Abituata da sempre a garantire spettacolo e alti livelli di audience, l’NBA per sua natura (e struttura) tollera solo in parte gerarchie sportive ed economiche troppo marcate. La lega cerca di limitare gli squilibri attraverso un sistema rigidamente regolamentato, basato su salary cap, luxury tax, redistribuzione dei ricavi e draft.
Proprio quest’ultimo rappresenta il principale strumento di riequilibrio competitivo: nell’ottica di una distribuzione più equa del talento, sono infatti le franchigie “peggiori” ad avere priorità nella selezione dei talenti migliori.
Tuttavia, è proprio questa logica compensativa che ha generato speculazioni ed effetti sempre più controversi nello sport professionistico statunitense. Il tanking rappresenta uno dei fenomeni più paradossali all’interno della NBA: perdere strategicamente, anno dopo anno, così da ricostruire la franchigia grazie alla dinamica cumulativa del draft.
Insomma, un vero e proprio cortocircuito culturale che va nella direzione opposta rispetto ai valori di cui si fregia l’NBA, quali la competitività, lo spettacolo, la meritocrazia.
Il “metodo” della sconfitta strategica dunque, lascia poco spazio alle interpretazioni. L’obiettivo delle franchigie meno competitive è quello di riposizionarsi, in pochi anni, come nuove contender della NBA, sottraendosi ai tradizionali centri di potere e al predominio delle grandi piazze.
Una corsa alla grandezza che crea non pochi interrogativi: avere il draft dalla propria parte rappresenta davvero la soluzione a tutti i mali? E il tanking è realmente il modo più efficace per riproporsi nella ristretta cerchia dell’élite della lega?
NBA fallimento tanking: Il caso dei Golden State Warriors
I casi in cui il drafting ha prodotto vittorie e risultati sono meno numerosi di quanto si possa pensare. L’esempio dell’epopea dei Golden State Warriors, capaci di costruire una nuova dinastia a distanza di 40 anni dall’ultimo titolo, rappresenterebbe una visione miope e controproducente se si pensasse solamente ad una semplice operazione di tanking.
Infatti, l’eccellente lavoro nei draft difficilmente sarebbe bastato senza uno sviluppo tecnico di alto livello e una gestione efficace del roaster. La loro ascesa dimostra come il talento acquisito attraverso le selezioni rappresenti soltanto la base minima di un progetto vincente.
Come è avvenuta la ricostruzione: da Steph Curry a Klay Thompson
La ricostruzione dei Golden State Warriors è considerata uno dei migliori esempi di team building nella storia della NBA perché non nacque da una singola pedina acquistata sul mercato. Stephen Curry infatti arrivò nel 2009 come settima scelta, Klay Thompson nel 2011 come undicesima, Draymond Green l’anno successivo come trentacinquesima.
Un lavoro di rebuilding così certosino da avere pochi precedenti nella lega e che nulla ha a che fare con le logiche speculative del tanking. Il caso più simbolico in questo senso è proprio quello di Draymond Green: la scelta numero 35 che diventa il pilastro di una dinastia, una cosa rarissima.
La politica sportiva della squadra di San Francisco fu dunque un capolavoro di pazienza e lungimiranza: a Curry, ad esempio, fu dato il tempo di crescere senza patire pressioni, parallelamente allo sviluppo di un’identità di gioco chiara, una chimica di squadra e a un coaching di assoluto livello nella figura di Steve Kerr. Thompson fu il perfetto completamento del primo in termini tecnici e poi Green, sul quale qualcuno storse il naso, ma che i Warriors acquisirono (a ragione) per la versatilità e il senso della leadership che da tempo mancavano alla squadra della West Coast.
L’arrivo della nuova proprietà: Joe Lacob e Peter Gube
L’arrivo della nuova proprietà nel 2010 fu probabilmente il vero punto di svolta nella trasformazione dei Golden State Warriors da franchigia mediocre a dinastia NBA. Joe Lacob e Peter Gube presero in mano un club che veniva da anni di grandi delusioni, tra playoff mancati e scarse ambizioni. Il potenziale però era enorme: oltre alla squadra, c’era un brand che poteva (e doveva) ancora crescere, attraverso l’eco dei risultati sul campo e il richiamo globale del brand di riferimento, l’NBA.
