F1, la nuova mappa dei proprietari: dai miliardari ai fondi sovrani, così è cambiato il Circus

Il valore dei team ha raggiunto una cifra compresa tra 34 e 36 miliardi di dollari, mentre la crescita commerciale della Formula 1 ha attirato costruttori, fondi di investimento, capitali sovrani e grandi imprenditori da ogni parte del mondo.

Ferrari 2026, Charles Leclerc
Chi detiene i team
Image credit: Ferrari Media Center

La Formula 1 non è più da tempo un affare esclusivamente europeo sia che si tratti delle grandi case automobilistiche o delle famiglie, sempre del Vecchio Continente, che per generazioni hanno costruito la propria storia attorno al motorsport.

La crescita del Circus, accelerata da ormai un decennio di gestione di Liberty Media, ha trasformato le scuderie in veri e propri asset sportivi e commerciali di tale rilevanza da attirare capitali con provenienze, strutture e obiettivi molto diversi.

Dal miliardario che controlla direttamente la propria squadra ai fondi sovrani del Golfo, passando per private equity, grandi gruppi industriali, star dello sport e dell’intrattenimento.

L’ultima conferma in questa direzione, arriva dall’ingresso di Robert Wood Johnson nella proprietà di Aston Martin, con l’acquisizione di una quota di circa il 15% del team per 525 milioni di dollari.

L’operazione, che porta nel capitale il proprietario dei New York Jets della NFL e comproprietario del Crystal Palace, fotografa bene una trasformazione che negli ultimi anni ha assunto dimensioni sempre più evidenti.

Basta, come spesso accade, guardare ai numeri per capire il perché.

 

F1 mappa proprietà: quando un solo asset vale almeno 2 miliardi di dollari

Il valore complessivo dei team di Formula 1, secondo quanto riporta il quotidiano spagnolo Marca, è oggi stimato tra 34 e 36 miliardi di dollari, mentre secondo il numero uno del Circus, Stefano Domenicali ciascuna delle undici scuderie vale almeno 2 miliardi, con le realtà di vertice che arrivano a valutazioni comprese tra 4 e 6 miliardi di dollari.

Un multiplo costruito sulla crescita di un campionato che nel 2025 ha generato 3,873 miliardi di dollari di ricavi, il 13% in più rispetto all’anno precedente, davanti a 6,7 milioni di spettatori sui circuiti e a un’audience televisiva complessiva di 1,83 miliardi di persone, in crescita del 6,8%.

È il risultato di un processo nel quale – è inutile quanto controproducente negarlo –Liberty Media ha avuto un ruolo centrale, trasformando progressivamente la F1 da campionato a carattere sì mondiale, ma a trazione prevalentemente europea in una piattaforma globale di sport entertainment, capace di attirare pubblico, sponsor, media partner e, inevitabilmente, capitali.
E oggi il paddock restituisce proprio questa trasformazione: proprietari storici e nuovi investitori, grandi gruppi industriali e fondi, famiglie e celebrità dello sport, tutti accomunati dalla consapevolezza che una squadra di Formula 1 rappresenti un asset revenue di assoluto prestigio.

Ferrari, la tradizione che fa storia e resta un modello a sé

In questa nuova geografia, Ferrari rappresenta – e continua a rappresentare – un caso difficilmente assimilabile agli altri.
La Scuderia – il solo team da sempre presente nel massimo campionato motoristico – fa capo alla società Ferrari, quotata a New York e Milano e controllata nella sua struttura azionaria dalla famiglia Agnelli attraverso Exor, che possiede il 24,4% del capitale e circa il 36,2% dei diritti di voto.

Accanto alla holding della famiglia Agnelli c’è poi Piero Ferrari, figlio del fondatore Enzo, con il 10,4% del capitale e circa il 15,4% dei diritti di voto, mentre il restante 65,2% è distribuito tra investitori e azionisti attraverso i mercati finanziari.

