La mancata qualificazione della Nazionale italiana al Mondiale di calcio ha riacceso, come da copione, il dibattito sulle cause del declino del movimento. Tra le soluzioni sul tavolo, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha avanzato l’ipotesi di obbligare le squadre di Serie A a schierare almeno quattro giocatori italiani.
Una proposta che il ministro per lo sport Andrea Abodi ha accolto con prudenza, dichiarandosi personalmente vicino alla posizione ma riconoscendo i limiti normativi: «Non ci possono essere vincoli da parte nostra. È un qualcosa di cui si può discutere anche con l’Unione Europea. Possiamo sederci al tavolo e dare il nostro supporto». In altri termini, la strada è aperta, ma passa da Bruxelles.
Una discussione che è già avvenuta in Italia per quanto riguarda alcuni altri sport, i quali hanno già legiferato internamente su questo tema con regolamenti più o meno stringenti.
Basket, la doppia formula
La Federazione Italiana Pallacanestro (FIP) da diversi anni ha introdotto una distinzione fondamentale che vale la pena chiarire: non parla di «nazionalità» ma di «formazione italiana» (abbreviata F.I.). La definizione di atleta di formazione italiana è «l’atleta, anche di cittadinanza straniera, che abbia partecipato a Campionati Giovanili FIP per almeno quattro stagioni sportive». Non necessariamente, quindi, si parla di obbligo di utilizzo di giocatori italiani: è il caso ad esempio di due giocatori dell’Olimpia Milano come Quinn Ellis e Ousmane Diop, rispettivamente inglese e senegalese ma riconosciuti di formazione italiana avendo giocato nei settori giovanili italiani, o del lettone di Tortona Arturs Strautins, anche lui passato dal settore giovanile di un club italiano.
L’approccio è flessibile, affidando alle società la scelta tra due modelli. Con la formula «5+5», ogni club può inserire a referto al massimo cinque atleti di formazione non italiana, purché bilanciati da altrettanti di formazione italiana. Con la formula «6+6» la quota sale simmetricamente a sei per parte.
In entrambi i casi, il mancato rispetto dell’obbligo comporta sanzioni severe: un’ammenda da 50mila euro per ciascun atleta mancante e la sconfitta a tavolino per 0-20.
Scendendo di categoria, le maglie si stringono progressivamente: in Serie A2 maschile si richiede un minimo di otto atleti di formazione italiana in lista, in Serie B si arriva a nove su dieci possibili, con un solo straniero ammesso.
Al femminile, in Serie A1 almeno sei atlete su dieci devono avere formazione italiana, mentre in A2 gli stranieri non possono superare le due unità.
Un elemento spesso trascurato è la norma sugli «11° e 12° atleta»: in Serie A maschile (formula 5+5) è possibile inserire a referto un undicesimo e un dodicesimo giocatore non di formazione italiana, a patto che siano giovani eleggibili per la Nazionale, abbiano almeno due anni di campionati giovanili italiani alle spalle e possano ancora completare il ciclo formativo. Si tratta di una finestra pensata per integrare talenti stranieri in via di italianizzazione sportiva, non per aggirare le quote.
Volley, il principio dei tre italiani in campo
Il modello della Federvolley è concettualmente diverso da quello del basket. Non si misura quanti italiani sono in contratto con il club, ma quanti sono fisicamente in campo durante ogni azione di gioco. Questo rende il controllo più immediato – l’arbitro può verificarlo a colpo d’occhio – ma anche più articolato, perché la presenza del libero complica il conteggio.
In Superlega e nella Serie A1 femminile, il principio di base è «3 italiani su 7»: il sestetto più il libero. almeno tre giocatori italiani devono essere in campo in ogni momento, contando il sestetto più il libero. In A2 maschile la soglia sale a cinque, in A3 a sei. Al femminile, la A1 consente al massimo quattro straniere contemporaneamente in campo, la A2 scende a due.
La specificità del ruolo libero – che sostituisce fisicamente un giocatore di seconda linea – ha reso necessario stabilire che, ai fini del conteggio, si considera la nazionalità dei 6 in campo più quella del giocatore rimpiazzato. Se il libero non è in campo o non è iscritto, l’obbligo scende proporzionalmente a 2 su 6.
Vale la pena sottolineare un passaggio tecnico spesso trascurato: nella pallavolo, le quote si calcolano sulla base della «cittadinanza sportiva», non di quella anagrafica. Un atleta con doppia cittadinanza conta come italiano solo se la sua cittadinanza sportiva è quella italiana, ovvero se è registrato come tale presso la FIVB. Si tratta di una distinzione che, in un sistema sempre più globalizzato di trasferimenti e naturalizzazioni, può cambiare i conti sul referto.
La progressione delle soglie tra le categorie riflette una logica precisa: più si scende di livello, più il campionato deve essere un vivaio. La SuperLega è vetrina internazionale e si concede quattro stranieri su sette; l’A3 è quasi interamente tricolore, con un solo straniero tollerato.
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Il nodo delle nazionalizzazioni
La pallavolo ha affrontato un secondo fronte, quello delle naturalizzazioni a livello internazionale. Dal 28 febbraio 2026 la FIVB ha introdotto regole assai più rigide: un atleta che abbia mai rappresentato la propria federazione d’origine – anche soltanto a livello giovanile – non può più cambiare nazionale.
Chi vuole rappresentare un nuovo paese deve poter dimostrare almeno tre anni di residenza continuativa, e una singola nazionale può schierare al massimo due atleti che abbiano cambiato federazione nel corso della carriera.
Una svolta che avrebbe cambiato la storia recente degli azzurri: sotto queste norme, campioni come Osmany Juantorena, già rappresentante di Cuba, o Kamil Rychlicki, cresciuto sportivamente con il Lussemburgo, non avrebbero potuto vestire la maglia italiana.
Ecco perciò che le norme sugli italiani in campo o il progetto del Club Italia, compagine tutta di ragazze italiane introdotta da Julio Velasco a fine anni ’90 con la funzione di fare la fucina di talenti e rilanciata in seguito alle vittorie olimpiche e mondiali, acquisiscono ancora più valore.
Un modello per il calcio?
Il confronto tra sport suggerisce che il problema delle quote non sia irrisolvibile, ma richieda scelte precise: si vuole agire sulla rosa delle squadre oppure sull’effettivo utilizzo in partita? Si intende tutelare la formazione dei giovani oppure garantire visibilità ai talenti già espressi?
Basket e volley hanno risposto in modo diverso, dimostrando che non esiste una formula unica.
Il calcio dovrà trovare la propria, navigando anche tra i vincoli europei sulla libera circolazione dei lavoratori. Un ostacolo che gli altri sport di squadra, pur con le loro complessità, non hanno dovuto fronteggiare con la stessa intensità.