La salvezza conquistata sul campo contro Brixia, celebrata appena una settimana fa davanti a centinaia di tifosi al palazzetto, è durata meno di quarantotto ore. La Dinamo Sassari ha infatti annunciato che non si iscriverà al prossimo campionato di Serie A1 femminile, chiudendo dopo sei stagioni un’esperienza che sorprende nei tempi, più che nelle motivazioni.
«Il progetto chiude i battenti perché non è più sostenibile, – ha dichiarato il presidente Stefano Sardara a La Nuova Sardegna. – Ci sono costi troppo alti, norme fiscali da professionismo per un campionato che non ha né l’indotto né la struttura di una lega professionistica».
Parole che non suonano nuove a chi segue il basket femminile italiano: sono le stesse pronunciate, negli anni, da chi ha guidato Virtus Bologna, Ragusa e Roma prima di alzare bandiera bianca.
Un modello economico che non regge
Il nodo è strutturale. I ricavi da biglietteria, diritti televisivi e merchandising restano marginali, mentre i costi di gestione – stipendi, trasferte, staff tecnico – sono calibrati su standard quasi professionistici.
«Ci aspettavamo qualcosa di nuovo a livello normativo, – spiega il presidente Stefano Sardara – anche perché questo è un progetto sociale a tutti gli effetti. Allo stato attuale non siamo nelle condizioni di continuare».
Ne deriva un sistema in cui la sopravvivenza di una società dipende in larga misura da un singolo finanziatore, sponsor o di un imprenditore. Quando quel sostegno viene meno, il castello crolla.
La Dinamo era approdata in A1 nel giugno del 2020 non attraverso una promozione sportiva, ma con un’ammissione deliberata dal Consiglio federale, con il titolo assegnato alla Dinamo Lab, la sezione di basket in carrozzina. Un’origine che già metteva in luce la natura del progetto: significativa sul piano simbolico e sociale, ma economicamente fragile.
Il miglior risultato in campionato resta il quarto posto nella stagione 2022-2023, con accesso ai playoff e semifinale di Coppa Italia. A questo si aggiungono i quarti di finale di EuroCup raggiunti nell’annata appena conclusa.
Una cattedrale nel deserto
Al di là dei risultati, il progetto non è riuscito a costruire un radicamento profondo sul territorio. Nessuna giocatrice sassarese, né sarda, ha trovato spazio nella rosa.
Il basket femminile di alto livello, in Sardegna, ha radici soprattutto a Cagliari – con Cus e Virtus tra A2 e A1 – e ad Alghero, con la Mercede. A Sassari, invece, nonostante una crescita in termini di comunicazione e presenza sui social, la squadra è rimasta un’esperienza isolata.
La Lega Basket Femminile, nel comunicato ufficiale rilasciato in risposta alle dichiarazioni di Sardara, ha riconosciuto il peso della notizia sottolineando come saranno opportune riflessioni e considerazioni coinvolgendo tutte le parti del movimento in maniera il più possibile trasparente.
Al tempo stesso, però, ha sollevato una critica formale: la scelta di annunciare il ritiro a stagione non ancora conclusa – con il playout tra Brixia e Battipaglia ancora da disputare – è stata definita «particolarmente indelicata verso tutte le giocatrici, gli staff, le società» ancora in gara.
Cos’ha spinto allora Sardara? Lo dice lo stesso presidente, parlando di responsabilità e tutela: «Ritengo infatti che chi ha contribuito con professionalità e dedizione a questo percorso abbia il diritto di conoscere per tempo le prospettive future, così da poter pianificare adeguatamente il proprio cammino professionale. Ritardare una comunicazione di questa portata avrebbe significato, a mio avviso, esporre queste persone a un’incertezza ben più dannosa e difficile da gestire.»
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Il conto delle assenti
Bologna, Faenza, Lucca, Ragusa, Roma. E ora Sassari. Queste sono le società che negli ultimi anni hanno rinunciato alla Serie A1 femminile o sono uscite dal panorama nazionale. Dall’annata 2021-2022, l’unica senza defezioni, il movimento ha perso almeno un pezzo ogni anno.
Il risultato è un campionato ridotto, con il rischio di ulteriori defezioni prima della prossima stagione.
In questo contesto incidono anche le scelte legate alla distribuzione del prodotto. La piattaforma FLIMA TV, pensata per ampliare il pubblico, è stata più volte criticata per qualità e accessibilità, finendo per diventare un ulteriore fattore di marginalizzazione.
Cambiano le città e le maglie, ma il copione è sempre lo stesso. E ogni volta che cade un’altra tessera, la domanda che rimane sospesa è sempre la medesima: quante altre dovranno cadere prima che il sistema cambi davvero?
Il paradosso delle eccellenze
A fronte di queste difficoltà, il movimento continua però a produrre risultati di alto livello. Club come Reyer Venezia e Famila Schio restano competitivi anche in Europa e rappresentano l’ossatura della Nazionale, che sta vivendo uno dei momenti più brillanti della sua storia. Il bronzo all’Europeo la scorsa estate, tra Bologna e il Pireo, e la qualificazione ai Mondiali dopo trentadue anni di assenza rappresentano risultati di valore assoluto.
Questa forbice, tuttavia, accentua il divario interno, alimentando una delle immagini più ricorrenti e inquietanti: quella di un campionato sempre più ristretto, dove poche realtà solide si confrontano ripetutamente. Una provocazione circolata negli ultimi giorni recita: «Di questo passo tra 3-4 anni il campionato vedrà Reyer e Schio affrontarsi venti volte in stagione». Un’iperbole, ma non priva di fondamento.
Il rischio è inoltre che questa Nazionale, cresciuta anche grazie a esperienze in NCAA e a una continuità tecnica rara, resti un’isola felice in un contesto sempre più asfittico. Come ha spiegato Francesca Pan, capitana della Reyer Venezia, negli Stati Uniti la crescita del movimento femminile è stata favorita anche dall’interazione con lo sport maschile: «LeBron che va a vedere la partita di WNBA e mette il post su Instagram aiuta molto il movimento, mentre in Italia questo è più raro».
Alcune collaborazioni tra LBF e LBA si muovono in questa direzione – come avvenuto nel corso della Coppa Italia del 2025, – ma manca una strategia organica, perchè procedere a senso unico non porta da nessuna parte.
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Cosa resta
Sardara ha chiarito che il disimpegno dalla A1 femminile serve a «mettere al sicuro» – mantenere sostenibile – il club, tra le poche realtà in Italia a schierare contemporaneamente squadre nella massima serie maschile, femminile – fino a settimana scorsa – e in carrozzina. L’ipotesi di mantenere una squadra a livello regionale per valorizzare il settore giovanile è ancora sul tavolo, ma non è una certezza.
Il punto, allora, non è solo capire chi sostituirà le squadre che rinunciano – tra ripescaggi e promozioni “forzate” – ma interrogarsi sul perché sempre meno club siano in grado, o disposti, a sostenere la massima serie.
Ogni estate il numero delle partecipanti viene deciso più dalle emergenze che dai risultati sportivi, trasformando il campionato in un equilibrio instabile. Le conseguenze vanno oltre il calendario: si riducono le opportunità per atlete e staff, si indebolisce il legame con i territori. In sostanza, si indebolisce l’intero ecosistema.
Quello che è certo è che il basket femminile italiano ha bisogno di risposte strutturali: riduzione dei costi, maggiore visibilità mediatica, investimenti coordinati tra pubblico e privato. Soprattutto, serve un modello meno dipendente dall’iniziativa dei singoli.