Sinner e Alcaraz come Real Madrid e Manchester City. Un match tra i due campionissimi del tennis di questi ultimi anni vale quanto una sfida tra i top club del calcio, almeno in termini di spettacolarità e di interesse del pubblico internazionale.
Ma se il teatro dove i grandi del calcio europeo si sfidano, la UEFA Champions League, ha un valore superiore ai 2,5 miliardi di euro – con un incremento del 20% nel ciclo 2027-31 secondo quanto riporta La Gazzetta dello Sport – non può dirsi lo stesso per il tennis.
A livello di appeal il tennis è in eclatante ascesa: secondo le ultime rilevazioni Nielsen il fandom globale ha raggiunto uno share del 33% ma questo interesse non si traduce in monetizzazioni in crescita sul fronte media.
L’ultimo Global Media Report di SportBusiness assegna al tennis una quota di appena l’1,7% della torta complessiva dei diritti sportivi globali, pari a 57,75 miliardi di dollari nel 2025.
Una governance frammentata che limita la crescita
Il tennis vive dunque un paradosso evidente: l’interesse globale cresce, lo spettacolo migliora, i big hanno un’attrattiva senza precedenti.
Eppure, sul fronte della monetizzazione — soprattutto dei diritti televisivi — il movimento non riesce a capitalizzare quanto ci si aspetterebbe.
A pesare è anche la struttura della governance, divisa tra sette entità diverse: l’ITF (che controlla la Coppa Davis e la Billie Jean King Cup), i quattro tornei dello Slam, l’ATP e la WTA, che governano i circuiti maschile e femminile.
Una frammentazione che rende complessa ogni scelta strategica condivisa.
Lo stesso presidente ATP Andrea Gaudenzi lo dice senza giri di parole: «Ai fan piace vedere i migliori giocatori competere tra loro. È questo che dà valore ai Masters 1000, agli Slam e alle Atp Finals. Dobbiamo offrire al pubblico la migliore esperienza possibile».
Ma finché gli interessi di questi sette poli resteranno difficili da armonizzare, semplificare i processi decisionali e costruire un calendario sostenibile rimarrà una salita ripida.
L’asse “premium”: più Masters 1000, meno tornei minori
Nell’attesa di trovare una governance più snella, la strategia dell’ATP è chiara: puntare forte sui tornei premium, in particolare i Masters 1000. Sono il prodotto che garantisce la presenza dei big, l’appeal televisivo e il ritorno economico più stabile.
Negli ultimi anni questo approccio ha portato a una razionalizzazione del calendario, con una progressiva riduzione dei tornei ATP 250: da 38 a 29 eventi ed è un processo che proseguirà ulteriormente, «per ottimizzare il calendario per il 2028, continueremo a ridurli», ha confermato Gaudenzi.
Parallelamente, si muove invece la crescita dei Masters. Dal 2023 è stata completata la trasformazione dei 1000 in veri e propri mini-Slam: durata estesa da 7 a 12 giorni, tabelloni da 56 a 96 giocatori, servizi e infrastrutture sempre più orientati al pubblico.
E a ottobre è arrivato l’annuncio che segna un nuovo equilibrio geopolitico: dal 2028, grazie al mega accordo con il fondo sovrano saudita PIF, anche l’Arabia Saudita ospiterà un Masters 1000, andando a unirsi al gruppo di Indian Wells, Miami, Montecarlo, Madrid, Roma, Montreal/Toronto, Cincinnati, Shanghai e Parigi.
Ricavi in crescita, ma dipendenza dal ticketing
La trasformazione sta iniziando a dare frutti concreti come spiega Gaudenzi, ripreso da La Gazzetta: «Gli Slam funzionano per due ragioni: infrastrutture incredibili e storia. Hanno stadi enormi e di fatto tre settimane di torneo».
Il tennis, però, resta uno sport remunerato poco dai diritti media rispetto ad altre discipline globali, con i ricavi continuano ad arrivare per il 50–60% dai biglietti.
Ed è proprio l’estensione dei Masters ad aver creato un nuovo impulso economico.
«Già nel primo anno dei Masters estesi si vedono risultati. Grazie alla formula del profit-sharing, abbiamo distribuito quasi 20 milioni di dollari nel 2024, rispetto ai 6 milioni del 2023. È il 25% in più oltre al prize money, con un profitto totale dei Masters è vicino ai 110 milioni».
Segnali confortanti, che confermano come il format più lungo e più ricco di contenuti stia generando valore aggiunto lungo tutta la filiera.
Un calendario sotto pressione: le proteste dei big
Resta però un punto critico: il carico fisico degli atleti.
L’estensione dei Masters, l’allungamento della stagione e la compressione dei viaggi hanno acceso le proteste dei top player, sempre più provati da ritmi al limite. Gaudenzi predica calma: «Servirà tempo, ma questo gigantismo porterà più valore per tutti», invita, sollecitando anche i giocatori a non lasciarsi attrarre solo dalle esibizioni ad alto compenso.
Il rischio, però, è evidente. Le immagini arrivate da Shanghai — Djokovic costretto a vomitare in campo, Sinner tra crampi e affaticamento, Fritz al limite dello svenimento — mostrano quanto il sistema stia tirando la corda. E quanto la ricerca di una sostenibilità sportiva debba correre in parallelo a quella economica.