L’intelligenza artificiale sale sulle due ruote. L’IA è ormai entrata anche nel cuore del ciclismo professionistico, trasformandosi in uno strumento fondamentale in dotazione alle squadre per programmare gli allenamenti e leggere le prestazioni.
In un contesto in evoluzione continua, il Giro d’Italia non è rimasto indietro, e anzi è diventato uno dei terreni più interessanti per osservare questo fenomeno evolutivo in rapida progressione.
La tensione tra dati e istinto dell’atleta
Oltre a raccogliere numeri, bisogna interpretarli in modo sempre più rapido e sofisticato per capire quando un corridore può spingere, quando deve risparmiare energie e in quale momento può tentare l’attacco.
D’altro canto, il ciclismo non può prescindere dalla sua natura istintiva, quando la lettura immediata della corsa diventa un fattore cruciale e il talento del corridore emerge in tutta la sua purezza.
Brent Copeland, general manager della Hagens Berman Jayco, dirigente con un passato anche nel mondo della MotoGP, riconosce l’utilità dell’intelligenza artificiale ma ne delimita il perimetro.
«Noi usiamo l’IA, certo, ma non vogliamo robot – ha dichiarato a La Stampa -. Non lo siamo. Siamo fortunati perché facciamo sport e gli appassionati ci chiedono emozioni, sensazioni. Il confine deve essere chiaro. Lavoriamo con aziende che ci hanno aiutato a capire i dati in allenamento, è un aiuto anche per il futuro. Il mondo delle due ruote va in quella direzione. Ma non possiamo perdere passione e fantasia».
L’influenza sul decision making
Il cervello dell’atleta non viene comunque sostituito dall’algoritmo, ma supportato da strumenti che permettono di prendere decisioni più rapide e, almeno sulla carta, più informate.
Le squadre raccolgono una mole significativa di dati durante gli allenamenti e le gare, li trasformano in modelli previsionali e provano a capire in anticipo quali scenari potrebbero verificarsi in corsa.
L’intelligenza artificiale, in questo senso, diventa una lente per leggere meglio la complessità della gara, con le formazioni di vertice che hanno già imboccato questa strada sperimentandone i benefici.
Visma-Lease a Bike e Ineos hanno rafforzato negli ultimi anni le proprie collaborazioni tecnologiche, sviluppando sistemi che siano fondati sull’usare la tecnologia per ridurre l’incertezza.
Il valore dell’IA per i team
Sulla stessa linea di Copeland si trova anche Dario Cioni, direttore sportivo della Ineos, che non nega il valore dell’intelligenza artificiale ma continua a considerare decisiva la sensibilità del corridore.
La squadra britannica ha debuttato al Giro con la maglia del nuovo sponsor Netcompany, società danese attiva nella consulenza IT e nella trasformazione digitale, portando nel progetto anche un rafforzamento della componente tecnologica.
Il cuore del sistema è “Pulse”, una sorta di torre di controllo dei dati pensata per ottimizzare allenamenti, tattiche e gestione degli atleti. Uno strumento che consente di raccogliere e organizzare informazioni, ma che non elimina il ruolo dell’esperienza nella pianificazione della corsa e nelle decisioni prese dall’ammiraglia.
«L’intelligenza artificiale ti permette di esplorare ma, per pianificare la gara, mi fido di più dei modelli matematici – spiega Cioni, che aggiunge -. Come squadra noi la utilizziamo. Penso che con l’arrivo di questo sponsor le nostre potenzialità possano crescere»
La “vecchia scuola”
Non tutti, però, accolgono questa trasformazione con entusiasmo. Alberto Bettiol, 32 anni, toscano, vincitore della tredicesima tappa a Verbania, rappresenta una visione opposta, più incline ad un pensiero di “vecchia scuola”.
«La vittoria grazie all’intelligenza artificiale? L’avessi usata non sarei neppure partito. Purtroppo è arrivata anche nelle due ruote. Io sono un istintivo, quando arrivano queste tappe questi momenti mi esalto. Ho bisogno della pressione, non dell’IA».
Per molti corridori, la differenza continua a farla la capacità di sentire la gamba, di scegliere un attacco quando la logica suggerirebbe prudenza. È la parte meno misurabile dello sport, ma spesso anche quella che produce le imprese più memorabili.
La programmazione degli allenamenti
Resta innegabile che trasformazione rispetto al passato è evidente. Fino a pochi anni fa, la programmazione degli allenamenti era costruita quasi interamente dai tecnici, sulla base dell’esperienza e della conoscenza diretta dell’atleta.
Oggi, invece, software e piattaforme digitali sono in grado di analizzare migliaia di sessioni, confrontare il rendimento attuale con lo storico del corridore e individuare segnali deboli prima che diventino un problema.
L’IA non si limita quindi a fotografare la condizione, ma si spinge a suggerire quando aumentare l’intensità, quando alleggerire il programma e quando intervenire per evitare un possibile calo di rendimento.
La strategia di gara
La seconda grande area di applicazione riguarda la strategia di gara. Qui la tecnologia può aiutare a simulare scenari, valutare l’impatto di una fuga, stimare il dispendio energetico necessario per un inseguimento o individuare il momento più adatto per muovere la corsa.
Tuttavia, anche il modello più avanzato deve fare i conti con una variabile imprevedibile: il comportamento dei corridori. Il Giro d’Italia, nella sua natura di corsa lunga, dura e spesso irregolare, continua a dimostrare che la tecnologia può aiutare a preparare una vittoria, ma difficilmente potrà sostituire il momento in cui un corridore decide di attaccare.
Anche il sogno della maglia rosa, oggi, passa attraverso una lettura sempre più scientifica della corsa. Ma tra una previsione generata dai dati e un cambio di ritmo nel punto giusto resta uno spazio che appartiene ancora all’uomo.