C’è un filo sottile che unisce il trionfo e l’addio, l’esplosione di un talento e il congedo di una campionessa. Nel fine settimana degli sport invernali azzurri, l’Italia celebra due storie diverse ma complementari: l’ascesa definitiva di Giovanni Franzoni nella discesa più iconica del circo bianco e il commosso saluto di Dorothea Wierer alla Coppa del Mondo di biathlon.
Franzoni, la Streif e una vittoria che vale una consacrazione
Vincere a Kitzbühel non significa semplicemente aggiungere una gara al palmarès. Significa imporsi su uno dei palcoscenici sportivi più iconici al mondo, davanti a circa 60mila spettatori dal vivo e a milioni di telespettatori globali. Giovanni Franzoni, 24 anni, bresciano di Manerba del Garda, lo ha fatto battendo per sette centesimi il dominatore della Coppa del Mondo, Marco Odermatt, diventando il quarto italiano della storia a trionfare in discesa sull’Hahnenkamm dopo Ghedina, Fill e Paris.
Ma quella di Franzoni non è stata solo una gara perfetta dal punto di vista tecnico. È stata una discesa carica di significato emotivo. Al traguardo, il pensiero è andato immediatamente a Matteo Franzoso, compagno di squadra e amico fraterno, scomparso tragicamente a settembre durante un allenamento. «In partenza avevo in mente Matteo, il suo pensiero mi ha guidato. È un sogno, sto tremando dall’emozione», ha raccontato l’azzurro con la voce rotta. Un dolore trasformato in forza, una fragilità diventata motore.
Il successo di Kitzbühel arriva al termine di una crescita rapidissima: primo podio in Val Gardena, prima vittoria a Wengen, ora il capolavoro sulla Streif. In dieci giorni Franzoni è passato da promessa a riferimento della velocità mondiale, confermando anche una solidità mentale costruita nel tempo, dopo infortuni, cadute e momenti di smarrimento. «La testa fa tanta differenza: ora so che valgo», ha ammesso con lucidità.
Intorno a lui, un’Italia che rialza la testa: quattro azzurri tra i primi undici, segnale di un settore che ritrova profondità proprio alla vigilia dell’appuntamento olimpico.
Il business delle discipline invernali: domina lo sci alpino, segue il salto
Wierer, l’addio al circuito
Se nello sci alpino l’Italia scopre una nuova stella, nel biathlon saluta una delle sue atlete più rappresentative di sempre. A Nove Mesto, davanti a 23.500 spettatori, Dorothea Wierer ha disputato la sua ultima gara di Coppa del Mondo, chiudendo settima la mass start e ricevendo un tributo che ha travalicato il risultato sportivo.
Il pubblico ceco – storicamente legato all’azzurra – le ha dedicato un video celebrativo, ricordando un legame costruito in oltre quindici anni di carriera, iniziata proprio a Nove Mesto con i tre titoli mondiali juniores del 2011. «Il pubblico è stato pazzesco, mi sono emozionata anche se non l’ho dato a vedere», ha spiegato Wierer dopo la gara, sottolineando il valore umano dell’addio.
A 35 anni, la finanziera di Rasun lascia la Coppa del Mondo dopo diciassette stagioni da come una delle atlete più vincenti e riconoscibili del biathlon moderno, con un palmarès che comprende Coppe generali e titoli mondiali. Resta un ultimo obiettivo, il più prezioso: l’oro olimpico, unico tassello mancante di una carriera straordinaria.
Lo inseguirà ai Giochi di Milano Cortina 2026, con Anterselva pronta a diventare uno dei cuori pulsanti dell’evento.

Due storie, un sistema
Da Kitzbühel a Nove Mesto, il messaggio è chiaro: lo sport azzurro vive di cicli, di passaggi di testimone, di storie che si intrecciano. Franzoni rappresenta il futuro che avanza senza paura, Wierer l’eredità di un presente che ha saputo diventare leggenda. Due facce della stessa medaglia.
Per il sistema sportivo nazionale, è il passaggio di testimone ideale in vista dei Giochi di casa. Stella che nasce, stella che saluta. E un movimento che, finalmente, guarda al futuro con basi più solide.