Dinamo Sassari retrocede in Serie A2: finisce un ciclo lungo sedici anni

La sconfitta contro la Virtus Bologna certifica la discesa in Serie A2 dei biancoblù. Si chiude un ciclo iniziato nel 2010 e coronato dallo scudetto 2015. Ora si aprono scenari incerti.

dinamo-sassari
Nuovi scenari
Image credit: LBA

Il verdetto è arrivato domenica 3 maggio al PalaSerradimigni: la Dinamo Banco di Sardegna Sassari retrocede in Serie A2. La sconfitta casalinga contro la Virtus Bologna (73-80), unita alla contemporanea vittoria di Treviso sul campo di Cantù, ha chiuso in anticipo di un turno una stagione che si era già compromessa ben prima della sirena finale.

Sedici anni di presenza consecutiva nella massima serie del basket italiano si sono conclusi con un record di 7 vittorie e 20 sconfitte, 14 punti in classifica e una sola partita ancora da giocare, a Brescia, ormai priva di qualsiasi valore sportivo ai fini della salvezza.

Come si è arrivati qui

La stagione della Dinamo è crollata progressivamente, ma il punto di non ritorno si è identificato dopo la sfida con Reggio Emilia: sette sconfitte consecutive, tra cui quelle decisive contro Treviso e Cantù, dirette concorrenti nella corsa alla permanenza in categoria, hanno di fatto consegnato ai biancoblù l’ultimo posto in classifica.

Il cambio in panchina del 4 novembre 2025 – con Veljko Mrsic subentrato a Massimo Bulleri dopo cinque sconfitte nelle prime uscite – ha prodotto alcune fasi di gioco incoraggianti, senza però riuscire a stabilizzare la squadra nei finali punto a punto, territorio in cui si decidono le retrocessioni.

La partita di domenica ha fotografato con fedeltà l’intero percorso stagionale: Sassari ha chiuso avanti il primo tempo (37-30), poi ha subito un parziale devastante nel terzo quarto (15-30 il saldo), perdendo lucidità e controllo proprio quando sarebbe servito il contrario.

Il PalaSerradimigni ha salutato la Serie A con un misto di applausi, contestazione e rassegnazione.

Il peso di un patrimonio storico

La retrocessione interrompe un ciclo costruito in tempi storicamente brevi. Promossa nel 2010, la Dinamo ha scalato rapidamente la gerarchia del basket italiano: lo scudetto del 2015, conquistato sotto la guida di Meo Sacchetti con un gruppo capace di vincere nello stesso anno anche Coppa Italia e Supercoppa, resta il vertice simbolico di un’avventura sportiva che ha profondamente segnato l’identità della Sardegna.

A quel ciclo si è aggiunto nel 2019, con Gianmarco Pozzecco in panchina, il primo trofeo europeo – la FIBA Europe Cup – oltre a un’altra Supercoppa. Negli anni successivi, con Bucchi allenatore, sono arrivate due semifinali scudetto e una finale di Supercoppa.

Sul parquet si sono alternati giocatori entrati nella storia biancoblù: da Travis Diener a Rakim Sanders, da David Logan a Jerome Dyson, fino a Marco Spissu, Jack Devecchi e Achille Polonara.

Dietro, una struttura precisa: la regia societaria di Stefano Sardara, il lavoro del general manager Federico Pasquini e la capacità di attrarre talenti in una piazza che pochi anni prima era considerata periferica rispetto ai grandi circuiti del basket europeo.

Le variabili economiche e societarie

La retrocessione sportiva si inserisce in un contesto societario già sotto pressione. Il mese scorso Sardara aveva annunciato il ritiro della squadra femminile dal campionato di Serie A1, nonostante la salvezza conquistata sul campo, motivando la decisione con costi insostenibili e con la necessità di «mettere al sicuro» il club.

Un segnale che i margini finanziari del progetto si erano assottigliati prima ancora che la crisi sportiva della squadra maschile raggiungesse il punto critico.

Ora le opzioni sul tavolo sono sostanzialmente due. La prima è quella del ripescaggio: secondo indiscrezioni riportate da L’Unione Sarda, lo scenario richiederebbe che Roma acquisisse il titolo sportivo di Trieste o Cremona, liberando eventualmente uno spazio che potrebbe andare a Sassari. La seconda è la cessione del club da parte di Sardara a un gruppo imprenditoriale interessato a mantenere la pallacanestro di alto livello in città, ripartendo dalla A2.

Si tratta, al momento, di ipotesi prive di conferme ufficiali.

Cosa rimane e cosa bisogna costruire

A prescindere dagli scenari futuri, le priorità immediate del club sono chiare: completare la regular season con serietà, poi aprire un dossier su budget, area tecnica, contratti e compatibilità del roster con un campionato profondamente diverso dalla LBA.

L’identità tecnica della squadra è stata identificata come uno dei nodi irrisolti della stagione: la difficoltà nel ricostituire un nucleo italiano dopo le partenze non programmate di Cappelletti e Veronesi ha privato il gruppo di quei riferimenti capaci di trasmettere ai giocatori stranieri la filosofia del club.

Nel frattempo, il PalaSerradimigni è atteso da un ampliamento che porterà la capienza a 6mila posti entro fine anno: un investimento infrastrutturale che segnala, almeno sul piano delle intenzioni, la volontà di non rinunciare alla vocazione cestistica della città.

Tra il 23 ottobre 2010 e il 3 maggio 2026 ci sono sedici stagioni, 550 partite di Serie A, uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e un trofeo europeo. Il patrimonio resta intatto. La ricostruzione, invece, è tutta da scrivere.

Sport

Basket