Quarantuno anni, 23 stagioni NBA, 581 milioni di dollari guadagnati sul parquet. Eppure LeBron James non ha mai vissuto un’estate simile a quella che si avvicina. Per la prima volta nella sua carriera, il giocatore più pagato della storia non si siede al tavolo delle trattative da una posizione di forza assoluta.
L’eliminazione dei Los Angeles Lakers al secondo turno per mano degli Oklahoma City Thunder ha chiuso una stagione che ha sollevato interrogativi scomodi: quanto vale ancora LeBron James? E soprattutto, quanto è disposto a guadagnare per inseguire il suo quinto titolo?
Un declino relativo, non assoluto
Le cifre raccontano ancora di un atleta fuori dal comune. Nella regular season 2025-26 James ha prodotto 20,9 punti, 7,2 assist e 6,1 rimbalzi di media, dimostrando una capacità di adattamento rara: ha accettato per la prima volta un ruolo da comprimario accanto a Luka Doncic e Austin Reaves, cedendo la scena ai compagni più giovani nei momenti ordinari per conservare le energie.
Quando il copione lo ha richiesto – con Doncic fuori per infortunio nell’intera post-regular season – è tornato protagonista, trascinando i Lakers oltre Houston al primo turno con cifre da grande: 23,2 punti, 7,3 assist e 6,7 rimbalzi.
Eppure, secondo uno strumento di misurazione del valore di mercato elaborato da Sporting News, il contratto da 52,6 milioni di dollari percepito questa stagione non rispecchierebbe le sue prestazioni reali. La stima attuale si ferma a 28,2 milioni, con una proiezione per la stagione 2026-27 di appena 21,9 milioni. Numeri che fanno discutere, anche perché nello stesso periodo James ha surclassato in playoff Alperen Şengün – valutato dal medesimo modello a 34,7 milioni – in pressoché ogni categoria statistica.
Il punto è che il modello non cattura la variabile più importante: nei playoff, James continua a essere un esaltatore di squadra di prim’ordine. Portarlo attraverso le 82 partite di regular season richiede gestione e cautela, ma chi investe su di lui non lo fa per il mese di ottobre.
NBA Playoff 2026, in palio 35,7 milioni: perché per alcune star sono “spiccioli”
Il rebus contrattuale: chi può permetterselo
Il mercato delle destinazioni si è già delineato attorno a cinque pretendenti credibili, – qualcuna più di altre, – ciascuna con vincoli di salary cap ben precisi.
I Los Angeles Clippers dispongono della flessibilità maggiore tra le squadre competitive: possono avvicinarsi ai 28 milioni in spazio salariale, cifra che salirebbe ulteriormente se Kawhi Leonard – già oggetto di voci di mercato – venisse ceduto. Tuttavia, senza Leonard, il progetto tecnico si indebolisce e il fascino per James potrebbe svanire con lui.
Ma dopo 8 anni ai Lakers andrà mai nell’altra franchigia cittadina? Credo proprio di no.
I Golden State Warriors hanno al momento circa 20 milioni sotto il primo apron, una soglia che limita le ambizioni. Qualcosa potrebbe cambiare se Al Horford esercitasse la retirement sul suo contratto da 6 milioni o se Draymond Green rinunciasse alla propria opzione in cambio di maggiore sicurezza pluriennale. In ogni caso, la preferenza dei Warriors sarebbe portare James a un contratto minimo per massimizzare la flessibilità del roster.
Può sembrare una destinazione strana, ma considerando il rapporto con i pilastri di Golden State, e che Steve Kerr ha rinnovato – restando così il coach più pagato in NBA, – non ci sarebbe da stupirsi se dovesse sbarcare a San Francisco.
La scelta più romantica per Lebron sarebbe quella di un ritorno ai Cleveland Cavaliers, che dispongono di uno strumento negoziale prezioso: l’opzione da 42 milioni di James Harden. Un’eventuale riduzione del suo ingaggio in cambio di anni aggiuntivi potrebbe aprire margini interessanti. L’alternativa è uno sign-and-trade con i Lakers, che necessitano di un centro: Jarrett Allen e il suo contratto da 28 milioni potrebbero viaggiare verso ovest, aprendo spazio a est per accogliere James a cifre contenute.
