Mei: «Abbiamo investito sul vertice per allargare la base. Ora puntiamo al Mondiale 2029, farà bene a tutto il sistema sportivo italiano»

Dal sogno di portare i Mondiali di atletica in Italia alla crescita del movimento azzurro, fino alla sostenibilità economica della federazione. Il presidente Fidal Stefano Mei racconta a Sport e Finanza la strategia che ha accompagnato il rilancio dell’atletica italiana e le sfide ancora da affrontare.

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L'intervista
Stefano Mei, presidente Fidal. Image credit: Fama e Grana/FIDAL)

L’atletica italiana vive uno dei momenti più brillanti della propria storia recente. Un’affermazione che non ha paura di essere smentita perché viene supportata dalla scia di medaglie e di record, cominciata ufficialmente con la magia di Tokyo 2020, con i 5 ori conquistati e il capolavoro Jacobs – Tamberi, e proseguita attraverso gli europei casalinghi di Roma nel 2024, i Giochi di Parigi e poi nuovamente a Tokyo per i Mondiali e dunque gli europei di Torun del 2026.

Una scia lunga e che si allunga, a dimostrare quanto sia forte e variegata la nuova generazione dell’atletica azzurra, capace di esprimere il suo meglio in tante discipline e di farlo con continuità.

Ma dietro i risultati c’è anche un lavoro meno visibile, fatto di programmazione, investimenti e scelte strategiche perché, nelle intenzioni della Federazione Italiana di Atletica Leggera, il successo sportivo è un qualcosa di strutturale e non episodico.

Ne è convinto il presidente della Fidal, Stefano Mei, che nell’intervista rilasciata a Sport e Finanza, affronta i principali temi che riguardano il presente e il futuro dell’atletica azzurra: dal successo del Golden Gala alla candidatura italiana per ospitare i Mondiali del 2029 o del 2031, passando per lo stato dell’impiantistica nazionale, il rapporto con sponsor e territori e la crescita di un movimento che continua a produrre risultati ad alto livello.

Mei rivendica le scelte compiute negli ultimi anni, a partire dall’investimento sugli atleti di vertice come leva per allargare la base dei praticanti, e guarda avanti con un obiettivo preciso: consolidare la struttura federale e costruire una Fidal sempre più moderna, sostenibile e patrimonializzata.

Perché, come ripete più volte nel corso della conversazione, sono i risultati a rappresentare il vero motore di sviluppo dell’intero sistema.

Domanda. Partiamo dall’attualità, il Golden Gala appena concluso è stato un successo sia in termini di partecipazione del pubblico – oltre 30mila presenze all’Olimpico – sia per quanto riguarda il parterre di stelle che si sono sfidate. Quale è il suo giudizio in merito, si ritiene soddisfatto? Cosa invece vuole migliorare per le prossime edizioni?

Risposta. Abbiamo fatto forse qualcosa in più di 30mila persone che di per sé è una buona cifra, ottima se si considera una serata infrasettimanale ma lo è meno se si pensa alla cornice, ossia l’Olimpico che è fatto per le grandi manifestazioni. E quando dico grandi penso a Olimpiadi o Mondiali: senza quel richiamo è difficile riempire un impianto del genere. Ma abbiamo molto di cui essere soddisfatti: il nostro pubblico si sta fidelizzando sempre più, abbiamo aumentato il seguito televisivo con oltre 1 milione di spettatori su RAI2 (1,38 mln e quasi 6 punti di share. N.d.R.) il che non è poco se sei considera che il nostro sport è culturalmente molto elevato perché è molto variegato. Mi spiego, per chi viene da un altro pianeta vedere uno che salta, una che corre, uno con l’asta e un’altra che lancia un peso, crea un po’ di smarrimento. Se un alieno si ferma a vedere una partita di tennis, dopo un paio di minuti ha capito tutto.

Al di là di questo abbiamo espresso un livello tecnico elevatissimo e i nostri ragazzi hanno fatto molto bene con tre vittorie, che potevano essere quattro se Nadia (Battocletti N.d.R.) fosse stata in forma, ma sapevamo che sarebbe arrivata non a pieno regime ma per concludere, gli ultimi cinque anni registrano un costante miglioramento.

D. Ha menzionato le grandi competizioni ed è facile ricordare che l’Italia ha ospitato una sola volta una competizione mondiale, nel lontano 1987, un’altra epoca. Dopo un’assenza lunga quasi quarant’anni, prima il tentativo sfumato – o meglio ritirato – di candidatura per l’edizione 2027 e dunque la presentazione per l’edizione 2029 o 2031. Quanto si sente fiducioso a riguardo?

R. L’altra volta c’era uno spiraglio, abbiamo fatto un tentativo ed è andata come andata. Questa volta c’è molta più attenzione e abbiamo avuto – e abbiamo ancora a disposizione – molto tempo per preparare il tutto. Siamo sottoposti alla valutazione della federazione internazionale e al Governo spetta l’onere di garantire la copertura economica. Ma siamo assolutamente convinti che un Mondiale di Atletica sarebbe interessante per tutto il sistema sportivo italiano.

