La corsa dei capitali verso lo sport non sembra conoscere rallentamenti, anzi si dimostra intenzionata ad alzare ancor più il ritmo o il pacing per dirla da runner. Dopo un 2025 nel quale le principali operazioni in ambito di sport business hanno raggiunto un valore complessivo superiore ai 124 miliardi di euro, il mercato delle acquisizioni di club e franchigie ha ulteriormente accelerato nel 2026, arrivando già nei primi otto mesi dell’anno a 58,3 miliardi di euro, contro i 47,9 miliardi registrati nell’intero 2025.
Numeri che non suonano come inediti ma raccontano una trasformazione ormai profonda, entrata in una dimensione strutturale del rapporto tra sport e capitale, nella quale il club non è più soltanto la società che gestisce una squadra e partecipa a una competizione, ma un asset raro, riconoscibile, capace di generare ricavi ricorrenti e, soprattutto, di conservare ampi margini di rivalutazione nel tempo.
Secondo lo studio di Two Circles ripreso dal Sole 24 Ore, il fatturato aggregato prodotto dagli Sport IP Owners è cresciuto del 50% tra il 2015 e il 2025, raggiungendo quota 174 miliardi di dollari.
Nel decennio la crescita media annua è stata del 6%, quasi il doppio rispetto a quella dell’economia mondiale, e le previsioni indicano un ulteriore incremento fino a 260 miliardi di dollari nel 2033.
Il dato sugli investimenti, quindi, è soltanto una delle conseguenze di una crescita più ampia dell’economia dello sport, che continua ad attirare capitali grazie alla combinazione tra scarsità degli asset di vertice, forza dei brand, capacità di fidelizzazione del pubblico, ricavi da diritti televisivi regolati da contratti pluriennali e prospettive di sviluppo legate a digitale, tecnologia, fan engagement e internazionalizzazione.
Dai Lakers al Liverpool, quando il prezzo smette di dipendere soltanto dai bilanci
Il caso più emblematico è probabilmente quello dei Los Angeles Lakers, arrivati a una valutazione di 12,5 miliardi di dollari dopo l’ultima operazione societaria, appena un anno dopo essere stati – cifra già da capogiro – 10 miliardi. Nel 2013, alla morte di Jerry Buss, storico patron, la franchigia valeva circa 1 miliardo: in poco più di un decennio il valore si è quindi moltiplicato di oltre dodici volte.
La parabola dei Lakers, come sottolinea la Gazzetta dello Sport, racconta bene l’evoluzione delle grandi franchigie americane, diventate nel tempo asset globali grazie alla capacità di costruire attorno alla competizione un ecosistema fatto di diritti media, intrattenimento, brand, stadi e rapporti commerciali.
Non è un caso che Kenneth Shropshire, professore emerito della Wharton School, definisca le società sportive sempre più come «una classe di investimento», mentre Aswath Damodaran, professore alla Stern School della New York University, ha indicato le franchigie come i «trophy asset per eccellenza»: beni unici e rari, acquistati non soltanto sulla base dei fondamentali economici correnti, ma anche per la storia che rappresentano e per le potenzialità di crescita future.
È un meccanismo che dal Nord America ha sorvolato rapidamente l’oceano, coinvolgendo progressivamente anche il calcio europeo. Nel 2005 il Manchester United venne acquistato dalla famiglia Glazer per una valutazione di 1,46 miliardi di dollari attraverso un leverage buyout, segnando uno dei primi passaggi nei quali un grande club europeo venne trattato apertamente come un asset finanziario. Oggi il valore delle principali società calcistiche è arrivato a livelli che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati difficili da immaginare.
L’ultima conferma è arrivata dal Liverpool, la cui valutazione è salita a circa 7,4 miliardi di dollari nell’ambito della cessione del 38% a un consorzio nel quale figura anche Jeff Bezos.
Per dare idea della “progressione” di cui sopra, Fenway Sports Group aveva acquistato i Reds nel 2010 per circa 450 milioni di dollari.
NFL 2026: 10 franchigie valgono oltre 10 miliardi, i Cowboys sempre in testa
Fondi, imprenditori, grandi campioni: i mille volti degli investitori
Private equity, investment fund, fondi sovrani: a rendere particolarmente significativo il fenomeno è anche la composizione dei compratori, con queste categorie di investitori che rappresentano il 32% del numero delle operazioni analizzate nel 2025, ma arrivano a pesare per il 62% del capitale investito, pari a circa 77 miliardi di euro sui 124,1 miliardi complessivi.
