Kirsty Coventry non cambia rotta. A quasi un anno dall’insediamento alla guida del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), la presidente zimbabwese torna a esprimersi con nettezza su uno dei temi più divisivi dello sport globale: la remunerazione degli atleti olimpici.
«Non credo sia giusto pagare gli atleti», ha dichiarato a Sport Nation durante una visita in Nuova Zelanda, dove ha incontrato funzionari olimpici della regione del Pacifico.
Una posizione che non lascia spazio a interpretazioni e che riflette la filosofia del CIO in un momento in cui il dibattito sulla distribuzione dei proventi sportivi si sta facendo sempre più pressante.
Il modello che non si tocca
Il sistema attuale prevede che gli atleti olimpici siano finanziati attraverso una combinazione di sovvenzioni pubbliche, sponsorizzazioni private e risorse personali. Una volta ai Giochi, però, non percepiscono alcun compenso né per la partecipazione né per le medaglie conquistate.
Secondo le ricerche citate dalla stessa Coventry, degli oltre 1,5 miliardi di dollari incassati dal CIO per ogni edizione dei Giochi, appena lo 0,5% torna direttamente agli atleti, attraverso i comitati olimpici nazionali o i programmi di solidarietà olimpica. Una percentuale che da sola alimenta il malcontento di chi rappresenta gli sportivi.
Coventry non ignora il problema, ma individua la soluzione altrove. «Dobbiamo trovare più modi per avere un impatto diretto sugli atleti e per aiutarli nel loro percorso verso i Giochi e durante la loro carriera olimpica», ha spiegato, citando strumenti come le borse di studio, il supporto nella ricerca dei talenti e i programmi di transizione professionale.
Una risposta che ha il sapore dell’esperienza personale: «Ero beneficiaria di una borsa di studio di solidarietà olimpica. Senza quei fondi, non sono sicura che avrei avuto lo stesso successo».
La crepa aperta da World Athletics
Il fronte, tuttavia, si sta muovendo. Nel 2024, a Parigi, World Athletics ha rotto un tabù storico introducendo premi in denaro per i campioni olimpici dell’atletica leggera: 50mila dollari per ogni medaglia d’oro individuale. Un precedente che ha riacceso il confronto all’interno del movimento e che Coventry non può ignorare, pur ribadendo la propria contrarietà a estendere il modello all’intero sistema olimpico.
La questione dei diritti di immagine aggiunge un’ulteriore dimensione alla discussione. Gli atleti lamentano che il CIO possa utilizzare il loro nome, la loro immagine e la loro somiglianza per promuovere i Giochi senza riconoscere alcuna contropartita economica. La presidente risponde con pragmatismo: «Ottengono sedi meravigliose. Ottengono villaggi meravigliosi. Ottengono un’esperienza meravigliosa. E tutto questo deriva dai fondi che raccogliamo».
Una difesa dell’infrastruttura come forma indiretta di compensazione, che a molti atleti appare insufficiente.
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Il caso NCAA e il rischio di frammentazione
Il confronto con il modello americano è inevitabile. Nel 2021 la NCAA ha modificato le proprie regole, consentendo agli studenti-atleti di monetizzare la propria immagine attraverso accordi commerciali individuali. Una rivoluzione che ha trasformato l’ecosistema dello sport universitario statunitense, con ripercussioni anche sull’Europa (in particolar modo nel basket).
Coventry esclude esplicitamente un percorso analogo per il movimento olimpico: adottare una logica di pagamento diretto, sostiene, significherebbe ridisegnare l’intera architettura dei Giochi, con meno Paesi rappresentati, meno discipline e una selezione molto più rigida. «Non credo che questo rappresenti i Giochi Olimpici», ha affermato con decisione.
Un equilibrio sempre più precario
Il dibattito si inserisce in un contesto più ampio di tensioni tra grandi eventi sportivi e atleti sui modelli di distribuzione dei proventi. Anche il tennis è alle prese con dinamiche simili: al Roland Garros, i giocatori di punta rivendicano una quota maggiore delle entrate, sostenendo di ricevere attualmente solo il 14,3% dei ricavi, contro il 22% che chiedono.
Il torneo parigino ha risposto con un aumento del montepremi del 9,5%, portandolo a 61,7 milioni di euro, senza tuttavia rivedere le percentuali di fondo.
Per il CIO, la sfida è mantenere la coesione di un movimento che include oltre 200 comitati nazionali e decine di federazioni internazionali, ciascuna con interessi e aspettative differenti. Coventry ne è consapevole: «Quello che metto in discussione sono gli atleti, le federazioni internazionali, che chiedono sempre più soldi, i comitati olimpici nazionali: il modello di solidarietà è molto particolare».
Un avvertimento velato a chi spinge per una revisione radicale del sistema.
La posizione della presidente è, almeno per ora, ferma. Ma la pressione dal basso, ovvero da atleti, federazioni e da un mercato sportivo sempre più attento al valore commerciale dei protagonisti, difficilmente si esaurirà prima dei prossimi Giochi.