Il sogno americano conquista i giovani cestisti. Il caso di Quinn Ellis rappresenta solo l’ultimo capitolo di un fenomeno che sta ridefinendo gli equilibri del basket europeo: la crescente migrazione di talenti verso il sistema universitario statunitense.
Il play dell’Olimpia Milano è finito al centro di una vera e propria asta tra due colossi NCAA, Louisville Cardinals e Duke Blue Devils, pronti a offrirgli cifre nell’ordine dei 4,5 milioni di dollari lordi annui per convincerlo a trasferirsi oltreoceano, in base a quanto riporta gazzetta.gr.
Il divario economico tra basket europeo e collegiale
Le cifre sul piatto per il britannico, protagonista di una stagione di alto livello tra LBA ed Eurolega, evidenziano in modo netto il divario economico tra il basket europeo e quello collegiale americano.
Se si parametra l’offerta ricevuta dal cestista inglese con gli stipendi di Eurolega, si nota come Ellis con uno stipendio di 4,5 milioni di dollari sarebbe virtualmente il terzo più pagato della competizione dopo Vasa Micic e Kendrick Nunn, scalzando dal podio Sasha Vezenkov.
Ellis, attualmente percepisce circa 250mila euro a stagione con l’Olimpia, che gli ha proposto un adeguamento contrattuale con un ingaggio più che quadruplicato sentendosi rispondere picche.
Le lacune dell’impianto normativo
La vicenda riporta al centro del dibattito una questione ormai strutturale: l’assenza di un sistema normativo capace di tutelare i club europei che investono nello sviluppo dei giovani talenti.
Le attuali regole NCAA consentono infatti ai giocatori di disattendere unilateralmente i contratti con le società europee senza alcun indennizzo, congelando semplicemente il vincolo che potrà riattivarsi solo in caso di ritorno in Europa o di approdo in NBA.
Come ha spiegato l’agente internazionale Misko Raznatovic, «i giocatori ricevono offerte dieci volte più alte che in Europa, quindi è una decisione molto facile per loro e per le famiglie».
La svolta nel 2021 con i contratti NIL
Il punto di svolta è arrivato nel 2021 con l’introduzione dei contratti NIL (Name, Image and Likeness), che hanno permesso agli atleti universitari di monetizzare la propria immagine attraverso sponsorizzazioni, collaborazioni digitali e apparizioni mediatiche. Un cambio di paradigma che ha inevitabilmente modificato anche il livello della competizione NCAA,
In questo nuovo scenario, molti giocatori arrivano a guadagnare cifre paragonabili a quelle dei colleghi NBA pur senza aver ancora firmato un contratto professionistico, rendendo il sistema NCAA estremamente competitivo economicamente rispetto ai top club europei.
Non sorprende quindi che, secondo diverse indiscrezioni riportate dalla stampa spagnola, Real Madrid e Barcellona abbiano persino valutato la possibilità di ridimensionare o chiudere i propri settori giovanili, scoraggiate dalla difficoltà crescente nel trattenere i migliori prospetti.
Il punto di vista della FIBA
«Queste somme di denaro che finiscono nelle mani di giocatori di 18-20 anni sono per loro positive, siamo felici per loro – ha commentato il segretario generale FIBA Andreas Zagklis –. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che questa ha smesso di essere principalmente un’esperienza accademica per gli atleti. I college NCAA stanno diventando ogni giorno di più entità commerciali o veri e propri club professionistici».
La FIBA, dal canto suo, ha cercato di correre ai ripari proponendo l’introduzione di una Letter of Clearance obbligatoria per i trasferimenti verso gli Stati Uniti, misura che garantirebbe maggiore tutela ai club formatori e maggiore trasparenza sulle condizioni offerte agli atleti
«Il nostro ecosistema si basa su un principio: ci si può trasferire solo se i contratti vengono rispettati. Gli accordi devono essere rispettati – ha aggiunto Zagklis -. Per passare da un’istituzione cestistica professionistica a un’altra, di fatto professionistica, dovrebbe esistere un processo, una Letter of Clearance», proposta che sta però incontrando le resistenze della lega collegiale.
I trasferimenti dello scorso anno
Nel frattempo, i casi continuano a moltiplicarsi anche in Italia. L’Olimpia Milano ha già perso lo scorso anno Achille Lonati, che prima di esordire tra i grandi è approdato a St. Bonaventure.
«Solo nel nostro settore giovanile abbiamo 4-5 giocatori che sono già stati contattati da università americane – aveva commentato all’inizio della scorsa stagione l’allora head coach di Milano Ettore Messina –. Io ho parlato con uno di loro, mi ha chiesto un consiglio e gli ho detto che ci deve andare. Perché è l’esperienza di vita più bella che puoi fare al mondo».
Guardando agli azzurri, sempre la scorsa stagione Dame Sarr, che ha lasciato il Barcellona per unirsi a Duke, mentre il giovane Elisée Assui, è in procinto di passare da Varese alla George Washington University dopo essersi messo in luce in Serie A.
I rumors legati a questa stagione
Le attenzioni dei college statunitensi hanno coinvolto anche il capitano di Varese Matteo Librizzi che ha un contratto con i lombardi fino al 2028, su cui avrebbero messo gli occhi DePaul, Ole Miss e Gonzaga, riporta il Quotidiano Sportivo.
Fari puntati anche sul play di Baskonia e della Nazionale Matteo Spagnolo, oltre alla guardia della Vanoli Cremona Davide Casarin, osservati speciali in vista di un possibile approdo in NCAA.
La normativa rilevante per queste casistiche è quella del cosiddetto Delayed Enrollment, che governa le casistiche in cui un atleta si unisce ad un college USA in un periodo successivo rispetto alla fine degli studi liceali.
Il regolamento concede un periodo di grazia di un anno dopo il diploma ma riduce progressivamente gli anni di eleggibilità rispetto ai quattro canonici in base all’esperienza maturata nei campionati professionistici, fino ad azzerarli.
Attualmente, Librizzi e Spagnolo si trovano nell’ultima finestra utile per sfruttare almeno un anno di college, mentre Ellis e Casarin, avendo iniziato più tardi il percorso professionistico, potrebbero potenzialmente beneficiare di una permanenza biennale.
Una frattura interna al sistema
Il fenomeno degli europei – e in particolare degli italiani – in NCAA si sta affermando sempre più come una tendenza strutturale destinata a crescere, che solleva tuttavia interrogativi sulla sostenibilità economica derivante dall’attuale assetto regolamentare.
Questo squilibrio genera una frattura evidente all’interno del sistema: da un lato club che sostengono i costi dello sviluppo tecnico e umano degli atleti, dall’altro un ecosistema – quello NCAA – che può attrarre gli stessi giocatori nella fase più matura della loro crescita, beneficiando del lavoro svolto altrove senza dover corrispondere alcun compenso.
Il rischio concreto è quello di un progressivo disimpegno dei club europeo dai settori giovanili, con conseguenze a lungo termine sull’intero movimento cestistico: il richiamo degli Stati Uniti è sempre più forte, mentre per il Vecchio Continente urge correre ai ripari.