E non è un’affermazione personale, è una verità: basti pensare che un’Olimpiade senza atletica perde metà degli incassi e ne è esempio la Francia, dove il bilancio di Parigi 2024 non sarebbe stato così roseo.

Inoltre il Mondiale è potente perché è un evento globale, la federazione internazionale ha 211 nazioni affiliate, più dell’Onu e, da ultimo sarebbe un test interessante per un eventuale candidatura olimpica, considerando che non esiste un’altra manifestazione così propedeutica per impatto, numeri e interesse.

Come dicevo, il governo deve garantire le risorse; sono stato un uomo di stato e posso capire le impellenze ma mi ritengo ottimista.

D. Se tutto andasse per il verso giusto preferirebbe il 2029 o il 2031?

R. Ci siamo candidati per entrambe le edizioni, per aumentare le possibilità ma dico il 2029 senza esitazioni. Sarebbe l’anno dopo Los Angeles e le possibilità di fare bene per la delegazione olimpica si moltiplicherebbero. Inoltre, l’anno successivo ai Giochi non è mai sdegnato dai campioni che lo utilizzano anche per le cosiddette rivincite. Il 2031 è invece un anno pre-olimpico e in molti potrebbero tentennare in attesa dei Giochi. Lato Italia si tratterebbe anche dell’anno pre Europei di Calcio e come Sistema Paese sarebbe forse da evitare.

D. Il movimento dell’atletica azzurra è in gran salute e lo dimostrano non solo le affermazioni nelle competizioni internazionali – 7 medaglie ai Mondiali di Tokyo 2025, 5 (di cui tre ori) ai Mondiali indoor di Torun 2026 – ma anche la varietà delle discipline nelle quali primeggiano i nostri atleti. Qual è la fotografia attuale dal suo punto di vista?

R. È chiaro che non siamo gli Stati Uniti, che hanno un serbatoio illimitato e non siamo neanche un Paese di cultura anglosassone che prevede lo sport come elemento centrale nel sistema educativo. In Italia l’ultima volta che lo sport è stato durante il ventennio e anche nel novecento è stato il punto di esaltazione di certe tematiche anche oltre la Cortina di ferro (URSS, DDR, ecc. N.d.R.) quindi si è vissuto per tanto tempo un certo ostracismo.
Non penso chiaramente a un modello del genere e neanche ai campus universitari statunitensi ma possiamo e dobbiamo avvicinarci perché adesso siamo costretti a fare il percorso inverso.
Non abbiamo la base e così dobbiamo ragionare sul vertice.
All’inizio del mio primo mandato, nel 2021 ho fatto subito la scelta di dirottare risorse verso il vertice con l’obiettivo di fare da volano.
L’intento era (ed è) semplice: più risultati avremmo avuto, più successi avremmo otterremo e più bambini e ragazzi avrebbero voluto emulare i nuovi campioni, iscrivendosi alle società locali.

Gli ultimi anni hanno dato ragione a questa traiettoria che ho disegnato ma ripeto, è semplice: bisogna solo accettare che le federazioni, soprattutto come la nostra che non ha i numeri del calcio e non ha le caratteristiche dello sport di squadra, sono costrette a partire dal risultato, dalla fine, per creare il seguito.

D. Battocletti, Iapichino, Diaz. E ancora Furlani e Dosso. Non abbiamo un paio di nomi di spicco dietro i quali si staglia il deserto ma tanti atleti già affermati e altri pronti smaniosi di farlo. Quali saranno le prossime promesse pronte a sbocciare?

R. Come dicevo noi siamo uno sport individuale, e l’humus sul territorio è fatto da volontari. Ne consegue che è un sistema difficile da nutrire, abbiamo circa 3mila affiliati ed è impossibile, con le risorse che abbiamo, aiutare tutti. Così aiutiamo direttamente circa 150 società orientate al risultato e le altre le supportiamo per via indotta, facendo risultati: le società di base si mantengono grazie ai corsi e più ragazzi si identificano con i campioni, più vanno al campo d’atletica e si iscrivono alla federazione. Avere un futuro campione è un aspetto che considera ogni genitore.

D. Lo Stadio dei Marmi è stato oggetto di un restyling nel 2024, che ha riguardato soprattutto la nuova pista, oltre alla doverosa manutenzione di statue e gradoni. In generale Sport e Salute ha stanziato 160 milioni di euro per il rimodernamento complessivo del Foro Italico; ma al di là del grande complesso romano in che stato versa l’impiantisca sportiva italiana per l’atletica?

R. Partiamo sempre da un problema di cultura e nel dirlo non accuso nessuno. Chi è illuminato capisce che avere un campo di atletica non serve solo alla atletica ma serve a tutto il sistema sportivo è conferisce anche un aspetto di socialità. Certo, bisogna passare il primo momento del “consenso facile”, per parafrasare è difficile mangiare la gallina domani, vuoi l’uovo subito.

