Nel pieno delle difficoltà strutturali del calcio italiano, tra risultati altalenanti e un dibattito sempre più acceso su sostenibilità e valorizzazione dei talenti, c’è uno sport che da anni produce risultati, continuità e identità: il volley. Non solo a livello di club, ma soprattutto in ottica sistema, con le Nazionali azzurre stabilmente ai vertici mondiali sia al maschile che al femminile. Non è un caso che, come evidenziato da La Nazione, «quello che al calcio non è mai riuscito, il volley lo fa da anni».
Il punto, però, non è meramente sportivo. Il caso della pallavolo italiana rappresenta un modello interessante sotto il profilo economico, normativo e di governance. Un modello che, pur con le dovute differenze, offre spunti concreti anche per altre discipline, calcio in primis.
Superamento della dicotomia dilettanti-professionisti
Le ricordiamo le parole di Gravina, presidente uscente della FIGC, dopo l’ennesima eliminazione dell’Italia ai play-off per l’accesso ai mondiali? La distinzione tra professionismo e dilettantismo riguarda essenzialmente la natura del rapporto di lavoro sportivo. È una distinzione normativa, un tema centrale affrontato anche dal presidente della Lega Volley maschile, Massimo Righi. Come spiega, «la legge di riforma dello sport ha introdotto il concetto di lavoro sportivo e ha equiparato il carico fiscale tra il lavoro dipendente e il lavoro autonomo».
Il percorso di transizione si concluderà entro la stagione 2027-28, quando «lo sport dilettantistico avrà lo stesso carico fiscale di quello professionistico», con differenze marginali legate principalmente al trattamento di fine rapporto.
Si tratta di un passaggio chiave: maggiore omogeneità fiscale significa anche maggiore trasparenza nei costi e, potenzialmente, una competizione più equilibrata tra club. Un elemento che contribuisce a rafforzare la sostenibilità complessiva del sistema.
Tuttavia, restano criticità operative. Come evidenziato da Righi a Sport e Finanza, la riforma «è entrata in maniera disorganica sulle attività delle società sportive», con nodi come il meccanismo dell’esenzione IRAP che rischia di generare squilibri: «nel momento in cui si supera questa cifra si perde il beneficio fiscale e si paga sull’intero importo», con possibili impatti sui conti dei club.
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Il vincolo degli italiani: costo o investimento?
Se c’è una leva distintiva del modello volley è la regolazione interna sui giocatori. In Superlega vige il principio dei «3 italiani su 7», ovvero almeno tre giocatori italiani sempre in campo considerando anche il libero, come analizzato da Sport e Finanza. Una percentuale che, traslata nel calcio, equivarrebbe a circa cinque giocatori su undici.
La logica si rafforza scendendo di categoria: in A2 la soglia sale, mentre nei campionati inferiori la presenza italiana diventa predominante. Una struttura piramidale che trasforma i campionati in veri e propri strumenti di sviluppo.
Questo approccio ha un impatto diretto sui costi. Come sottolinea Righi a La Nazione, i giocatori italiani di alto livello tendono ad avere un valore superiore rispetto agli stranieri, proprio perché la domanda è “protetta” dal vincolo regolamentare. Tuttavia, il sistema ha dimostrato come questo apparente svantaggio si trasformi in un investimento strategico. Senza questo vincolo, «le squadre comprerebbero stranieri forti», con il rischio di impoverire la filiera interna.
Vivai e ritorno sugli investimenti
Il vincolo sugli italiani non sarebbe però sostenibile senza un investimento strutturale nei settori giovanili. Ed è qui che emerge un altro elemento distintivo del volley italiano.
Come dichiarato da Righi a La Nazione, i club di vertice destinano ai vivai cifre comprese tra gli 80mila e i 300mila euro a stagione. Numeri contenuti rispetto ad altri sport, ma estremamente significativi in rapporto ai budget complessivi.
«Chi ha investito di più fin dall’inizio, in questi anni ha prodotto più giocatori italiani di alto livello», spiega Righi. Una dinamica che ha permesso di mantenere competitivo anche il livello medio del campionato.
