Stefano Domenicali non usa mezzi termini. Intervistato da motorsport.com, l’amministratore delegato della Formula 1 è categorico: «Lo stato del campionato è fantastico, è straordinario. Non siamo mai stati in una posizione così incredibile». Un’apertura che non è semplice retorica da ufficio stampa, ma una dichiarazione con i numeri alle spalle.
Le prime tre gare del Mondiale 2026 – Australia, Cina, Giappone – hanno registrato una crescita media del 25% in termini di spettatori televisivi aggregati su oltre dieci mercati principali. Non si tratta di rimbalzi statistici post-pandemia né di picchi isolati: è una tendenza strutturale che interessa in modo trasversale sia i mercati consolidati sia quelli emergenti.
Sul fronte del pubblico dal vivo, il quadro è altrettanto eloquente. All’Albert Park di Melbourne si sono registrati quasi 484mila spettatori nell’arco del weekend, nuovo primato storico con una crescita di circa il 4% sul 2025. A Shanghai l’affluenza ha raggiunto circa 230mila presenze, il dato più alto degli ultimi vent’anni. A Suzuka l’incremento ha superato il 18%.
Sono cifre che Domenicali utilizza come scudo. In un momento in cui una parte del paddock e della fanbase contesta le scelte regolamentari, il CEO di Liberty Media può permettersi di rispondere ai critici con la forza del mercato: il prodotto vende, dunque il prodotto funziona.
Almeno dal punto di vista commerciale.
Sport vs prodotto: una scelta di posizionamento
Il regolamento tecnico entrato in vigore quest’anno ha rappresentato il cambiamento più radicale nella storia recente della Formula 1: nuova aerodinamica, nuove power unit ibride con una gestione dell’energia elettrica profondamente diversa dal passato. Un salto che ha generato tanto entusiasmo quanto malcontento.
I piloti hanno sollevato questioni tecniche, di sicurezza e di «essenza dello sport». La critica più diffusa riguarda l’energy management: le qualifiche, storicamente il momento della prestazione pura, si sono trasformate in un esercizio di ottimizzazione energetica. I sorpassi avvengono con maggiore frequenza, ma secondo una parte significativa dei fan più esperti, sono il risultato di dinamiche regolamentari più che di abilità di guida nel senso tradizionale del termine.
Il 20 aprile i team principal si incontreranno per discutere possibili correttivi tecnici da applicare, se fattibile, già a partire dal GP di Miami. Il tema centrale è proprio la gestione dell’energia, con l’obiettivo di restituire alle qualifiche il carattere di sessione al limite assoluto.
Ma è qui che l’analisi puramente sportiva cede il passo a quella industriale. Il regolamento 2026 non è solo una questione tecnica: è una scelta deliberata di posizionamento del prodotto. Più strategia in gara significa più imprevedibilità, più momenti di svolta, più engagement televisivo per un pubblico abituato a contenuti ad alta intensità emotiva.
L’equazione è semplice: sorpassi frequenti uguale highlight virali, highlight virali uguale nuovi spettatori, nuovi spettatori uguale crescita dei ricavi.
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Ognuno ha la sua Formula 1
Il vero problema che la Formula 1 si trova ad affrontare nella stagione 2026 non è tecnico né sportivo. È un problema di coerenza narrativa del prodotto: i diversi portatori di interesse – stakeholder, per usare l’anglicismo che il settore predilige – non condividono più la stessa visione di cosa sia e cosa debba essere la F1.
- Governance (Liberty Media / FOM): crescita globale dei ricavi e dell’audience. Il prodotto si valuta sui dati di mercato.
- Regolatore (FIA): identità sportiva e integrità della competizione. Il prodotto si valuta sulla qualità della sfida.
- Industria (Team e motoristi): sviluppo tecnologico e ritorno sull’investimento. Il prodotto è un laboratorio.
- Atleti (Piloti): qualità della guida e sfida tecnica. Il prodotto si valuta sul senso del volante.
I tifosi, infine, non sono un blocco monolitico. Esistono almeno due fanbase distinte, con aspettative e linguaggi diversi: da una parte il pubblico storico, europeo e tecnico, formatosi sulla cultura della prestazione pura; dall’altra un pubblico più giovane e globale, attratto dallo spettacolo, dai contenuti social e dalle narrazioni emotive costruite attorno ai piloti.
Domenicali è consapevole di questa polarizzazione. «Da una parte ci sono quelli che si lamentano, dall’altra quelli che la adorano. E la parte più grande della polarizzazione è decisamente quella positiva», ha dichiarato nel corso dell’intervista, prima di aggiungere che ogni critica costruttiva merita attenzione.
Una posizione equilibrata sulla carta, ma che nella pratica tende a dare priorità ai numeri aggregati rispetto alle preoccupazioni qualitative.
Spettacolo vs autenticità: un problema di mercato
Il cuore del dibattito ruota attorno a un paradosso: la Formula 1 non ha mai avuto così tanti spettatori, eppure una parte di essi non si riconosce più in ciò che vede. I sorpassi sono più frequenti ma percepiti come «costruiti». Le qualifiche sono più complesse ma meno emozionanti nel senso tradizionale del termine. La gara è più imprevedibile ma la variabile determinante sembra essere l’algoritmo energetico, non il talento del pilota.
Questo cortocircuito narrativo non è una novità assoluta nella storia dello sport motoristico, ma la sua percezione è amplificata dal contesto attuale. L’aspettativa dello spettatore è cambiata quanto la tecnologia in pista: il fan storico pretende autenticità e profondità tecnica; il fan nuovo pretende ritmo e colpi di scena. Accontentare entrambi con lo stesso prodotto è un’impresa che nessun altro sport di massa ha ancora risolto in modo definitivo.
La vera domanda strategica non è tecnica: è se la F1 stia evolvendo il proprio modello oppure stia cambiando identità per massimizzare il valore commerciale a breve termine. La risposta non è neutra, e i dati da soli non la esauriscono.
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Una scelta strategica che non può essere delegata ai numeri
Le parole di Domenicali all’inizio della stagione non negano le criticità: le ridimensionano alla luce dei risultati commerciali. È una posizione legittima, coerente con il mandato di un CEO che risponde agli azionisti di Liberty Media. Ma è anche una posizione che rischia di chiudere anzitempo un dibattito che merita invece di rimanere aperto.
Perché il punto non è sapere se il prodotto F1 sia in salute economica, i numeri lo confermano con chiarezza. Il punto è stabilire che tipo di sport la Formula 1 voglia essere. E quella è una scelta strategica che non può essere delegata ai dati di audience o alle presenze record a Melbourne.
La stagione 2026 è un banco di prova che va oltre i risultati in pista. Miami sarà il primo test concreto della capacità della governance di ascoltare le critiche senza rinunciare alla direzione scelta.
Il mondo guarda. E non solo per vedere chi vince la gara.