C’è un paradosso al cuore del sistema sportivo italiano: mentre il paese celebra i propri campioni come simboli identitari, la maggior parte dei cittadini non può seguirli in chiaro, e le atlete faticano a esistere nell’immaginario collettivo.
Due dinamiche distinte, la concentrazione dei diritti tv nelle mani delle pay tv e la marginalizzazione dello sport femminile nel palinsesto pubblico, che però si alimentano a vicenda, producendo un mercato impoverito e una narrazione monogenere.
Il muro del pagamento: diritti tv e accesso allo sport
Il caso del tennis è emblematico. Jannik Sinner è stato elevato a simbolo nazionale, ma la finale del Masters 1000 di Madrid era accessibile soltanto agli abbonati Sky. Per gli Internazionali d’Italia, i diritti appartengono in esclusiva all’emittente satellitare fino al 2028: la trasmissione parziale su Tv8 – canale free del gruppo Sky – è una concessione discrezionale.
La legge sugli «eventi di particolare rilevanza per la società», che riconosce il diritto alla visione gratuita di semifinali e finali con atleti azzurri, è sospesa fino alla scadenza dei contratti in essere. Un vuoto che nessun automatismo colmerà a breve. Il risultato è un modello di accesso penalizzante per chi non ha disponibilità economica, un filtro di classe che agisce in silenzio, senza dibattito pubblico.
Come scrive Domani: «Lo sport non è più un linguaggio comune, bensì un lusso da pagare a rate mensili e da sostenere con una lucida mappa mentale.»
Il rapporto Rai: i numeri di un fallimento culturale
Sul versante della rappresentazione femminile, il recente report quinquennale di monitoraggio Rai – presentato l’8 maggio alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana dalla Commissione pari opportunità dell’Usigrai, sotto la direzione scientifica della professoressa Francesca Dragotto dell’Università Tor Vergata – fotografa un’anomalia strutturale.
Su quasi 1.900 programmi monitorati, appena il 38,1% delle persone andate in onda sui tre canali è donna. In dieci anni, la presenza femminile è cresciuta di meno del 5%.
Lo sport, in questo quadro già sconfortante, è il tallone d’Achille: la quota femminile si ferma al 17 per cento. Dragotto ha sintetizzato il problema in termini sistemici: avere meno di 4 donne su 10 nelle trasmissioni del Servizio pubblico, soltanto 1 donna su 4 tra gli over 65, e una presenza marginale nello sport o tra le opinioniste esperte «non sono fenomeni separati ma espressioni degli stessi modelli mentali».
Il report è quindi la prova che la televisione pubblica, finanziata dal canone e vincolata da un Contratto di servizio a compiti culturali ed educativi, non sta svolgendo la propria missione istituzionale.
In Italia cresce l'interesse per lo sport femminile, ma manca visibilità
La domanda c’è: un mercato ignorato
A questi dati si sovrappone un’analisi di mercato che segnala un’opportunità clamorosamente non colta. Secondo una ricerca di YouGov presentata insieme a Spike Media e the breakaway, oltre 18 milioni di italiani dichiarano interesse per lo sport femminile. Il profilo del fan è tutt’altro che occasionale: si tratta di un pubblico che segue anche le competizioni ordinarie di campionato, conosce atlete e squadre, ricerca i contenuti di propria iniziativa. Una platea «più esperta, partecipe e fidelizzata» rispetto al pubblico generico.
Il 37% del campione si dichiara «abbastanza interessato», confermando un potenziale di crescita ancora inespresso.
La barriera non è la qualità dello spettacolo: solo il 14% attribuisce il minor seguito a una percepita minore spettacolarità, mentre il 30% individua nella scarsa copertura mediatica la principale causa del ritardo.
Il pregiudizio sulla qualità non regge ai dati, eppure continua a orientare le scelte editoriali. È un corto circuito in cui la mancanza di investimento produce invisibilità, l’invisibilità produce scarsa domanda apparente, e la scarsa domanda apparente giustifica la mancanza di investimento.
Per spezzarlo, secondo i ricercatori, serve un intervento che agisca sul lato dell’offerta, non su quello della domanda. Tra i segmenti più reattivi, la Generazione Z: oltre un milione e mezzo di giovani ricercano attivamente una più ampia visibilità dello sport femminile.
Cosa si può fare
Per la Rai, il margine d’azione è ampio a prescindere dalla questione dei diritti tv. Il servizio pubblico non può trasmettere eventi che non possiede, ma può acquisire i diritti di campionati femminili ancora sottovalutati e sottopagati, produrre documentari e approfondimenti, garantire continuità narrativa alle atlete al di là degli exploit olimpici, costruire un linguaggio che non sia ancillare o stereotipato.
La presenza episodica – la «mamma campionessa», l’atleta sex symbol – non è rappresentazione: è una forma raffinata di esclusione. Ciò che non si vede, non ha importanza: ecco il meccanismo attraverso cui metà della popolazione viene omessa dal racconto del paese.
I dati presentati dalla campionessa olimpica Antonella Bellutti alla stessa occasione certificano la fragilità economica del sistema: il 77% delle sportive è priva di contratto o scrittura privata.
La posta in gioco, tuttavia, va oltre i bilanci. Lo sport è storicamente uno degli spazi in cui una comunità costruisce la propria idea di successo e di possibilità. Rinunciare a una rappresentazione femminile autorevole e accessibile significa rinunciare a un pezzo di progresso collettivo e lasciare sul tavolo un mercato da decine di milioni di potenziali spettatori già pronti ad essere intercettati.