La logica è industriale: chi ha investito con continuità negli ultimi 10-15 anni oggi raccoglie i frutti in termini di produzione di talenti. Un modello che inizialmente può comportare costi senza ritorni immediati, ma che nel tempo genera valore interno, riducendo la dipendenza dal mercato estero e stabilizzando la competitività.
Il risultato è evidente: anche le squadre di fascia media possono contare su un bacino di giocatori italiani di livello adeguato, evitando squilibri eccessivi.
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Il sistema si inserisce in una filiera più ampia. Come evidenziato da Sport e Finanza, la pallavolo italiana ha costruito il proprio successo partendo dalla base: «le radici affondano nella scuola», trasformata dalla Federazione in un sistema strutturato di reclutamento, sostenuto da accordi televisivi e da una collaborazione efficace tra club e Nazionali.
I numeri confermano la solidità del movimento: oltre 363mila tesserati FIPAV, in crescita rispetto al pre-pandemia, con una forte componente femminile. Un bacino che alimenta continuamente il sistema.
Governance e spirito di sistema
Se regolazione e investimenti rappresentano le fondamenta, il vero differenziale competitivo del volley italiano è probabilmente la governance.
Le regole sugli italiani non sono imposte dall’alto, ma derivano da un accordo tra club, un “gentleman agreement” che resiste da oltre vent’anni. Un elemento non scontato in un contesto sportivo spesso caratterizzato da conflitti tra interessi individuali e collettivi.
«Abbiamo uno spirito di sistema che ci consente di condividere questi percorsi, – sottolinea Righi a La Nazione. – Nessuno dei presidenti ha mai messo l’interesse particolare davanti a quello del movimento».
Un approccio che ha permesso di affrontare anche altri temi, dalla sostenibilità ambientale alla prevenzione della violenza, costruendo un ambiente stabile e collaborativo. Non a caso, come osservato da Sport e Finanza, «la pallavolo è oggi probabilmente lo specchio più nitido di cosa possa fare uno sport italiano quando funziona tutto bene insieme».
Le richieste al Governo: fiscalità e infrastrutture
Resta infine il tema del supporto istituzionale. Dal movimento pallavolistico arriva una richiesta chiara: meno interventi tampone, più misure strutturali. Tra le proposte avanzate figurano il credito d’imposta sulle sponsorizzazioni e l’estensione della flat tax ai lavoratori sportivi. «Noi non vogliamo aiuti da parte dello Stato, – chiarisce Righi, – cerchiamo misure strutturali».
Accanto alla fiscalità, emerge il nodo infrastrutturale.
«L’impiantistica non è solo vetusta ma è anche difficilmente modificabile – ha evidenziato il presidente a Sport e Finanza. – In città di piccole medie dimensioni, le città di provincia, che esprimono il meglio della nostra pallavolo, costruire ex novo impianti da 8 –10 mila posti è impossibile per i comuni. Le proprietà andrebbero supportate, con piani di finanziamento, mutui agevolati o soluzioni analoghe. Chiaro che se tutte le leggi sono pensate per finanziare gli stadi, i palazzetti non si fanno. Quindi mi unisco al coro dei lamenti, nella consapevolezza che non cambierà».
Questo è infatti un tema che riguarda l’intero sistema sportivo italiano.
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Il confronto con il calcio: limiti e opportunità
Tornando al tema iniziale, il parallelo con il calcio è inevitabile, ma va maneggiato con cautela. Le differenze economiche, mediatiche e regolamentari sono enormi. Inoltre, il quadro giuridico europeo – a partire dalla sentenza Bosman – rende complessa l’introduzione di vincoli rigidi sulle formazioni.
Non esiste una ricetta universale. «È importante interpretare il momento con le misure adatte», sottolinea Righi. Ma il modello volley dimostra che regolazione, investimenti e governance possono generare valore in modo sistemico.
In un contesto in cui il calcio italiano continua a interrogarsi su come rilanciarsi, guardare a modelli virtuosi interni potrebbe rappresentare un primo passo. Non per copiarli, ma per comprenderne le logiche profonde.