Bugesera, Ruanda, Africa. Anno 2030, si accendono le luci verdi dei semafori e scattano le monoposto. Se in pole ci sarà l’attuale leader del campionato, Kimi Antonelli, esperti e agguerriti Leclerc o Verstappen, qualche nuovissima leva o il 46enne settevolte campione del mondo Lewis Hamilton, non è dato di sapere. Ma quel che è certo – salvo colpi di scena non estranei alla vita del Circus – è che la F1 tornerà in Africa a quasi quarant’anni di distanza.
Il Circus ha ufficializzato un accordo decennale con il Ruanda per riportare il Mondiale nel continente, con il primo Gran Premio atteso all’inizio degli anni Trenta, – idealmente proprio nel 2030 – una volta completato il nuovo circuito di Bugesera, a circa 40 chilometri a sud della capitale Kigali. Una notizia che trasforma in un progetto concreto un’ipotesi di cui si discuteva da tempo e sulla quale Sport e Finanza aveva già acceso i riflettori nel 2024, quando la candidatura ruandese era ancora una suggestione, sostenuta dalle dichiarazioni dei vertici della Formula 1 e dalle ambizioni del presidente Paul Kagame.
La data esatta del debutto non è stata ancora stabilita. Quel che è certo è che l’accordo firmato con Formula One Group e presentato da Visit Rwanda, prevede una presenza decennale di quello che sarà chiamato Gran Premio d’Africa, ma l’anno di kick off passa inevitabilmente dalla realizzazione dell’impianto e gli sviluppi del calendario, che saranno determinanti per definire quando scatterà la prima gara. L’intesa segna comunque un passaggio storico per il campionato: l’ultima volta che la Formula 1 aveva corso sul suolo africano era il 1993, quando Alain Prost vinse il Gran Premio del Sudafrica sul circuito di Kyalami.
«Questo è un momento di svolta – ha dichiarato nella nota ufficiale Stefano Domenicali, presidente e ceo di Formula 1 Group -. L’Africa ha sempre fatto parte del futuro della Formula 1 e fin dall’inizio eravamo determinati a tornare nel modo giusto, con il partner giusto, un impegno a lungo termine e una visione chiara per creare un impatto significativo».
Bugesera, quel circuito accanto all’aeroporto per un progetto oltre il weekend di gara
Il tracciato, come anticipato, sorgerà a Bugesera, nei pressi del nuovo aeroporto internazionale di Kigali, e sarà sviluppato secondo gli standard FIA Grade 1, il livello di omologazione necessario per ospitare un Gran Premio di Formula 1. Guidato dalla Rwanda Development Board, il progetto punta a sfruttare i dislivelli naturali del territorio per realizzare una pista tecnicamente impegnativa, con punti di osservazione pensati per offrire una buona visibilità agli spettatori.
La struttura non sarà concepita esclusivamente per il weekend del Mondiale, sarebbe anti economico, per non dire assurdo pensarla solamente così. L’obiettivo dichiarato è creare una destinazione utilizzabile durante tutto l’anno per competizioni motoristiche internazionali, grandi eventi, conferenze e spettacoli, all’interno di un programma più ampio che comprende sport, turismo, infrastrutture e attività commerciali.
La vicinanza all’aeroporto è funzionale a questa ambizione, perché dovrebbe agevolare l’arrivo di visitatori e operatori internazionali, mentre la continuità nell’utilizzo dell’impianto potrebbe contribuire a distribuire nel tempo i benefici economici dell’investimento.
«Questo accordo decennale è anche un investimento nel futuro del Ruanda – ha affermato Paul Kagame, presidente della Repubblica del Ruanda -, per la creazione di posti di lavoro, lo sviluppo di competenze e l’arrivo di nuovi flussi turistici e commerciali. Utilizzeremo il Gran Premio come leva per rafforzare il posizionamento internazionale del nostro Paese, facendo della Formula 1 un ulteriore tassello di una strategia già orientata all’organizzazione di manifestazioni globali».
Negli ultimi anni il Ruanda ha ospitato appuntamenti sportivi e istituzionali di rilievo, tra cui il Congresso FIFA del 2023, le Assemblee generali della FIA e la relativa cerimonia di premiazione nel 2024, oltre ai Mondiali di ciclismo su strada e alla Basketball Africa League. La Formula 1 rappresenterebbe un salto di scala per visibilità, capacità organizzativa richiesta e dimensione economica, con un accordo di lungo periodo che punta a consolidare il legame tra il Paese e il mercato internazionale dello sport.
Secondo Formula 1 Group, nel continente africano ci sono già oltre 100 milioni di appassionati del campionato e quasi il 60% dei tifosi nei principali mercati dell’Africa subsahariana ha meno di 35 anni. Numeri che spiegano l’interesse commerciale verso una geografia nella quale il potenziale di crescita del pubblico è significativo, ma che non bastano, da soli, a dimostrare la sostenibilità economica di un Gran Premio.