Le altre due franchigie sarebbero i New York Knicks e i Denver Nuggets. Entrambe offrirebbero il minimo salariale, ma se i primi sono già al limite del primo apron con nove giocatori sotto contratto, di fatto tagliati fuori da qualsiasi offerta significativa, i secondi sono in cerca di soluzioni per alleggerire il monte ingaggi.
Amazon vince la scommessa NBA: il nuovo accordo media porta l’audience ai massimi da sette anni
I Lakers: l’opzione complicata
Il capitolo più intricato riguarda proprio i Los Angeles Lakers, che possiedono i Bird Rights su James e potrebbero teoricamente offrirgli qualsiasi cifra fino al massimo salariale. Nella pratica, il quadro è molto più sfumato.
Se la franchigia volesse ripartire con un roster radicalmente rinnovato – sfruttando i circa 48 milioni di spazio salariale potenzialmente liberabili – dovrebbe rinunciare ai propri free agent, incluso James, riportandolo alla stregua di qualsiasi altro giocatore sul mercato. A quel punto, l’offerta dei Lakers non sarebbe diversa da quella dei concorrenti.
Secondo Brian Windhorst di ESPN, il club non può semplicemente proporre una cifra ridotta presentandola come un adeguamento alle prestazioni calanti: «Se vuoi che LeBron accetti una riduzione dello stipendio, faresti meglio a fornirgli una ragione valida». La strategia dovrà passare per acquisizioni concrete che dimostrino l’ambizione della franchigia, non per numeri nudi.
Il rapporto tra James e i Lakers è di otto anni di convivenza. Le tensioni ci sono state, ma nulla di paragonabile alla rottura simbolica con Miami, quando nel 2013 gli Heat cedettero Mike Miller – amico di James e protagonista dei due titoli consecutivi – per risparmiare 17 milioni di tasse di lusso. Quell’episodio segnò un punto di svolta: da allora, fino alla scorsa stagione, James non ha mai accettato un centesimo in meno del massimo salariale.
Il valore del minimo: paradosso o leva contrattuale?
Qui si apre lo scenario più affascinante. Jake Fischer, insider NBA, ha riportato che nel giro della lega «c’è un sentimento prevalente» secondo cui James «sarebbe servito meglio da un contratto al salario minimo» qualora il suo obiettivo reale fosse vincere un altro titolo. Una prospettiva che all’apparenza suona contraddittoria per chi ha guadagnato oltre 580 milioni sul campo e vanta un accordo con Nike stimato in oltre un miliardo di dollari.
Ma James ha sempre usato i contratti come strumenti di potere, non di arricchimento. Nel secondo mandato a Cleveland firmò solo accordi brevi per tenere i Cavaliers sotto pressione continua sul mercato. Oggi, un contratto al minimo potrebbe offrirgli la leva più potente della sua carriera: essere lui, non la franchigia, a fare il favore.
Se ai Cavaliers o ai Warriors – entrambi con scelte al draft e masse salariali modulabili – James dicesse «firmo per il minimo, ma voglio che usiate quel vantaggio per costruire una squadra all-in», avrebbe in mano un potere di negoziazione senza precedenti.
Il surplus di valore tra quel che produce sul campo e quanto costerebbe sarebbe tale da rendere le squadre molto ricettive alle sue richieste in sede di mercato.
La regola delle 65 partite sta diventando un boomerang per l'NBA
Un futuro ancora senza risposta
Dopo gara-4 contro Oklahoma City, James ha risposto con la sua consueta reticenza strategica: «Non so cosa mi aspetti. È tutto ancora fresco». Lo stesso copione degli anni scorsi, ma in un contesto diverso. Questa volta il ritiro è davvero una possibilità concreta: il corpo ha mostrato qualche scricchiolio, la famiglia è radicata a Los Angeles, l’eredità sportiva è già scritta nei libri di storia.
Eppure immaginare LeBron James che si ritira senza orchestrare un tour d’addio nelle arene di tutta la lega, capitalizzando ogni singola tappa, sembra difficile da credere. Più probabile che nelle prossime settimane si apra una trattativa silenziosa ma intensa, in cui il numero sul contratto sarà solo uno dei fattori sul tavolo.
L’estate 2026 di LeBron James non è una storia di soldi. È una storia di potere, di eredità e di quanto ancora valga, per una franchigia, ospitare l’ultimo atto del più grande spettacolo del basket mondiale.