World Baseball Classic, l'Italia compie l'impresa a Houston: battuti gli Stati Uniti

Al Daikin Park di Houston l’Italia ha sconfitto gli Stati Uniti 8-6 al World Baseball Classic. Una vittoria che vale più di un risultato sportivo: è la conferma di un progetto costruito con visione e un’intera diaspora italiana.

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Si fa la storia
Image Credits: Corrado Benedetti/DFP per FIBS

Non era mai successo a questi livelli. L’Italia aveva già superato gli statunitensi in passato, nel 1973 a Parma, nel 1986 in Olanda, nel 2007 a Taiwan, ma si trattava sempre di rappresentative dilettantistiche.

Mercoledì notte, di fronte agli Azzurri c’era un roster composto interamente da stelle della Major League (MLB), un autentico Dream Team con in testa Aaron Judge, capitano dei New York Yankees sotto contratto da 360 milioni di dollari, salito in battuta nell’ultimo inning con la possibilità di pareggiare i conti. Il Daikin Stadium si è fatto silenzio.

La partita ha avuto un andamento da montagne russe. L’Italia è arrivata a condurre addirittura 8-0, prima di assistere alla rimonta americana che ha reso il risultato finale molto più sofferto di quanto il punteggio lasci intendere. Una vittoria conquistata con i nervi, che ha però confermato la solidità di un progetto tecnico in costante crescita.

Un modello costruito sulle radici italiane

Il risultato di Houston non è un accidente. Dietro la vittoria sull’America c’è un progetto preciso, costruito negli ultimi anni attorno a una intuizione semplice quanto efficace: usare le regole di eleggibilità del World Baseball Classic per attrarre talenti professionisti con sangue italiano nelle vene.

Le norme del torneo sono, su questo fronte, particolarmente generose. Un giocatore può rappresentare una nazionale non soltanto se è nato in quel paese, ma anche se ne possiede la cittadinanza, se vi risiede in modo permanente, o se può vantare almeno un genitore o nonno nato lì. In alcuni ordinamenti è sufficiente anche la sola eleggibilità alla cittadinanza.

Per l’Italia, paese che conta una diaspora nordamericana di decine di milioni di persone, questo sistema si è rivelato una miniera. Nel roster 2026 i nati sul suolo italiano sono appena tre: tutti gli altri sono italoamericani, figli o nipoti di emigrati, cresciuti a pane e baseball nei campetti del New Jersey, della Pennsylvania, della California.

L’eredità Piazza

Il merito di aver trasformato questa possibilità in un sistema organizzato va in larga parte a Mike Piazza. Ricevitore leggendario, membro della MLB Hall of Fame e nono giocatore più pagato della lega nel 2005, Piazza fu nominato commissario tecnico nel novembre 2019, dopo la mancata qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo.

Portava con sé qualcosa che nessun altro allenatore avrebbe potuto offrire: un nome, una rete di relazioni, e la credibilità per bussare agli spogliatoi della Major League e convincere giocatori affermati a considerare l’azzurro non come un ripiego, ma come un orgoglio.

Il progetto ha dato i primi frutti evidenti al WBC 2023, quando l’Italia raggiunse i quarti di finale per la prima volta nella storia, eliminando Cuba e Canada nel girone. Un risultato che fino a pochi anni prima sarebbe apparso fantascienza.

Francisco Cervelli – ex ricevitore di Yankees, Pirates, Braves e Marlins, oggi alla guida tecnica della Nazionale – ha ereditato quella impalcatura e ha continuato a costruirci sopra. La sua credibilità nel mondo MLB è analoga a quella di Piazza: parla la lingua dei giocatori, conosce gli spogliatoi, sa cosa significa giocare sotto pressione nei playoff americani. E sa, soprattutto, come far sentire a casa ragazzi che con l’Italia condividono forse solo il cognome di un nonno emigrato cent’anni fa.

Eppure quell’appartenenza è reale, e si vede. Gli italoamericani del roster hanno portato nel dugout riti, gesti, una gestualità esuberante diventata simbolo di questo gruppo. Il tricolore sulla casacca non è un dettaglio burocratico.

I limiti strutturali e la scommessa sul lungo periodo

Il modello ha però un limite evidente, che i suoi stessi artefici riconoscono: il baseball italiano – quello giocato nelle società di Nettuno, Bologna, Parma, con atleti cresciuti interamente nel movimento nazionale – resta marginale rispetto agli standard internazionali. La Nazionale vince grazie a giocatori formati negli Stati Uniti, non grazie a un vivaio domestico competitivo. È una scorciatoia legittima, ma pur sempre una scorciatoia.

Il rischio è che il successo al WBC resti un fenomeno di vetrina, senza lasciare traccia nel tessuto sportivo del paese. Per questo Cervelli insiste sulla necessità di capitalizzare i risultati in termini di visibilità e investimenti: «Inizieranno a darci più credito. Avremo più persone intorno a noi, più sostegno. Non possiamo farcela da soli». Il ritorno della Nazionale su Rai Sport, dopo sette anni di assenza dalla televisione pubblica, è un primo segnale che qualcosa si sta muovendo.

La vera scommessa, nel medio periodo, è trasformare l’entusiasmo generato da queste notti americane in infrastrutture, campi, scuole baseball, giovani talenti italiani che un giorno possano affiancare, e magari sostituire, i nipoti degli emigrati.

Tre vittorie su tre, e ora il Messico

Con il successo sugli Stati Uniti – che arriva dopo quelli contro Brasile e Gran Bretagna – l’Italia guida la Pool B con un perfetto 3-0, risultato mai ottenuto nella storia del torneo. L’ultima gara del girone, giovedì 12 marzo a mezzanotte ora italiana, è contro il Messico: una vittoria varrebbe il primo posto e la qualificazione diretta ai quarti di finale, escludendo i messicani e aprendo il passaggio agli stessi statunitensi.

In caso di sconfitta, il bilancio dei punti segnati diventerà determinante, e gli Stati Uniti si troverebbero di fronte a un concreto rischio eliminazione in casa propria.

La notte di Houston arriva a pochi giorni dalla storica vittoria dell’Italia del rugby sull’Inghilterra al Sei Nazioni, prima volta nella storia del torneo. Due imprese ravvicinate, due sport diversi, un’unica lezione: nell’era della globalizzazione sportiva, i confini tra favoriti e outsider si assottigliano.

E l’impossibile, talvolta, diventa semplicemente la prossima partita.