C’è un dato che colpisce più di tutti, nella lunga storia di Honda Motor: per la prima volta dal 1957, anno della quotazione in Borsa, il gruppo giapponese chiude un esercizio fiscale in perdita. Un passivo di 414,3 miliardi di yen, pari a circa 2,24 miliardi di euro, spartiacque nella vicenda industriale di uno dei marchi automobilistici e motociclistici più riconoscibili al mondo.
Il responsabile è, in larga misura, il capitolo elettrico. Le attività legate ai veicoli a batteria hanno generato perdite complessive per 1.450 miliardi di yen nell’anno fiscale concluso a marzo 2026, con ulteriori oneri previsti per 500 miliardi nei prossimi mesi. Un peso che ha travolto i conti nonostante il fatturato sia cresciuto dello 0,5%, attestandosi a 21.800 miliardi di yen, circa 118 miliardi di euro.
La retromarcia sull’elettrico
Il ceo Toshihiro Mibe non usa mezzi termini: la strategia va riscritta. Honda cancella il suo obiettivo di lungo periodo che prevedeva una quota del 20% di veicoli elettrici sul totale delle vendite e una transizione completa verso l’elettrico o le celle a combustibile entro il 2040. Al suo posto, quindici nuovi modelli ibridi da lanciare entro marzo 2030, principalmente sul mercato nordamericano, dove la domanda di powertrain misti benzina-elettrico è tornata prepotentemente in auge.
Sospesi a tempo indeterminato, invece, i piani per una filiera di fornitura di batterie in Canada: 11 miliardi di dollari di investimenti congelati, quello che sarebbe stato il più grande impegno finanziario mai assunto dal gruppo nel paese nordamericano.
«In tre anni, la divisione auto tornerà pienamente in carreggiata», ha assicurato Mibe ai giornalisti, indicando in Nord America, India e Giappone i mercati chiave del riposizionamento.
Il tallone d’Achille e l’ancora di salvezza
A zavorrare ulteriormente i conti concorrono due fattori strutturali. In Cina, oggi il più grande mercato automobilistico globale, i marchi locali di veicoli elettrici hanno praticamente azzerato lo spazio per i costruttori stranieri, Honda compresa. Parallelamente, i dazi statunitensi al 25% mordono su un gruppo che realizza circa il 40% delle proprie vendite in Nord America.
L’impatto dell’aumento dei prezzi dei materiali, compresa la componente legata alle tensioni in Medio Oriente, è stimato in ulteriori 313 miliardi di yen sull’utile operativo dell’anno in corso.
In questo scenario, a fare da scudo è la divisione motociclistica, storicamente la più redditizia del gruppo, che nell’anno fiscale appena concluso ha raggiunto volumi di vendita e utile operativo record. Le forti performance in India e Brasile hanno consentito di ammortizzare, almeno parzialmente, l’impatto della svalutazione del business elettrico.
Per l’esercizio in corso, Honda punta a vendite record di 22,8 milioni di unità di moto, espandendo la capacità produttiva proprio in India.
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Il rimbalzo atteso
Nonostante il quadro attuale, Honda guarda avanti con un ottimismo che stupisce per la sua ampiezza: l’azienda stima un utile di 500 miliardi di yen (2,71 miliardi di euro) per l’anno fiscale che si concluderà a marzo 2027, più del doppio delle stime di consenso degli analisti, ferme a 212,4 miliardi.
Una previsione ambiziosa, agganciata alla combinazione tra contenimento dei costi, riposizionamento sull’ibrido e la tenuta della divisione moto.