A un anno dalla sua elezione alla presidenza del Comitato Italiano Paralimpico, Marco Giunio De Sanctis traccia a Il Resto del carlino un bilancio che intreccia sport, investimenti infrastrutturali e visione sociale.
Il tema centrale, per il presidente, resta quello degli impianti: «Il punto fondamentale era l’impiantistica e credo che ci siamo mossi egregiamente» ha dichiarato.
Gli impianti mancano, ma vi sono progressi
De Sanctis ricorda i lavori già avviati a Roma, dove il secondo stralcio del centro federale è stato completato e si attende ora il via libera della giunta comunale per bandire una gara da circa 10 milioni di euro. Il progetto prevede una foresteria da 30 stanze con centri fisioterapici e un palazzetto dello sport pensato per ospitare le federazioni in un’unica sede.
Gli investimenti non si fermano alla Capitale.
«Ci saranno altri due centri federali nazionali, – ha dichiarato il presidente del CIP. – A Trento, finanziato dalla Provincia autonoma, siamo solo in attesa di realizzare il progetto per poi mettere a bando il progetto esecutivo, lì ci sarà un’unità spinale e diventerà un centro paralimpico per gli sport estivi e invernali. Il terzo lo abbiamo già individuato a Reggio Calabria, sempre con investimento della Regione, a Lamezia Terme dove c’è già un palazzetto dello sport molto bello. Nell’area saranno realizzati campi sportivi a completamento».
De Sanctis guarda anche ai territori regionali, con centri di avviamento già in fase avanzata in Veneto e a Varese, in Lombardia. Un dato però pesa sul quadro complessivo: «Il 90% degli impianti esistenti sono inaccessibili alla disabilità, soprattutto motoria».
Un problema che può essere risolvibile grazie alla sintonia tra federazioni e strutture civili.
Non solo infrastrutture
Al netto delle infrastrutture, il presidente rivendica un cambio di passo anche sul piano gestionale, con criteri più oggettivi per la distribuzione dei contributi e i premi agli atleti.
«Sto cercando di dare un’impronta un po’ più manageriale a un Comitato Paralimpico che ritenevo ingessato su avviamento e promozione. Possiamo fare molto di più, dobbiamo avviare allo sport tante persone e occuparci dell’inclusione che riguarda anche patologie e disabilità che non sono dichiarabili come sportive, parlo dei trapiantati o degli affetti da patologie oncologiche che hanno diritto di fare sport».
Su questo fronte è in corso un dialogo con il ministro Andrea Abodi per ampliare le opportunità economiche del movimento.
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Non basta parlare di inclusione
De Sanctis non usa mezzi termini, soprattutto sugli aspetti culturali legati alla disabilità: «Oggi si fanno tutti belli con l’inclusione, è diventata una parola che si usa per qualsiasi cosa. Ma servono i fatti, perché come Paese non siamo certo all’avanguardia, questa è la verità».
Il confronto con Francia, Scandinavia e Stati Uniti resta impietoso, secondo il presidente, che sottolinea come in quei paesi lo sport sia integrato realmente nel sistema scolastico. Gli effetti? «Così cambia le mentalità, migliora l’integrazione in generale»
Un paragone che pesa se si considera che, come ricorda lo stesso De Sanctis, l’Italia ha impiegato ottant’anni prima di vedere lo sport entrare in Costituzione.
Riduzione spesa sanitaria
Il presidente collega la pratica sportiva paralimpica alla riduzione della spesa sanitaria. Le stime restano difficili da quantificare con precisione, data la ridotta base di tesserati, ma il ragionamento è chiaro:
«Deve crescere il numero di chi fa sport dall’1 gennaio al 31 dicembre. Dietro l’alto livello, dietro i potenziali tesserati che fanno un’attività saltuaria presso scuole, unità spinali o agli open day, serve un avviamento che si trasformi in attività continuativa. Abbiamo tante medaglie, ma gli sportivi di alto livello sono il 3-4% rispetto alla popolazione paralimpica. Se 50 milioni di italiani facessero sport, compreso chi è in carrozzina, l’incidenza sul servizio sanitario sarebbe straordinaria».
Però non è così.
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Obiettivi di De Sanctis
Alla domanda circa l’eredità che lascerebbe a chi lo succederà, De Sanctis è ambizioso. Gli obiettivi sono due.
Innanzitutto raggiungere quota 100mila tesserati, considerato però un numero minimo rispetto al potenziale reale, stimato dal presidente in un milione e mezzo di persone. A questo si affianca la necessità di un ricambio generazionale nella dirigenza, con nuove figure specialistiche da individuare sui territori.