La Formula 1 non è immune dalla geopolitica. Il conflitto che ha investito il Medio Oriente ha già lasciato un segno profondo sul calendario 2026, con la cancellazione dei Gran Premi di Bahrain e Arabia Saudita previsti ad aprile. Una perdita che pesa, e non solo in termini sportivi.
«Penso che riprogrammare due eventi sia già abbastanza difficile, – ha ammesso Stefano Domenicali in un’intervista a Bloomberg Television. – Il nostro calendario è già piuttosto pieno. Potremmo recuperarne uno.»
L’amministratore delegato della Formula 1 non si è sbilanciato oltre, ma nelle ultime settimane le discussioni si sono intensificate.
Bahrain o Arabia? Questo è il dilemma. L’unica certezza è che regna l’incertezza.
Il conto economico di due gare in meno
L’impatto finanziario è immediato, e qualcuno ha già messo i numeri sul tavolo. Gli analisti di Guggenheim Partners stimano che la perdita per Liberty Media si aggiri tra i 190 e i 200 milioni di dollari di ricavi, con un effetto sull’EBITDA di circa 80 milioni, pari all’8% del margine degli ultimi dodici mesi.
Numeri significativi, ma non letali per un business che nel 2025 ha sfiorato i 3,9 miliardi di ricavi complessivi e un utile operativo di 632 milioni. Non è un caso che il titolo Liberty Formula One, quotato al Nasdaq, abbia perso soltanto l’1,3% nella giornata in cui si rincorrevano le voci di cancellazione.
Eppure, a guardare la struttura del conto economico del Circus, c’è una voce che subirà un colpo particolarmente diretto: le commissioni dei promotori. Si tratta dei pagamenti che circuiti, città e governi versano alla Formula 1 per il diritto di ospitare le gare, gestendo biglietteria e sponsorizzazioni locali.
Nel 2025 questa linea di business ha generato circa 824 milioni di dollari, il 27% dei ricavi primari del campionato: un flusso stabile e prevedibile, costruito su accordi pluriennali siglati con largo anticipo. Perdere due tappe significa incassare zero su due contratti già firmati, senza possibilità di redistribuire altrove quelle entrate.
A questo si aggiunge l’effetto collaterale dell’aumento dei costi di carburante e logistica, amplificato dalle tensioni globali. «L’effetto maggiore non è solo il rinvio delle gare, – ha sottolineato Domenicali, – ma anche l’aumento costante del costo del carburante e della logistica.»
Gli accordi con broadcaster e sponsor sono stati costruiti su un numero preciso di gare, e qualsiasi riduzione si traduce in clausole penali e mancate revenue. Non sorprende, dunque, che Liberty Media stia esplorando ogni opzione per recuperare almeno uno – o entrambi – gli appuntamenti saltati.
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Bahrain a ottobre, Arabia a dicembre
L’ipotesi più concreta per il Gran Premio del Bahrain prevede l’inserimento della corsa all’inizio di ottobre, precisamente il 4, tra il Gran Premio dell’Azerbaijan del 26 settembre e quello di Singapore dell’11 ottobre. Una collocazione che avrebbe una sua logica interna: garantisce un buon flusso logistico senza stravolgere eccessivamente la struttura complessiva della stagione.
Sul fronte saudita, l’ipotesi più accreditata prevede invece l’inserimento del Gran Premio di Jeddah a inizio dicembre, con Abu Dhabi – per contratto ultima gara della stagione – spostato di una settimana, al 13 dicembre. Il Mondiale di Formula 1 2026 si concluderebbe così a pochi giorni dal Natale.
A spingere per il recupero della gara sul Mar Rosso sarebbe in primo luogo Aramco, il colosso petrolifero saudita che è title sponsor del Gran Premio e tra i principali partner commerciali del campionato.
«Stanno promuovendo enormemente l’evento a Jeddah, perché è il loro fiore all’occhiello, – ha rivelato Robert Doornbos, ex pilota strettamente coinvolto nel Gran Premio di Abu Dhabi. – Quindi potrebbe tornare in calendario quest’anno.»
Le discussioni in corso coinvolgono la FIA, Liberty Media e tutti gli 11 team del campionato. Al momento non è stata presa alcuna decisione definitiva. L’ostacolo principale resta la situazione geopolitica: qualsiasi piano dipenderà dall’evoluzione del cessate il fuoco e dalle valutazioni di sicurezza condivise tra tutti gli stakeholder.
Un finale di stagione da record (negativo)
Se entrambe le ipotesi dovessero concretizzarsi, il circus si troverebbe ad affrontare una delle code di stagione più impegnative della propria storia recente. Con Bahrain a ottobre il problema è relativo, ma la coda finale diventerebbe comunque opprimente: Las Vegas, Qatar, Jeddah e Abu Dhabi in quattro settimane consecutive tra metà novembre e metà dicembre, con trasferte ravvicinate e margini di recupero praticamente nulli.
Non è solo una questione logistica. Piloti, meccanici e ingegneri vivrebbero settimane di lavoro intensissimo, in una sequenza che riapre con forza il dibattito sulla sostenibilità del calendario, già al centro delle polemiche degli ultimi anni.
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Il peso del Golfo sulla Formula 1
La vicenda delle gare cancellate e del possibile recupero si inserisce in un quadro più ampio: la crescente influenza dei Paesi del Golfo sulla Formula 1. Bahrain, Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi ospitano già quattro delle 24 gare stagionali.
I fondi sovrani della regione hanno investito massicciamente nelle scuderie: il Public Investment Fund saudita detiene circa l’8% di Aston Martin tramite AMR GP Holdings; la Qatar Investment Authority ha acquisito una quota significativa in Sauber Holding, la società che gestisce il progetto Audi in F1; il fondo del Bahrain Mumtalakat e la CYVN Holdings di Abu Dhabi hanno rilevato il controllo completo di McLaren.
Aramco, intanto, è sponsor principale sia della F1 come istituzione sia del team Aston Martin. E il gigante di Riyadh non è l’unico asset saudita nell’orbita del Motorsport: il PIF aveva già tentato nel 2023 di acquisire l’intera Formula 1 da Liberty Media per oltre 20 miliardi di dollari, un’offerta respinta.
Revenue vs. coerenza: un equilibrio sempre più fragile
C’è però una domanda che rimane sullo sfondo, e che non riguarda soltanto la logistica. La possibilità di reinserire in calendario una gara legata a un contesto geopolitico instabile pone un interrogativo sulla direzione che la Formula 1 ha scelto di percorrere.
La FIA e Liberty Media non hanno commentato ufficialmente le indiscrezioni. Tutto dipenderà, nelle prossime settimane, dall’evoluzione della situazione in Medio Oriente e dalle valutazioni di sicurezza condivise tra gli stakeholder. Ma la tendenza appare chiara: le logiche di revenue tendono a prevalere su coerenza sportiva e sostenibilità del calendario.
Tutto questo mentre il conflitto in Medio Oriente – nelle stesse regioni in cui si chiede di correre – continua a proiettare la sua ombra su ogni decisione del circus.
La Formula 1 ha saputo reinventarsi più volte nella sua storia, e probabilmente ci riuscirà ancora. Ma ogni concessione alle logiche del portafoglio lascia un segno: la credibilità si erode lentamente, e a differenza dei contratti televisivi non si rinegozia a scadenza fissa.
Nel frattempo il campionato riparte a Miami, con un regolamento tecnico già sotto pressione e un paddock che fatica a trovare equilibrio. La stagione è appena cominciata, eppure le variabili che pesano sul suo esito finale sono già troppe per essere ignorate.