L’approccio fu praticamente in stile “Silicon Valley”: pazienza, innovazione, vittoria. Fu questa la filosofia che innescò il ciclo di ricostruzione (vincente) della franchigia californiana. I Warriors investirono enormemente in analisi statistiche avanzate, scouting moderno, valutazione del talento: aspetti che introdussero il basket stesso in una nuova era.
Risultato? Quattro titoli tra il 2015 e il 2022 e ben 73 vittorie nel 2016. Con l’arrivo di Kevin Durant, i Warriors chiusero il cerchio schierando in campo uno dei quintetti più forti della storia.
Il caso dei Sixers: l’esperimento più controverso (e fallimentare) della lega
Il caso dei Philadelphia 76ers, viceversa, è probabilmente l’esempio più estremo, famoso e controverso di tanking nella storia recente della NBA. È il periodo chiamato “The Process”, in cui la franchigia chiedeva ai suoi tifosi di avere fiducia nel “processo”, accettando anni di sconfitte volontarie per costruire una contender credibile nel lungo periodo.
L’idea, attuata dal general manager Sam Hinkie, non era né innovativa né originale. Scavava invece nel solco del tanking più estremo, semplicemente per permettere al club di accumulare prime scelte in ogni draft a discapito dello smantellamento del vecchio roaster. Ne vennero fuori stagioni clamorosamente negative, sintomo che la strategia alla base del “processo”, fino quel momento, stava funzionando.
Ecco cosa non ha funzionato nella strategia di Philadelphia
Diversi sono i fattori per cui la strategia di Philadelphia, alla fine, fallì alla riprova del campo (nonostante le numerose “pick” alte al draft tra cui Ben Simmons e Joel Embiid). Innanzitutto l’instabilità dirigenziale: Sam Hinkie infatti fu costretto a dimettersi nel 2016, dopo le accuse della lega secondo cui il general manager dei Sixers stava compromettendo la competitività e l’immagine del campionato.
In secondo luogo, ma non per importanza, gli errori di sviluppo tecnico e nella costruzione della nuova rosa: infatti, se da una parte alcuni prospetti non esplosero, altri invece faticarono a integrarsi, e, ancora, nonostante l’accumulo di talento, non sempre tra i giocatori ingaggiati vi era complementarità e feeling tecnico. Inoltre, a causa di questo programma, Philadelphia finì sotto una gigantesca lente d’ingrandimento in cui la pressione mediatica, data la natura della scelta, era alle stelle.
Il caso dei Sixers dunque è importante perché dimostra contemporaneamente il potere del draft, ma anche tutti i limiti del tanking. La franchigia cercò di trasformare la sconfitta in strategia scientifica ma il basket, come si accorsero alla fine i vertici del club, non è un’equazione sicura.
NBA fallimento tanking: le implicazioni economiche
Le implicazioni economiche del tanking nella NBA sono altrettanto profonde e coinvolgono non soltanto le singole franchigie, ma l’intero sistema NBA. La diminuzione della competitività produce infatti un effetto domino che si riflette inevitabilmente sia sui bilanci dei club sia sul valore complessivo della lega. Partite prive di reali ambizioni sportive tendono ad avere un impatto mediatico inferiore e, di conseguenza, a generare meno interesse presso pubblico e broadcaster.
Parallelamente, il peggioramento dello spettacolo offerto alimenta la disaffezione dei tifosi, con ripercussioni dirette sulla vendita dei biglietti, sul merchandising e sugli ascolti televisivi locali.
Nel lungo periodo, tutto ciò rischia di tradursi in una progressiva perdita di appeal commerciale, compromettendo non solo l’immagine delle singole franchigie, ma anche la forza attrattiva dell’intero prodotto NBA.
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