C’è una partita che non si gioca sulla terra rossa del Roland Garros, ma nelle sale riunioni, nelle lettere aperte e nei comunicati stampa. Da oltre un anno i migliori tennisti del mondo hanno aperto un fronte di contestazione contro i quattro tornei del Grande Slam, accusati di trattenere una quota sproporzionata dei ricavi generati proprio da chi tiene in mano la racchetta.
E con l’avvicinarsi della seconda prova Slam del 2026, prevista dal 24 maggio a Parigi, la tensione è tornata a salire.
L’occasione è stata l’annuncio del montepremi del Roland Garros 2026: 61,7 milioni di euro, con un incremento del 9,5% rispetto alla stagione precedente. Un record, almeno sulla carta.
Ma per un gruppo di venti tra i migliori giocatori e giocatrici del ranking mondiale – tra cui Jannik Sinner, Carlos Alcaraz, Aryna Sabalenka, Coco Gauff e, per la prima volta su questo fronte, Novak Djokovic – quella cifra rappresenta un’occasione mancata, non un traguardo.
Il nodo della questione
Secondo le stime del gruppo, il montepremi si attesterebbe attorno al 14-15% dei ricavi complessivi del torneo parigino, stimati in circa 395 milioni di euro nel 2025 e in crescita verso i 400 milioni per il 2026. Una percentuale che, denunciano i giocatori, è addirittura in calo rispetto all’anno precedente (dal 15,5% al 14,9%), nonostante i ricavi del torneo continuino ad aumentare a un ritmo di circa il 14% annuo. Il confronto con altri modelli sportivi è impietoso. Nei tornei principali dei circuiti ATP e WTA, la quota destinata agli atleti si avvicina al 22%.
Nelle grandi leghe professionistiche americane – NFL, NBA, MLB – la soglia sfiora il 50%. Persino le giocatrici della WNBA hanno sostenuto 17 mesi di trattative per portare la propria fetta di ricavi al 20%.
Di fronte a questi parametri, il 15% degli Slam appare, secondo i firmatari, «quasi un insulto».
La dichiarazione congiunta – attribuita agli stessi venti giocatori che avevano firmato la lettera iniziale nel marzo 2025 – punta il dito anche su un secondo elemento: l’assenza di consultazione preventiva. Quando la Federazione Francese di Tennis ha reso noti i dati del montepremi lo scorso 17 aprile, nessuna comunicazione era stata avanzata ai consigli dei giocatori ATP o WTA.
«Hanno semplicemente pubblicato un comunicato stampa, – ha riferito una fonte vicina ai tennisti a Tennis Majors. – I giocatori ne sono rimasti piuttosto contrariati.»
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Il botta e risposta
Le richieste del gruppo, ribattezzato internamente “Project RedEye”, sono articolate su tre assi. Il primo è economico: una quota minima del 22% dei ricavi destinata ai premi, in linea con quanto già praticato nei tornei di categoria inferiore. Il secondo riguarda il welfare: contributi degli Slam a fondi pensione, assicurazioni contro gli infortuni e congedi di maternità, già coperti dai circuiti ATP e WTA ma ignorati dai Major. Il terzo è strutturale: la creazione di meccanismi formali di consultazione tra giocatori e organizzatori.
Su quest’ultimo punto, i tennisti sono espliciti, non intendono partecipare ad alcun nuovo organismo consultivo finché non vedranno progressi concreti sui primi due.
Sul versante opposto, la Federazione Francese di Tennis ha risposto ribadendo la propria natura di ente senza scopo di lucro e sottolineando che i ricavi vengono reinvestiti nello sviluppo del tennis, nelle infrastrutture – con un investimento recente di oltre 400 milioni di euro – e nel sostegno alle categorie più vulnerabili della filiera, come i giocatori eliminati ai primi turni, che vedranno i propri premi crescere dell’11% o più.
Una risposta articolata, ma che non tocca il punto cruciale: se e quando la percentuale destinata agli atleti sarà allineata alle loro richieste.
La novità rispetto alle tornate precedenti sta proprio nella compattezza del fronte. Djokovic, assente dalla lettera di settembre 2025, questa volta avrebbe sottoscritto la dichiarazione. L’assenza di altri nomi di peso non va interpretata come distanza dalla causa. Secondo fonti interne al gruppo, anche giocatori come Jack Draper e Gaby Dabrowski si sono espressi attivamente, pur senza figurare tra i firmatari formali.
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Ora si guarda a Wimbledon
La disputa si inscrive in un contesto più ampio. La Professional Tennis Players Association (PTPA) ha citato in giudizio nel 2025 i principali organi di governo del tennis – ATP, WTA e Grand Slam inclusi – per pratiche anticoncorrenziali.
L’Australian Open ha scelto di trovare un accordo separato con la PTPA a dicembre; gli altri tre Slam hanno invece presentato una mozione congiunta per far cadere la causa. Il gruppo dei top player si mantiene distinto dall’azione legale, ma la causa di fondo è la stessa.
I prossimi appuntamenti saranno decisivi. A Roma, durante gli Internazionali d’Italia, alcuni giocatori sono attesi al varco delle conferenze stampa. A Parigi, a fine maggio, un nuovo incontro del gruppo è già in agenda, anche se non è ancora confermata la presenza dei dirigenti del torneo.
Ma il vero banco di prova sarà Wimbledon: l’annuncio del montepremi dell’All England Club, previsto nelle prossime settimane, dirà se il malcontento è circoscritto al Roland Garros o investe l’intero sistema degli Slam. Secondo il sito specializzato Sportico, i ricavi di Wimbledon nel 2025 si attestavano attorno ai 500 milioni di dollari.
La palla, in tutti i sensi, è nel loro campo.