che una decisione formale non può arrivare prima del 2027, quando il quadro politico sarà più leggibile e si potrà presentare al CIO una manifestazione di interesse ufficiale che precede il vero bid, la candidatura formale.
Il rischio, per Roma-Napoli, è di ritrovarsi nel 2027 a dover recuperare uno svantaggio organizzativo che oggi appare gestibile ma che, con il trascorrere del tempo, potrebbe consolidarsi. In Italia i campanilismi hanno storicamente prodotto frammentazione nelle grandi candidature internazionali, e la Capitale lo sa. Candidarsi insieme a Napoli risolve in parte questo problema, costruendo una narrativa di coesione che potrebbe rivelarsi efficace sia in chiave domestica che internazionale.
Ma quella narrativa va costruita adesso, non a ridosso del voto.
La storia olimpica di Roma pesa. Il vantaggio infrastrutturale è reale. Il supporto del Coni è esplicito. Eppure, paradossalmente, la candidatura che parte più forte rischia di arrivare meno pronta. Non perché manchino le condizioni per vincere, ma perché le condizioni politiche stanno rallentando una macchina che avrebbe tutti i motivi per correre.