È una struttura che conserva quindi un legame diretto con la storia del Cavallino, ma che allo stesso tempo è ormai quella di una grande società quotata e di un marchio, non solo dell’automobilismo ma anche del lusso globale.
La Formula 1, in questo sistema, non rappresenta soltanto il cuore sportivo della Ferrari, ma anche un asset commerciale capace di generare secondo le stime riportate da Marca circa 820 milioni di euro all’anno.

Mercedes, quando lo sponsor diventa azionista

Se Ferrari rappresenta la continuità, Mercedes è invece uno degli esempi più interessanti di come la proprietà della F1 stia diventando sempre più ibrida.

Fino alla fine del 2025 il capitale della scuderia era diviso in parti sostanzialmente uguali tra Mercedes-Benz Group, Ineos e la guida indiscussa, Toto Wolff, con il 33,3% ciascuno. L’equilibrio è cambiato con l’ingresso di George Kurtz, fondatore e CEO di CrowdStrike, storico sponsor della squadra dal 2019 che ha acquisito il 15% della quota detenuta da Wolff, pari a circa il 5% del team, in un’operazione che ha attribuito alla casa tedesca una valutazione complessiva di 6 miliardi di dollari.

Wolff conserva il 28,3%, oltre alla responsabilità operativa come CEO e team principal.

Il passaggio è interessante non soltanto per la cifra, ma per la direzione che indica: un soggetto entrato nel mondo della F1 come sponsor decide in un determinanto momento di diventare anche proprietario, facendo saltare il confine tra investimento commerciale e partecipazione azionaria.

McLaren, quella squadra inglese che parla sempre più la lingua del Golfo

Un’altra fotografia significativa della nuova F1 arriva da McLaren, che dopo le difficoltà finanziarie attraversate durante la pandemia ha profondamente modificato la propria struttura societaria, fino a concentrare il capitale nelle mani di due investitori mediorientali.

 

Il 70% è detenuto da Mumtalakat, il fondo sovrano del Bahrain, mentre il restante 30% appartiene a CYVN Holdings, veicolo di investimento sostenuto da Abu Dhabi. Nel 2025 i due investitori hanno rilevato le quote ancora detenute dai precedenti soci, tra cui MSP Sports Capital, O’Connor Capital Solutions, Ares e Caspian Funds, arrivando di fatto a controllare il 100% di McLaren Racing.

L’operazione ha attribuito alla società una valutazione di circa 4,1 miliardi di dollari, contro i circa 645 milioni di euro di cinque anni prima.

I capitali sovrani, bisognosi di diversificare sempre più le attività di business dei Paesi del Golfo hanno in questo senso fatto doppiamente centro: alla mossa finanziaria si è unita quella sportiva (due titoli costruttori e uno piloti nelle ultime due stagioni) con il risultato domino di generare nuove relazioni, nuovi rapporti commerciale e dunque ulteriori investimenti fondamentali per economie ancora basate sul petrolio.

Red Bull, la proprietà verticale del Circus. Ma è sempre l’energy drink a guidare

Il modello Red Bull è invece quello dell’integrazione verticale, con la multinazionale delle bevande energetiche che controlla direttamente entrambe le proprie squadre.

Red Bull Racing e Racing Bulls sono infatti possedute al 100% da Red Bull GmbH, il cui capitale è diviso tra la famiglia thailandese Yoovidhya, titolare del 51%, e Mark Mateschitz, figlio del cofondatore Dietrich, con il restante 49%.

La particolarità non riguarda quindi soltanto la presenza di due team sotto la stessa proprietà, ma la funzione assegnata alle due strutture: Red Bull Racing rappresenta il vertice competitivo, mentre Racing Bulls costituisce una piattaforma per lo sviluppo di piloti, tecnologie e risorse commerciali.

A guardare bene è il modello che adottano sempre più molti club di calcio, con una squadra testa di serie e una per vivaio e player trading.

