C’è un paradosso che attraversa lo sport italiano come una crepa silenziosa. Mentre l’atletica conquista il mondo, Olimpiadi e Paralimpiadi sono ripetuti record di medaglie, il tennis produce quattro tra i primi venti al mondo, la pallavolo domina il pianeta e il baseball fa sognare milioni di italiani davanti alla tv, il calcio – la disciplina che assorbe la fetta più grande di risorse, attenzione mediatica e investimenti – rischia di non qualificarsi per il terzo Mondiale consecutivo.
La fotografia è impietosa e al tempo stesso illuminante.
Il sorpasso che nessuno si aspettava
I numeri raccontano una storia che pochi avrebbero immaginato anche solo dieci anni fa. Secondo Giovanni Palazzi, presidente di StageUp, società di ricerca e consulenza nel settore sportivo, interpellato da La Repubblica, «la Fitp ha superato i ricavi della Figc nel 2025 e punta a farlo anche nel numero di tesserati».
Il tennis, un tempo sport d’élite frequentato da pochi circoli esclusivi, ha quintuplicato i propri iscritti nell’arco di un ventennio, mentre il calcio è rimasto sostanzialmente fermo: poco più di un milione di tesserati, gli stessi dell’anno in cui la Nazionale alzava la Coppa a Berlino. Un dato che sintetizza meglio di qualsiasi analisi tecnica la distanza tra i due mondi.
E non è solo una questione di numeri. L’indice di penetrazione del tennis nella popolazione italiana è passato dal 21% del 2016 al 39% attuale, mentre quello del calcio – pur rimanendo primo con il 53% – cresce a un ritmo incomparabilmente più lento. La forbice si restringe ogni stagione.
Il modello che funziona: struttura, merito, libertà
Cosa hanno fatto di diverso le federazioni che crescono? La risposta, a sentire i protagonisti, è sorprendentemente simile in ogni disciplina: riforma organizzativa, meritocrazia, apertura al territorio.
Stefano Mei, presidente della Fidal, spiega come l’atletica abbia invertito una rotta che sembrava segnata dopo il disastro olimpico di Rio 2016: «Lavoriamo sodo con le società sportive sul territorio». Il programma per atleti d’élite sostiene economicamente i migliori, lasciandoli però liberi di scegliersi l’allenatore: un approccio che premia il risultato, non il nome. «Premiamo quelle più virtuose, non diamo soldi a pioggia», aggiunge Mei.
Cinque anni dopo il fondo di Rio, l’atletica italiana vinceva i 100 metri e il salto in alto a Tokyo 2020 nel giro di undici minuti. Non per caso.
Angelo Binaghi, presidente della Federtennis, è ancora più esplicito: «Facciamo quello che il calcio dovrebbe fare: le riforme». La ricetta applicata dalla Fitp ha trasformato i circoli in incubatori di talenti, senza inseguire consensi politici. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Sinner, Musetti, Cobolli, Darderi e Paolini non sono un miracolo, ma la conseguenza di un sistema che ha funzionato.
Le outsider che fanno la differenza
In un panorama già ricco di segnali positivi, spiccano due casi che rischiano di passare sottotraccia nel dibattito pubblico, oscurati dai riflettori puntati sulle discipline di punta. La Nazionale femminile di basket è tornata a qualificarsi per un Mondiale dopo trentadue anni di assenza: un risultato storico, costruito con pazienza in un contesto di risorse limitate e attenzione mediatica intermittente.
Ancora più significativo, per implicazioni economiche e culturali, il percorso del calcio femminile. Mentre il calcio maschile si arena nell’autocompiacimento, il settore femminile cresce, esporta giocatrici nei campionati di massimo livello europeo e ottiene risultati storici con la Nazionale.
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Il fattore generazionale: una nuova Italia sportiva
C’è anche una dimensione sociologica da non trascurare. Il professor Nico Bortoletto, sociologo e docente universitario, osserva che «il paese è mutato moltissimo grazie anche ai migranti e agli italiani di seconda e terza generazione». Atleti come Marcell Jacobs, Paola Egonu o Mattia Furlani non sono figli di una tradizione consolidata: sono il prodotto di un sistema sportivo che ha saputo aprirsi, scouting compreso, a storie e percorsi nuovi.