Nel solo calcio sono state 65 le acquisizioni realizzate da fondi di investimento, per un controvalore di 5,9 miliardi di euro, il 37% in più rispetto ai 4,3 miliardi del 2024.
Il fenomeno, tuttavia, è ormai molto più articolato rispetto alla semplice presenza dei grandi operatori finanziari. Nel capitale dei club sono entrati imprenditori, celebrità dello sport e dello spettacolo, dirigenti e tecnici, mentre in Germania continua a svilupparsi anche il modello della partecipazione diretta dei tifosi.
Lionel Messi e Cristiano Ronaldo hanno investito in società sportive, Beppe Marotta detiene una partecipazione nell’Inter e Cesc Fàbregas è entrato nella proprietà del Como: l’evidenza è presto detta, nello sport il capitale può arrivare da una pluralità sempre più ampia di soggetti.
E non è soltanto una questione di disponibilità finanziaria. Il patrimonio complessivo dei fondi di private equity nel mondo è stimato in circa 7.400 miliardi di euro, una cifra cresciuta di circa dieci volte negli ultimi vent’anni, a fronte di un numero limitato di asset sportivi di vertice disponibili sul mercato.
Il Nord America continua a dettare il ritmo, ma i capitali hanno scoperto il calcio europeo
La differenza tra Stati Uniti ed Europa rimane comunque evidente, soprattutto sotto il profilo della redditività. Secondo Forbes, nove delle dieci società sportive al mondo con il miglior risultato operativo sono franchigie nordamericane, affiancate dal team Mercedes di Formula 1.
Nel calcio europeo, invece, la crescita dei ricavi è spesso accompagnata da un incremento altrettanto rilevante dei costi e da un rischio sportivo, quello della retrocessione, che non trova un equivalente nei principali campionati professionistici americani. Secondo i dati riportati dal Sole 24 Ore, negli ultimi sei anni le 55 Top Division europee, per circa 740 club complessivi, hanno accumulato perdite superiori a 14 miliardi di euro.
Eppure proprio questa distanza ha contribuito ad attirare capitali statunitensi verso il Vecchio Continente, dove le valutazioni dei club, pur cresciute rapidamente, sono rimaste in molti casi inferiori a quelle delle principali franchigie Usa.
Inoltre, e qui l’Italia con una situazione dell’impiantistica sportiva a dir poco arretrata, rappresenta un terreno di grande interesse, una prateria di possibilità, con margini di sviluppo ancora rilevanti, sul fronte delle infrastrutture.
Gli esempi non mancano e basta considerare i due top club milanesi: RedBird ha rilevato il Milan da Elliott nel 2022 per un enterprise value di circa 1,2 miliardi di euro, mentre nel 2024 Oaktree è subentrato a Suning nella proprietà dell’Inter dopo il mancato rimborso del finanziamento da 390 milioni.
Il valore degli asset continua a crescere, ma la domanda è quanto ancora possa durare la corsa
Il punto più interessante, alla fine, è che la crescita delle valutazioni non sembra essere spiegata soltanto dall’aumento dei ricavi.
Il 2026, almeno per ora, sembra confermare questa dinamica. Le 215 acquisizioni di club e franchigie registrate nei primi otto mesi dell’anno valgono già 58,3 miliardi di euro, oltre dieci miliardi in più rispetto ai 47,9 miliardi dell’intero 2025.
E il dato potrebbe crescere ulteriormente se dovesse concretizzarsi il progetto NBA Europe: per ciascuna delle dodici città individuate come possibili sedi sono state riportate offerte nell’ordine dei 500 milioni-1 miliardo di dollari.
Dai Lakers al Liverpool, passando per le franchigie NFL, il basket europeo e i grandi club di calcio, il mercato sta quindi continuando a rivalutare un bene che per sua natura rimane scarso: la proprietà di una squadra sportiva di vertice. E mentre il numero degli investitori aumenta, aumenta anche la quantità di capitale disposto a scommettere sul fatto che il valore di questi asset possa continuare a crescere.