Il settore degli articoli sportivi si conferma un comparto di peso nell’economia globale, ma deve fare i conti con alcune criticità che potrebbero comprometterne la crescita. È quanto emerge dal rapporto The Industry That Moves the World, realizzato dalla World Federation of the Sporting Goods Industry (WFSGI) in collaborazione con Oliver Wyman, che per la prima volta misura l’impatto economico complessivo dell’industria a livello mondiale.
Le vendite dirette di articoli sportivi raggiungono oggi 614 miliardi di dollari a livello globale. Se si considerano anche il valore aggiunto generato lungo la filiera e la spesa salariale dei lavoratori coinvolti, l’attività economica complessiva riconducibile al settore sale a 675 miliardi di dollari, pari a circa lo 0,6% del PIL mondiale. Un valore paragonabile all’intero prodotto interno lordo del Belgio o della Svezia.
Sul fronte occupazionale, il settore sostiene 28 milioni di posti di lavoro nel mondo, equivalenti a un impiego ogni 125 a livello globale. Di questi, 10,5 milioni sono diretti: 7 milioni nella manifattura, concentrata soprattutto nell’area Asia-Pacifico, 2,6 milioni nel retail, 600mila nella distribuzione e 300mila nelle funzioni aziendali e corporate. I restanti 18 milioni sono legati agli effetti indiretti e indotti lungo la catena di fornitura e alla spesa dei lavoratori del comparto.
Sponsorizzazioni, innovazione e gettito fiscale
L’industria degli articoli sportivi è anche la principale fonte di sponsorizzazione sportiva a livello mondiale. Nel 2024 le aziende del settore hanno investito circa 5 miliardi di dollari in sponsorizzazioni in denaro, a cui si aggiunge un contributo significativo sotto forma di prodotti e supporto in natura. Circa un terzo di tutte le sponsorizzazioni agli atleti proviene da aziende di articoli sportivi.
Il comparto si distingue inoltre per il ritmo dell’innovazione. I brevetti legati allo sport sono cresciuti a un tasso annuo del 7,6% tra il 2016 e il 2025, oltre il 70% in più rispetto alla crescita media dei brevetti registrata nell’economia globale.
Le entrate fiscali dirette generate dal settore raggiungono 120 miliardi di dollari all’anno. Considerando anche gli effetti lungo la catena di fornitura e la spesa salariale, il valore sale a 230 miliardi di dollari.
Il nodo delle tariffe doganali
A fronte di questi numeri, il rapporto evidenzia una distorsione normativa che penalizza il comparto. La tariffa media doganale applicata agli articoli sportivi è pari al 14,1%, quasi tre volte superiore alla media del 5,2% prevista per tutte le merci scambiate a livello internazionale e oltre sette volte quella applicata ai farmaci, che dal 1995 beneficiano di un accordo settoriale dedicato in sede WTO. Gli articoli sportivi, invece, non dispongono di un trattato analogo in grado di ridurne i costi di scambio.
Il gettito fiscale complessivo derivante dalle tariffe sul settore oscilla tra gli 8 e i 15 miliardi di dollari all’anno. Secondo il rapporto, si tratta comunque di una cifra inferiore alla metà del costo diretto che l’inattività fisica impone ogni anno ai sistemi sanitari, stimato tra 30 e 48 miliardi di dollari.
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Il rischio sedentarietà
Il principale allarme dello studio riguarda però il rapporto tra salute pubblica e prospettive dell’industria. Sono 1,8 miliardi gli adulti che oggi non raggiungono i livelli minimi raccomandati di attività fisica, più della popolazione complessiva di India o Cina, pari al 31% della popolazione adulta mondiale. Tra i giovani di età compresa tra gli 11 e i 17 anni la percentuale raggiunge invece l’80%.
Il tasso di inattività globale è passato dal 26% del 2010 al 31% del 2022 e, secondo le stime, potrebbe arrivare al 35% entro il 2030, ben oltre l’obiettivo di riduzione fissato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Una tendenza che avrebbe conseguenze anche sul piano economico per il settore. Se la sedentarietà dovesse continuare a crescere agli attuali ritmi, fino a 133 miliardi di dollari di fatturato annuo, pari a circa un quinto del volume d’affari attuale, potrebbero essere a rischio entro il 2030.
Le richieste dell’industria ai governi
Per invertire questa tendenza, il rapporto individua tre priorità politiche: quadri commerciali in grado di sostenere catene del valore globali resilienti e garantire un accesso prevedibile ai mercati; un trattamento fiscale e normativo che riconosca il rapporto tra accessibilità economica dei prodotti e partecipazione sportiva; una cooperazione tra pubblico e privato che metta le capacità industriali del settore al servizio degli obiettivi nazionali di salute e sviluppo economico.
«Per decenni il nostro settore ha investito nell’innovazione e sostenuto economie, posti di lavoro e comunità in tutto il mondo, ma finora mancava una valutazione completa del suo contributo economico globale – ha dichiarato Emma Zwiebler, direttrice esecutiva della WFSGI. – Questo rapporto dimostra che non siamo solamente una forza economica: generiamo anche un beneficio diretto per la salute pubblica, incoraggiando più persone a muoversi».
A livello geografico, l’Asia-Pacifico rappresenta l’area più rilevante per il settore con il 35,7% del mercato, seguita da Nord America (32,2%), Europa (18,4%), Medio Oriente e Nord Africa (7,4%) e America Latina e Caraibi (6,4%).
La produzione manifatturiera, che coinvolge 62 Paesi, resta concentrata per circa il 70% in sei hub: Cambogia, Cina, India, Indonesia, Taipei Cinese e Vietnam.