«Si sta uscendo a fatica dalla monocultura calcistica – continua Bortoletto – ed era ora».
La nuova generazione di campioni italiani condivide tratti comuni che vanno oltre il talento individuale. Semplicità, radicamento familiare, capacità di costruire il successo a partire dal basso. Jannik Sinner ha lasciato l’Alto Adige per crescere. Mattia Furlani a Tokyo è diventato campione mondiale del lungo a venti anni, battendo persino il record di precocità di Carl Lewis. Andrea Kimi Antonelli, a diciannove anni, ha già firmato per la Mercedes in Formula 1, lo scorso weekend ha ottenuto la sua prima vittoria in categoria.
Nessuno di loro è arrivato con i favori del pronostico: se li sono costruiti.
Filippo Magnini, ex campione del nuoto, ha una lettura precisa: «Un atleta ha successo quando abbina alla dedizione la voglia di essere il migliore. Forse nel calcio hai tutto subito, e questa fame viene a mancare».
Il caso baseball: visibilità come leva di sistema
L’exploit della Nazionale italiana al World Baseball Classic ha spalancato una finestra su un fenomeno che i tecnici del marketing sportivo conoscono bene: la visibilità genera interesse, l’interesse genera risorse, le risorse generano risultati. La Rai ha trasmesso le partite degli azzurri – alcune su Rai 2 con share del 7,4% – in modo inedito per questo sport in Italia.
Sponsor storici di altri settori hanno colto l’assist al volo. I social si sono animati di meme, video e celebrazioni.
Marco Mazzieri, presidente federale del baseball, conosce la posta in gioco: «Valorizzare al meglio questa visibilità, canalizzare l’interesse che si è creato, invogliare bambini e bambine ad appassionarsi al nostro sport, come è successo al tennis con Sinner e alla pallavolo».
È il circolo virtuoso descritto da Palazzi: le vittorie aumentano fatturato e popolarità, ma prima delle vittorie c’è sempre un cambiamento organizzativo.
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Il calcio, immobile
Di fronte a questo panorama, il calcio appare, nelle parole di chi lo osserva dall’esterno, «preistorico». Non è una questione di risorse: i norvegesi, che hanno umiliato la Nazionale sia in campionato sia in Champions League, non dispongono di un sistema economicamente paragonabile a quello italiano. È una questione di metodi.
La commissione istituita dopo la figuraccia di Euro 2024 per migliorare il dialogo tra Nazionale e club non si è mai insediata. Il progetto tecnico per il calcio giovanile è stato presentato nove anni dopo il primo allarme, e a pochi giorni da una partita decisiva per la qualificazione mondiale.
Palazzi offre però una chiave di lettura strutturale: «La Figc non è il player economico principale del sistema, fattura meno di un singolo top club e deve fare i conti, vista la dimensione e la governance, con una maggiore difficoltà nell’attuare riforme». Il pubblico del calcio – circa 28 milioni di appassionati – ha un’età media elevata ed è, per sua natura, più resistente al cambiamento. Invocare la «chiusura delle frontiere» anziché investire nell’esportazione di talenti italiani è un sintomo di questa inerzia culturale.
Il paradosso più amaro è proprio quello che emerge dal confronto interno: mentre il calcio maschile si trincera dietro privilegi acquisiti, il calcio femminile – con meno soldi, meno visibilità e meno strutture – dimostra che il problema non è il gioco, ma chi lo governa.
Conclusione: un’Italia che vince nonostante tutto
La vera notizia non è il declino del calcio. È che l’Italia sportiva ha imparato a vincere nonostante il calcio, e in molti casi proprio grazie all’assenza di quella rendita di posizione che ha reso pigro il sistema pallonaro. Quando le risorse sono scarse, quando la piscina è condivisa con il corso di acquagym, quando ci si allena con le rotelle al posto del ghiaccio, ci si ingegna. E spesso si vince.
Come ha sintetizzato efficacemente Magnini: «Quando il percorso di avvicinamento è tortuoso e difficile, in gara di testa sei più forte degli altri». Forse è proprio questa la lezione più scomoda per il calcio italiano: il privilegio, senza riforma, diventa un handicap.