PIF cambia rotta: lo sport non è più un affare saudita (o quasi)

La nuova strategia 2026-2030 del fondo sovrano di Riyadh esclude lo sport dai pilastri d’investimento. LIV Golf rischia di chiudere, ma le implicazioni riguardano ogni disciplina finanziata dall’Arabia Saudita.

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La situazione
Image Credits: Nicolo Campo / Insidefoto

Nella strategia quinquennale 2021-2025 del Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita, la voce «Entertainment, Leisure & Sports» figurava in modo esplicito tra le aree prioritarie. Nel documento equivalente pubblicato questa settimana, che copre il periodo 2026-2030, quella voce è sparita. Nessuna menzione, nessun riferimento indiretto, nessuna nota a piè di pagina.

Un’omissione che vale, potenzialmente, miliardi di dollari e che ha fatto scattare l’allarme in ogni angolo dello sport globale finanziato da Riyadh.

Il caso LIV: un miliardo e mezzo bruciato

Per capire la portata del cambio di rotta, conviene partire dall’investimento più emblematico – e più costoso – del PIF nel mondo dello sport: LIV Golf, il circuito ribelle lanciato nel 2022 per sfidare il dominio del PGA Tour e del DP World Tour.

I numeri sono impietosi. La divisione britannica della competizione ha dichiarato perdite nette per 461,8 milioni di dollari nel solo 2024, portando il rosso complessivo a oltre 1,1 miliardi dall’anno di fondazione. Il PIF avrebbe investito in totale 5,3 miliardi di dollari nel circuito, convogliando circa 100 milioni al mese nelle casse della lega. In cambio, un’audience media di 338mila spettatori sulle reti statunitensi e ricavi da diritti televisivi internazionali stimati in appena 2,7 milioni di dollari.

Sul fronte delle sponsorizzazioni il bilancio è più dignitoso – partner come Rolex, HSBC, Salesforce e Qualcomm hanno generato 500 milioni di dollari in accordi pluriennali – ma insufficiente a compensare un’emorragia strutturale che lo stesso amministratore delegato Scott O’Neil aveva ammesso pubblicamente: ci vorranno dai cinque ai dieci anni prima che il tour raggiunga il pareggio.

Una prospettiva che, evidentemente, non è più compatibile con le nuove priorità del fondo.

Le voci su una possibile fine imminente si sono moltiplicate nei giorni scorsi, con indiscrezioni su una riunione d’emergenza della dirigenza a New York e con ipotesi di riduzione drastica dei finanziamenti riportate dal Financial Times. O’Neil ha risposto con una nota interna al personale, definendosi “cristallino”: «La nostra stagione prosegue esattamente come previsto, senza interruzioni e a pieno ritmo».

Parole che, nel mondo della finanza sportiva, suonano più come una difesa d’ufficio che come una garanzia.

Il riposizionamento del portafoglio: meno estero, più casa

Il vero segnale non arriva dal golf, ma dalla governance del fondo. Il governatore del PIF, Yasir Al-Rumayyan, ha confermato che l’allocazione internazionale degli investimenti scenderà dal 30% – il picco toccato nel 2020 – al 20%, con il capitale restante orientato verso grandi progetti nazionali.

Tre portafogli ridisegnati: uno focalizzato su iniziative che attraggono capitali stranieri in Arabia Saudita, uno per la gestione delle risorse nazionali strategiche, uno finanziario a vocazione globale. Lo sport, in questa architettura, non compare in nessuno dei sei pilastri prioritari.

Le conseguenze operative sono già visibili. Il PIF ha ceduto il 70% di Al-Hilal – il club calcistico più titolato del paese – alla Kingdom Holding Company del principe Alwaleed bin Talal, in una transazione che valuta il club circa 373 milioni di dollari. Le quote negli altri tre club della Saudi Pro League di proprietà del fondo (Al-Nassr, Al-Ahli e Al-Ittihad) seguiranno la stessa direzione nei prossimi anni.

La logica è quella della privatizzazione: lo Stato esce dalla gestione diretta, il capitale privato – possibilmente straniero – entra.

