NFL, oltre 300 miliardi per le 32 franchigie: il football è ormai un media business

Oltre 22 miliardi di dollari di ricavi annui, tra diritti audiovisivi, streaming, sponsorizzazioni e stadi: la NFL ha costruito un modello nel quale le franchigie sono sempre più simili a piattaforme globali dell’intrattenimento

NFL_ Green Bay Packers e Philadelphia Eagles
NFL SENZA LIMITI
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La nuova stagione della NFL è iniziata da poco più di due settimane, ma il primo dato da mettere in campo non riguarda yard, touchdown o vittorie. O meglio, i nerd della statistica e i fanta-allenatori di football hanno già pane – ma anche ripieno e farcitura – per i propri denti ma i numeri da far saltare sulla sedia non sono quelli del campo, bensì di tutto quanto attorno al campo ruota.

Tutte le 32 franchigie della lega di football americano valgono ormai più di 8 miliardi di dollari ciascuna, per un valore complessivo che ha superato quota 300 miliardi. Numeri che raccontano meglio di qualsiasi risultato sportivo la dimensione raggiunta dalla National Football League, oggi la competizione sportiva più ricca del pianeta con oltre 22 miliardi di dollari di ricavi annui.

Non è un caso che la stagione sia partita l’11 settembre a Melbourne, in Australia, con la sfida tra San Francisco 49ers e Los Angeles Rams: è da diverso tempo che l’NFL sta infatti spingendo sempre più sulla propria dimensione internazionale, portando il prodotto fuori dal tradizionale perimetro statunitense / nordamericano e ampliando progressivamente il bacino di pubblico, sponsor e potenziali consumatori.

Ma l’internazionalizzazione è solo – seppur rilevante – un tassello della struttura economica assai complessa di tutta la Lega, che vede nelle sue franchigie delle realtà ormai difficili da associare alle tradizionali società sportive.

Dai diritti tv a Netflix, così la NFL ha costruito un ecosistema mediatico che va molto oltre le partite

Il pilastro del modello rimane la vendita centralizzata dei diritti audiovisivi, sostenuta da un’audience che continua a crescere. La stagione regolare, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, ha raggiunto una media di 18,7 milioni di spettatori per partita, il dato più alto dal 1989, mentre il Super Bowl LX è stato seguito da 125 milioni di persone, confermandosi l’evento televisivo più potente degli Stati Uniti.

Su questa base la NFL ha costruito un pacchetto di accordi domestici che vale la bellezza di 111 miliardi di dollari fino al 2033, coinvolgendo emittenti tradizionali, piattaforme e chi più ne ha, più ne metta: CBS, Fox, NBC, ESPN e Amazon Prime Video, tutti dentro l’accordo.
La distribuzione del prodotto è infatti ormai un mosaico nel quale ogni operatore presidia una parte dell’offerta: CBS e Fox mantengono il cuore della regular season domenicale, NBC il Sunday Night Football, ESPN/ABC il Monday Night Football e Amazon il Thursday Night Football.

È però lo sviluppo dello streaming a mostrare con maggiore chiarezza la trasformazione del modello. Alla presenza di Amazon si è aggiunta la partnership con Netflix, avviata nel 2024 e ampliata nel 2026 con la trasmissione di cinque partite di regular season, comprese due gare natalizie. Non si tratta soltanto di aggiungere un’altra piattaforma alla distribuzione delle partite: per la NFL significa entrare in un ecosistema globale con centinaia di milioni di abbonati, aumentando la propria capacità di raggiungere nuovi pubblici e, di conseguenza, l’attrattività per gli sponsor internazionali.

La partita, quindi, non si gioca più soltanto sul campo, anzi. Attorno a questo si articola la capacità di distribuire il prodotto, moltiplicarne le occasioni di consumo e trasformare l’audience in valore commerciale.

Tredici miliardi dai diritti, poi biglietti, hospitality e sponsor: la macchina NFL alimenta il valore delle franchigie

Ma, come il discorso dell’internazionalizzazione e dei match fuori dai confini nordamericani, anche la dimensione mediatica è parte di un sistema nel quale le diverse fonti di ricavo finiscono per rafforzarsi a vicenda.
I diritti televisivi nazionali ed esteri rappresentano la componente principale, con circa 13 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono 3,5 miliardi dalla biglietteria, i ricavi dell’hospitality premium, gli eventi extra-sportivi organizzati negli stadi e altri 3 miliardi di entrate media e commerciali locali.

A questi vanno poi sommati circa 3 miliardi di dollari annui di sponsorizzazioni delle singole franchigie non centralizzate. È un sistema nel quale la centralizzazione di una parte rilevante dei ricavi garantisce alle squadre una base economica particolarmente solida, mentre il salary cap contribuisce a mantenere l’equilibrio competitivo che costituisce uno degli elementi caratteristici delle leghe professionistiche statunitensi.

Gli stipendi degli organici assorbono circa 12 miliardi di dollari, pari a circa il 50% dei ricavi complessivi della Lega. Il risultato è un modello nel quale la franchigia non viene valutata soltanto per i risultati ottenuti sul campo, per la sua capacità di contribuire a un sistema che genera ricavi ricorrenti, sostenuti da contratti media pluriennali e da un’offerta commerciale molto più ampia della singola partita.

È qui che il football americano comincia ad assomigliare sempre meno alla tradizionale idea di società sportiva e sempre più a una piattaforma di intrattenimento.

Dai Cowboys ai Seahawks, quando una squadra supera i 9 miliardi e diventa un asset finanziario globale

Le valutazioni delle franchigie sono la conseguenza più evidente di questo modello. Come detto in apertura, secondo le ultime stime, tutte le 32 squadre NFL hanno superato gli 8 miliardi di dollari di valore. In cima alla classifica ci sono i Dallas Cowboys, ormai arrivati a circa 17 miliardi di dollari, con quasi 1,3 miliardi di ricavi annui.

Alle loro spalle si collocano Los Angeles Rams, New York Giants, New England Patriots e San Francisco 49ers, tutte organizzazioni capaci di produrre oltre 800 milioni di dollari di ricavi annuali. Anche le operazioni sul mercato confermano la crescita delle quotazioni: la recente cessione dei Seattle Seahawks per oltre 9,6 miliardi di dollari ha fissato un ulteriore riferimento per il valore delle franchigie.

A questo punto il confronto con le società sportive tradizionali diventa inevitabile a livello logico, impensabile a livello numerico e in definitiva parzialmente fuorviante. Questo perché chi acquista una franchigia NFL non compra soltanto una squadra, un marchio o un posto in una competizione: entra in un sistema nel quale diritti media, ricavi commerciali, stadi, pubblico, sponsor e distribuzione internazionale concorrono alla costruzione del valore.

Un paradigma, un modello ma anche un approccio che il calcio italiano, e dunque quello europeo, ha probabilmente iniziato a metabolizzare; ma da qui a renderlo un qualcosa di strutturale con realtà antagoniste sul campo ma sinergiche al di fuori, pare esserci ancora una bella distanza.

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