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Fee, organizzazione e investimenti: il conto (salato) di un GP di Formula 1
È proprio sul terreno economico che si misura la distanza tra l’ambizione di ospitare la Formula 1 e la capacità di trasformarla in un investimento sostenibile. Come è noto per chi frequenta le colonne di Sport e Finanza, organizzare un Gran Premio comporta costi che possono oscillare indicativamente tra i 100 e i 150 milioni di euro, considerando sia la fee versata alla Formula 1 per ospitare l’evento sia le spese operative, logistiche e organizzative sostenute dal promotore.
La componente legata ai diritti di ospitalità rappresenta una voce particolarmente rilevante. Per i nuovi appuntamenti, soprattutto quelli che puntano a entrare nel calendario attraverso investimenti pubblici o progetti di promozione territoriale, la fee può collocarsi indicativamente tra i 30 e i 60 milioni di euro a stagione. I Gran Premi storici, come Monza e Silverstone, beneficiano invece di una posizione consolidata e di condizioni contrattuali differenti, pur dovendo sostenere a loro volta costi importanti per mantenere la gara in calendario.
A queste somme si aggiunge la realizzazione del circuito, che nel caso ruandese dovrà essere costruito da zero e le stime iniziali collocavano in almeno 150 milioni di euro la copertura economica necessaria per un progetto di questo tipo. Certo, una valutazione preliminare non può essere considerata il costo ufficiale dell’impianto – considerando che viene poi “sbugiardata” e rivista verso l’alto per trend inflattivi, aumento dei costi delle materie prime, ritardi che fermano cantieri e aumentano ancora una volta i costi.
Ad ogni modo, l’accordo appena annunciato non contiene ancora un quadro finanziario dettagliato, né indica l’ammontare della fee annuale concordata con Formula 1 Group.
La sostenibilità dell’operazione dipenderà quindi dalla capacità di mettere a sistema risorse pubbliche, investimenti privati, sponsorizzazioni, biglietteria e ricavi generati dalle attività che il circuito potrà ospitare durante l’anno. Un Gran Premio inserito in un progetto infrastrutturale più ampio può produrre ricadute anche nel lungo termine, ma il beneficio economico non coincide automaticamente con gli incassi dell’evento e deve essere valutato considerando anche i costi sostenuti, i tempi di ritorno e l’effettiva capacità di attrarre visitatori.
Visitatori, spettatori, consumatori paganti. Già.
Ma il Paese in questione, il Ruanda, vede un reddito pro capite nell’ordine dei mille dollari, e le geografie vicine dell’Africa, dalle quali arriverebbero i 100 milioni di appassionati del continente, non staccano di tante lunghezze.
Ed è quindi lecito interrogarsi sulla dimensione del mercato locale e sull’accessibilità dei biglietti, senza però esaurire il ragionamento: il pubblico di un Gran Premio internazionale non coincide necessariamente con la sola popolazione residente, soprattutto quando il progetto punta ad attirare turisti, sponsor e imprese dall’estero. Resta da capire quale sarà il modello economico scelto per finanziare l’operazione e in quale misura il ritorno atteso sarà in grado di compensare gli investimenti necessari.
Ma, lo spettro del dubbio che possa diventare un evento di lusso, inaccessibile per i ruandesi stessi non è così balzano.
Il nodo geopolitico: la guerra nell’est della Repubblica Democratica del Congo
Accanto ai costi, c’è una seconda questione che accompagna il ritorno della Formula 1 in Africa e che non può essere liquidata come un elemento esterno al progetto. Il Ruanda è al centro di tensioni regionali legate al conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove il gruppo armato M23 ha conquistato importanti centri abitati, tra cui Goma e Bukavu, nel 2025.
Kinshasa accusa Kigali di sostenere militarmente i ribelli, mentre il governo ruandese sostiene che la propria presenza nella regione abbia finalità difensive, secondo quanto ricostruito da Blackbook Motorsport.
La questione è arrivata direttamente sul tavolo della Formula 1. Nel febbraio 2025, la ministra degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Thérèse Kayikwamba Wagner, aveva scritto a Domenicali chiedendo al campionato di evitare quella che definiva un’associazione «macchiata di sangue» con il Ruanda. La firma dell’accordo decennale rende quindi ancora più concreto il confronto tra le ambizioni commerciali della Formula 1 e le implicazioni politiche della scelta del Paese ospitante.
Non è una novità né per luoghi dove la povertà abbonda come il Ruanda ma neanche in posti dove la cifra è la ricchezza, come il Qatar, e ancor meno per Paesi dove la “democrazia si esporta” – e ogni riferimento agli Stati Uniti è volutamente voluto, che si utilizzino le sponsorizzazioni sportive internazionali come strumento di promozione turistica e reputazionale.
L’equazione, ma forse non serve l’algebra e basta l’aritmetica di un’addizione, è molto facile. La visibilità offerta dallo sport può contribuire a migliorare l’immagine internazionale di un governo mentre restano aperte questioni politiche e militari controverse.
È il terreno dello sportwashing, definizione nota ma non per questo passata di moda, che accompagna quegli investimenti sportivi legati a governi e Paesi impegnati in strategie di posizionamento globale.