Ma se investi nell’atletica investi nello sport perché la preparazione atletica la fanno i tennisti, i calciatori, i nuotatori. Tutti devono andare alla pista di atletica, e le amministrazioni locali che hanno risorse – e sono illuminate – capiscono che il campo d’atletica pur non costando poco, è multidisciplinare, possono andarci tutti, insomma come dico spesso è l’oratorio degli anni duemila e in più tra trent’anni avrai meno malati di cuore.

A livello di Stato centrale capisco che fare 100 campi di atletica ha invece altri costi e la coperta è sempre la stessa e allora cosa fai? Metti a lucido il gioiello e fai vedere quanto è bello fare sport al Foro Italico. Ed è giusto, perché torniamo al concetto che il volano è il risultato.

D. Lo scorso aprile è stato annunciato l’accordo con l’Istituto per il Credito Sportivo per dare accesso alle affiliate Fidal a soluzioni di finanziamento agevolato. Si sta già muovendo qualcosa? Quali sono i potenziali interventi?

R. Devo dire che mentre gli anni sorsi c’era più diffidenza – perché contrarre debiti non è mai piacevole – con questo accordo stiamo riscontrando molto più interesse. Come dicevo noi dobbiamo fare delle scelte, perché abbiamo 3mila affiliate e le risorse non sono infinite. Non possiamo aiutare tutti ma alcuni li aiutiamo facendo aumentare il numero dei tesserati per via indotta, come spiegavo.
Noi abbiamo 300 mila agonisti ma abbiamo 5-6 milioni di persone che vanno a correre, se fossero tutti sotto l’ombrello federale saremmo a posto ma non posso fermare la gente nei parchi, la corsa è bella perché è libera.

Ma mi faccia aggiungere una cosa.

D. Prego…

R. Io sono grato a tutti i presidenti delle società Fidal, per il lavoro che fanno che è quasi sempre su base volontaria e così ho lasciato a tutti il mio numero e li chiamo il giorno del loro compleanno per fare gli auguri. Non è niente, lo so ma mio sembra un modo pere rendere un qualche cosa a chi non chiede mai niente. E quindi, se hai dieci o mille tesserati, io ti ringrazio allo stesso.

D. A livello di sponsorizzazioni è di rilievo il nuovo accordo con On – che sostituisce Joma –porta nelle casse della Federazione 1,9milioni di euro e vale la gran parte dei 2,7 milioni di ricavi tra fornitori, sponsor commerciali e istituzionali e pubblicità. Come valuta questi numeri? Vorrebbe che i successi dell’atletica si traducessero in maggiore interessa da parte degli sponsor?

R. Stiamo allargando, stiamo crescendo ma d’altronde gli asset che abbiamo sono quelli che abbiamo. Fare un Golden Gala così bello ci aiuta, perché – non mi stanco di ripeterlo – noi dobbiamo fare risultati e mi spiace sottolinearlo ma i nostri atleti non possono fare una settimana di torneo, i 100 metri o 1500 non possono essere fatti ogni giorno, è uno sforzo massimale.
So che è meno showbusiness ma è così.
Cosa possiamo fare di più? Reinvestire, abbiamo acquistato apparecchiature di precisione per le attività di allenamento e stiamo digitalizzando tutto. Quando ho iniziato avevamo poco più di 350 mila euro di sponsor ora circa 3milioni. Si può far di più? Certo ma bisogna ricordare da dove siamo partiti.

D. Siamo a metà del suo secondo mandato, iniziato nell’anno delle Olimpiadi di Parigi e che si concluderà con quelle di Los Angeles. Ipotizzando un bilancio di “mid term” di cosa si può ritenere soddisfatto e cosa invece non ha raggiunto le sue aspettative?

R. I ragazzi mi danno soddisfazioni estreme. Vedere Marcel (Jacobs N.d.R.) tornare sotto i 9.99 mi ha fatto vibrare il cuore, adesso aspetto Gianmarco. Parlo di loro due perché l’emozione che mi hanno dato in quei 12 minuti a Tokyo mi ha cambiato la vita, a me e alla federazione, e gliene sarò sempre grato. Ma sono grato a tutti i ragazzi che stanno andando bene.

Abbiamo messo in sicurezza i risultati sportivi, che ormai arrivano e arriveranno, ora quello che voglio fare è mettere in sicurezza una federazione, voglio evitare problematiche che creino problemi finanziari in futuro.

Sto lavorando per creare un meccanismo federativo moderno.

Prima il concetto era di vivere alla giornata, di navigare a vista con l’approccio “mi danno i soldi che mi danno e quelli spendo”.
Invece con le risorse che abbiamo voglio riuscire a dare sicurezza, arrivare a fondo anno ottimizzando le spese, risparmiando e massimizzando le sponsorship anche con cambi merce, come l’accordo con Frecciarossa che ci aiuta e non poco.
Voglio acquistare la sede perché è l’onere più grosso e con un affitto spendo soldi e non ho niente, meglio vent’anni di mutuo e dare una casa alla Federazione che potrebbe poi patrimonializzare.
Il mio obiettivo è impiantare la Fidal nel terzo millennio, fare cioè della federazione un’azienda che non produce beni o servizi ma produce risultati.
Perché, ed è l’ultima volta che lo ripeto, i risultati sono il traino per tutto.