Le parabole dell’imprenditore-proprietario: il caso Aston Martin e Haas

Fuori dai quattro grandi casi, la varietà dei modelli diventa ancora più evidente.

Aston Martin è probabilmente l’esempio più estremo di proprietà frammentata. Lawrence Stroll mantiene il controllo attraverso Yew Tree, con circa il 33% del capitale e il 75% dei diritti di voto, ma attorno all’imprenditore canadese si è sviluppato un azionariato composto da Arctos Partners, Woody Johnson, Aramco, HPS Investment Partners, Accel, il fondo sovrano saudita PIF e Adrian Newey, al quale è stata riconosciuta una quota del 4,7% nell’ambito del suo ingresso nel progetto.

L’arrivo di Johnson, con un investimento da 525 milioni di dollari, è soltanto l’ultimo tassello di una struttura nella quale il capitale serve anche a portare nella squadra competenze, relazioni e capacità di sviluppo.

All’estremo opposto c’è Haas, uno dei pochi casi rimasti di unico proprietario, con il patron Gene Haas che controlla il 100% della squadra attraverso le proprie società, in un modello nel quale la dimensione relativamente contenuta dell’organizzazione viene compensata attraverso partnership tecniche e commerciali, come quella con Toyota Gazoo Racing.

Tra questi due estremi si colloca Williams, passata nel 2020 dalla famiglia fondatrice a Dorilton Capital, società di private equity che rilevò il team per circa 200 milioni di dollari e che vede, a poco più di sei anni di distanza, la valutazione stimata essere salita a 2,14 miliardi di dollari: una rivalutazione di oltre dieci volte che, forse più di qualsiasi altra cifra, racconta quanto possa rapidamente cambiare la percezione economica di una squadra di Formula 1.

Anche Alpine rappresenta un modello ibrido, con Renault che mantiene il 76% della società, mentre il restante 24% è nelle mani di un consorzio nel quale sono entrati Otro Capital, RedBird Capital Partners e Maximum Effort Investments, società legata all’attore Ryan Reynolds.
Attorno a questa partecipazione si è poi sviluppata una vera e propria costellazione di investitori provenienti dallo sport, con le stelle dell’NFL Patrick Mahomes, e Travis Kelce, il pugile Anthony Joshua e i calciatori Juan Mata e Trent Alexander-Arnold.

Audi, Cadillac: quando i costruttori dialogano con i fondi 

L’ingresso di Audi e Cadillac completa il quadro e dimostra come la crescita della F1 abbia riportato al centro anche i costruttori, sebbene attraverso strutture societarie che sono ormai molto diverse dal tradizionale modello della casa automobilistica proprietaria della propria scuderia.

Audi ha rilevato il 100% di Sauber Holding AG, trasformando la storica struttura svizzera nel proprio team ufficiale dal 2026, ma nel capitale è entrato anche il Qatar Investment Authority, con una quota del 30%. Il costruttore tedesco mantiene quindi la maggioranza, mentre il fondo sovrano qatariota rappresenta un partner finanziario strategico per sostenere gli investimenti necessari al progetto.

Cadillac, invece, porta nel Circus un’altra forma di capitale americano. Il team è controllato da TWG Cadillac Formula 1 Team Holdings, joint venture tra TWG Motorsports e General Motors, con Dan Towriss e Mark Walter tra i principali protagonisti della componente privata e General Motors a garantire la dimensione industriale attraverso il marchio Cadillac.

Proprietari storici e nuovi investitori, dinastie familiari e capitali arrivati da oltreoceano, fondi sovrani e private equity, miliardari e grandi gruppi industriali: i soggetti e le compagini che questi creano sono diverse ma convergono tutti sul punto d’arrivo.

Avere una proprietà nel Circus non è più soltanto una questione di passione sportiva o di prestigio personale, così come non è necessariamente legata alla produzione automobilistica: La Formula 1 è diventata un asset di tale valore da attirare capitali che fino a pochi anni fa avrebbero guardato al Circus con tutt’altro interesse.