La Turchia conquista il volley femminile: sfida aperta all'Italia

Tre quarti di finale su quattro della Champions League oppongono squadre turche a squadre italiane. Non è una coincidenza: è il riflesso di una strategia che punta a fare di Istanbul la capitale mondiale della pallavolo femminile.

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Analisi sistema turco
Image Credits: media CEV

Tre quarti di finale su quattro della CEV Champions League femminile di pallavolo vedono contrapposte squadre turche e italiane. Non è un caso. È la fotografia più nitida di una rivalità ormai strutturale, costruita negli ultimi anni attorno a un divario economico sempre più marcato e a strategie di sviluppo opposte, ma entrambe vincenti.

Milano sfida VakifBank Istanbul, Zeren Ankara ospita Conegliano, Scandicci incrocia il Fenerbahce. La quarta partita è Eczacibasi contro la polacca Rzeszow, unica a non rientrare nel confronto diretto tra i due Paesi che dominano la pallavolo europea da vent’anni.

Nelle ultime venti edizioni della Champions League, le squadre italiane hanno vinto undici volte, quelle turche otto. Dal 2019 in poi sono arrivate in finale soltanto squadre dei due Paesi. La stessa finale mondiale dell’ultima edizione ha visto l’Italia battere la Turchia.

I numeri che cambiano gli equilibri

Il punto di svolta, però, è finanziario. Come già ricostruito su Sport e Finanza, i principali club turchi operano con budget stagionali compresi tra i 5 e i 6 milioni di euro, cifre che consentono di allestire rose composte esclusivamente da atlete di caratura internazionale. In Italia, salvo rare eccezioni come Milano, il modello è diverso: club di piccole città finanziati da una rete di aziende locali, con Conegliano come esempio di eccellenza costruita con risorse relativamente contenute ma gestione impeccabile.

La differenza si misura sugli ingaggi. L’opposta serba Tijana Boskovic, regina del campionato turco, percepisce 2,5 milioni di euro a stagione. Le giocatrici più pagate della Serie A femminile – Paola Egonu, Zhu Ting e Gabi Guimaraes – si attestano intorno al milione. Un rapporto di uno a due e mezzo che, nel tempo, incide sulle scelte dei talenti internazionali.

La campionessa olimpica Alessia Orro ha scelto il Fenerbahce. La schiacciatrice azzurra Myriam Sylla gioca nel Galatasaray. Entrambe percepiscono 600mila euro a stagione, e non nascondono che la scelta non è stata solo economica: in Turchia la pallavolo è vissuta con un’intensità che in Italia poche piazze conoscono. «Istanbul è la capitale mondiale del volley», ha dichiarato Orro in una recente intervista.

Antropova, il prossimo trasferimento eccellente

Non è ancora ufficiale, ma i media turchi danno per prossimo il passaggio di Ekaterina Antropova all’Eczacibasi Istanbul a partire dalla stagione 2026-27. Per l’opposta di Scandicci si parla di un’offerta da 1,5 milioni di euro: cifra che segnerebbe un ulteriore salto di qualità nella capacità attrattiva della Sultanlar Ligi verso i migliori talenti del campionato italiano.

Il meccanismo è chiaro: la Turchia compra in Italia, dove i roster vengono costruiti con cura e i vivai producono giocatrici di alto livello. Poi offre condizioni economiche irraggiungibili per i club italiani.

Il risultato è una migrazione di talenti che, nel breve periodo, non compromette la competitività italiana – come dimostra la stagione scorsa di Conegliano – ma che nel lungo termine potrebbe modificare i rapporti di forza.

Il modello finanziario: soldi pubblici e polisportive

Dietro i grandi budget turchi c’è una struttura ibrida, tra pubblico e privato, che il calcio italiano conosce bene. VakifBank è una società a partecipazione statale. Lo Zeren Group, che sponsorizza sia la squadra di Ankara sia la Champions League stessa, è una grande holding internazionale attiva nell’energia e nei media.

I club fanno parte di polisportive che comprendono squadre di calcio, basket e altri sport, con una base di tifosi ampia e una visibilità che moltiplica il valore degli sponsor.

Istanbul si è aggiudicata l’organizzazione delle Final Four del torneo fino al 2028: un ulteriore segnale di come la Turchia stia investendo anche sull’immagine e sull’indotto del volley femminile, non solo sui risultati in campo.

La frontiera delle naturalizzazioni

Il piano turco non riguarda solo i club. Anche la nazionale sta crescendo, il secondo posto ai recenti Mondiali è il miglior risultato della sua storia, e la federazione gioca con intelligenza le carte a disposizione sul fronte delle naturalizzazioni.

La FIVB ha introdotto nel 2023 un divieto di naturalizzazione per atlete che abbiano già disputato gare con la nazionale senior del loro Paese d’origine. La Turchia ha trovato la via di mezzo: punta su giocatrici giovanissime, ancora prive di presenze con le rispettive nazionali senior. L’opposta cubana Melissa Vargas è già stata naturalizzata; si lavora sulla diciassettenne cubana Salet Castillo Valdés, che con ogni probabilità vestirà la maglia turca nei prossimi anni.

Nessuna violazione delle regole, ma un utilizzo spregiudicato delle loro maglie bianche.

Il rischio, segnalato da più osservatori, è che si sviluppi un vero e proprio mercato di talenti giovanili a livello di nazionali, alimentato dalle stesse logiche finanziarie che già dominano il mercato dei club. Entro il 2027, la Turchia potrebbe presentarsi ai Mondiali con almeno quattro giocatrici provenienti da altre federazioni, nel pieno rispetto del regolamento.

I tecnici italiani a Istanbul

La migrazione non è solo di giocatrici. Giovanni Guidetti allena il VakifBank da quindici anni e ha conquistato sei Champions League con il club di Istanbul. Da quest’anno Massimo Barbolini – vice di Julio Velasco nella nazionale azzurra – siede sulla panchina del Galatasaray, mentre Giulio Bregoli guida l’Eczacibasi.

Daniele Santarelli, allenatore di Conegliano, dirige contestualmente anche la nazionale turca: una consuetudine nel volley internazionale, ma che racconta quanto profondo sia l’intreccio tra i due mondi.

La Turchia, insomma, non si è limitata a comprare le migliori giocatrici italiane. Ha importato anche il know-how tecnico, costruendo un ecosistema che oggi compete alla pari – e in alcuni casi supera – quello italiano in termini di risorse e attrattività.

Chi vince la sfida nel lungo periodo?

L’Italia risponde con la qualità del sistema: settori giovanili diffusi, una cultura pallavolistica radicata in piccoli centri, una gestione dei club attenta alla sostenibilità. Conegliano ne è l’emblema: campionessa d’Europa in carica, costruita senza i capitali dei grandi sponsor di Stato, ma con una visione tecnica e gestionale di altissimo livello.

La Turchia, dal canto suo, sa che il vantaggio economico da solo non basta. Per consolidare la leadership deve ampliare i programmi di sviluppo oltre Istanbul, investire nel supporto scientifico, nella preparazione mentale, nella gestione della salute delle atlete. Le infrastrutture ci sono; la profondità del sistema è ancora in costruzione.

Intanto, tra martedì e mercoledì, le partite parleranno. E il verdetto dei quarti di Champions League darà un’indicazione preziosa su chi, oggi, è davvero avanti.

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