La riapertura del conflitto tra Iran e Stati Uniti ha spazzato via, almeno per ora, l’ipotesi di un recupero del Gran Premio del Bahrain. La Formula 1 si trova così a dover ridisegnare gli ultimi mesi della stagione 2026 sotto la pressione di un’instabilità geopolitica che non accenna a placarsi, e che comincia a farsi sentire anche sui conti di Liberty Media.
Ricordiamo che il calendario originario prevedeva 24 gare. Con l’avvio della guerra del Golfo, scoppiata il 28 gennaio, sono saltati sia il GP del Bahrain sia quello dell’Arabia Saudita. E, allo stato attuale, sono a rischio anche le gare conclusive.
Un calendario in ostaggio della geopolitica
Il promotore aveva lavorato a un rientro della gara di Sakhir tra Singapore e Azerbaijan, sfruttando l’unica finestra disponibile del calendario, il 4 ottobre. L’intensificarsi dei raid statunitensi contro l’Iran, seguito dalla risposta di Teheran contro basi americane in Giordania, Bahrain e Kuwait, ha però fatto naufragare l’operazione.
Una proposta emersa è raddoppiare le gare a Baku o Singapore. Tra le squadre non c’è entusiasmo per questa ipotesi, ma attualmente resta comunque la più concreta: consentirebbe di limitare gli spostamenti logistici e di contenere i costi in un momento in cui il numero minimo di gare stabilito dagli accordi con gli sponsor e con le emittenti televisive resta un vincolo contrattuale da rispettare.
Anche la candidatura della Turchia, circuito di Istanbul Park, si è arenata: servirebbero interventi infrastrutturali sui cordoli e sulle protezioni della pista, possibili solo con un impegno diretto del governo di Ankara.
Restano fuori discussione, per motivi logistici legati al rientro dei team dall’Europa dopo Madrid, anche Portimao e Imola.
Formula 1, Madrid punta a un GP da 450 milioni l'anno: «Con gli sponsor finanzieremo il circuito»
Il vero nodo: Qatar e Abu Dhabi
Se il caso Bahrain sembra ormai archiviato, la vera incognita riguarda il finale di stagione. Il GP del Qatar e quello di Abu Dhabi, in programma il 29 novembre e il 6 dicembre, restano ufficialmente in calendario, ma la loro tenuta dipende dall’evoluzione del conflitto nei prossimi mesi.
Stefano Domenicali ha più volte rassicurato sull’esistenza di un piano alternativo, escludendo però che il mondiale possa chiudersi anticipatamente a Las Vegas. Nel paddock si parla di Zandvoort, la gara che riapre la stagione dopo la pausa estiva, come termine ultimo per sciogliere i nodi residui.
L’impatto sui conti
Al momento dell’annuncio della cancellazione dei due GP mediorientali, gli analisti di Guggenheim Partners avevano già quantificato il danno: tra i 190 e i 200 milioni di dollari di ricavi persi, con una ricaduta sull’EBITDA stimata in circa 80 milioni, pari all’8% del margine degli ultimi dodici mesi.
Cifre rilevanti ma non decisive per un gruppo che nel 2025 ha registrato ricavi complessivi vicini ai 3,9 miliardi di dollari e un utile operativo di 632 milioni. Il titolo Liberty Formula One, quotato al Nasdaq, ha del resto reagito con una flessione contenuta, appena l’1,3%, nella giornata in cui circolavano le prime voci sulla cancellazione.
A pesare maggiormente sarà la voce delle commissioni dei promotori, ovvero i pagamenti che circuiti, città e governi versano alla Formula 1 per ospitare le gare. Nel 2025 questa linea di ricavo ha generato circa 824 milioni di dollari, pari al 27% dei ricavi primari del campionato, un flusso costruito su accordi pluriennali firmati con largo anticipo e quindi particolarmente stabile.
Secondo le stime di Guggenheim, Bahrain e Arabia Saudita versano insieme circa 115 milioni di dollari l’anno, quasi il 14% dell’intero gettito da promoter. L’accordo saudita, siglato nel 2021, vale circa 70 milioni annui fino al 2030; quello del Bahrain, presenza storica del calendario, garantisce circa 52 milioni fino al 2036.
Il conto vero, spiegano gli analisti, emergerà nei risultati del secondo trimestre, periodo in cui si sarebbero dovute disputare entrambe le gare cancellate.
Alpine, Renault frena sulla vendita della quota di Otro Capital ma ribadisce: «Non ha funzionato»
Una domanda di lungo periodo
Al di là dell’impatto immediato sui bilanci, la vicenda apre un interrogativo strutturale. Il Medio Oriente resta uno dei mercati più redditizi per la Formula 1, ma anche uno dei più esposti al rischio geopolitico.
La tenuta degli accordi pluriennali con Bahrain e Arabia Saudita, e la possibilità stessa di continuare a costruire il calendario attorno a quell’area, dipenderà ora dalla capacità del Circus di gestire un contesto sempre più imprevedibile.
La domanda resta comunque la stessa: la Formula 1 tornerà in Medio Oriente?