Nel tennis, il quadro è analogo. L’accordo triennale per ospitare le WTA Finals a Riyadh, con un montepremi record di oltre 15 milioni di dollari annui, non verrà rinnovato oltre il 2026. L’Arabia Saudita ha già esercitato la clausola di opt-out per le Next Gen ATP Finals.

Anche un potenziale evento di flag football promosso da Fanatics sarebbe in bilico. Nel ciclismo, il progetto One Cycling – una lega separatista sostenuta da SURJ Sports Investment, controllata del PIF – è stato bloccato dalla minaccia dell’UCI di revocare le licenze ai team coinvolti.

Cosa sopravvive, e perché

Non tutto lo sport saudita è in ritirata. Tre aree restano protette, ma per ragioni che hanno poco a che fare con il ritorno economico diretto degli investimenti sportivi in quanto tali.

La Coppa del Mondo FIFA 2034 è la priorità assoluta, finanziata dal Ministero dello Sport – non dal PIF – e legata a un piano di sviluppo infrastrutturale che include undici nuovi stadi, il riassetto dei trasporti e la valorizzazione turistica del paese. Un impegno di Stato, non un’operazione di fondo.

La Formula 1 rimane solida grazie alla natura pluriennale degli accordi esistenti e al ruolo di Aramco – di proprietà maggioritaria del governo saudita – come vettore di sponsorizzazione parallelo e indipendente dal PIF. Un nuovo circuito nei pressi di Riyadh è previsto per il 2028-2029 nell’ambito del progetto Qiddiya, finanziato da una società che fa capo allo stesso fondo. Il Gran Premio di quest’anno a Jeddah è stato cancellato per le tensioni regionali, ma la presenza saudita nel motorsport è considerata strutturale.

eSport e pugilato rispondono invece a una logica demografica e politica interna. Il 69% della popolazione saudita ha meno di 35 anni: la Esports World Cup, che si tiene a Riyadh dal 2024 con un montepremi cresciuto fino a 75 milioni di dollari, è uno strumento di coesione sociale prima ancora che un investimento. La boxe e le MMA, gestite attraverso la General Entertainment Authority sotto la supervisione di Turki Alalshikh – consigliere diretto del principe ereditario Mohammed bin Salman – seguono la stessa traiettoria, con una nuova joint venture con il TKO Group di Dana White già in fase operativa.

La domanda che nessuno vuole fare ad alta voce

Rimane aperta la questione più delicata per l’ecosistema dello sport globale: il modello del fondo sovrano come mecenate strutturale era sostenibile, o era destinato per definizione a essere temporaneo?

LIV Golf è il caso più estremo, ma non il solo. Decine di accordi – diritti di denominazione, sponsorizzazioni di tour, contratti di ospitalità – sono stati costruiti sull’assunzione implicita che i petrodollari sauditi fossero disponibili a lungo termine e con aspettative di rendimento differite. La nuova strategia del PIF dice esattamente il contrario: ogni investimento dovrà dimostrare valore per l’economia domestica, o non verrà rinnovato.

Per LIV, un ritiro immediato dei finanziamenti significherebbe quasi certamente la chiusura. Un’eventuale continuazione fino alla fine della stagione 2026 aprirebbe teoricamente la porta a nuovi investitori – le vendite di biglietti sono aumentate del 129% rispetto all’anno scorso, e i ricavi stagionali sono proiettati in crescita di 100 milioni di dollari – ma trovare chi sia disposto a sostenere 100 milioni al mese in un circuito ancora lontano dalla redditività è un’ipotesi che gli analisti considerano remota.

I giocatori che non accetteranno decurtazioni contrattuali torneranno a bussare alle porte del PGA Tour, che nel frattempo ha raccolto 3 miliardi di dollari per una nuova entità commerciale e non ha fretta di aprire. La fusione tra i due circuiti, annunciata tre anni fa, appare oggi definitivamente sepolta.

Quel che resta, dopo anni di petrodollari e grand annunci, è una lezione di finanza sportiva applicata: anche i fondi sovrani fanno i conti. E quando i conti non tornano, cambiano strategia. Lo sport, che si era illuso di essere diventato una categoria d’investimento permanente, scopre di essere ancora, e sempre, una voce di bilancio.