Undici medaglie. Quattro ori. Un podio ogni tre gare disputate. Ma se ci fermassimo ai numeri, rischieremmo di raccontare solo metà della storia. Perché le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 non sono state soltanto l’edizione più vincente di sempre per la Federazione Italiana Sport del Ghiaccio. Sono state un banco di prova manageriale, economico e strutturale.
I numeri raccontano una federazione in espansione, ma pongono anche una domanda cruciale: è un modello strutturalmente solido o un sistema ancora troppo dipendente dal ciclo olimpico?
E poi c’è il nodo più delicato: le infrastrutture. Gli sport del ghiaccio costituiscono il 60% delle competizioni dei Giochi (soprattutto grazie all’hockey) eppure, fuori dall’arco alpino, gli impianti sono quasi assenti. La legacy sarà davvero il capitale umano formato durante i Giochi? O senza nuovi impianti il rischio è disperdere quell’energia?
Ne abbiamo parlato con il presidente della FISG, Andrea Gios, per capire se Milano Cortina 2026 è stato un punto di arrivo o l’inizio di una trasformazione strutturale del sistema ghiaccio italiano.
L’Olimpiade dei record
Domanda. Presidente, parto da qui. Questa è stata l’Olimpiade dei record: 11 medaglie, 4 ori e un rapporto di una medaglia ogni tre gare. L’hockey, soprattutto al femminile, che ha raggiunto un traguardo storico. Qual è il vero indicatore che le dice che la Federazione ha fatto un salto di qualità?
Risposta. I risultati sportivi sono emblematici. Abbiamo fatto 11 medaglie, di cui 4 ori, pari al 36,7% del totale delle medaglie che sono state ottenute dall’Italia. Per una piccola federazione come la nostra la possibilità di avere risultati di questo genere è importante. Siamo riusciti ad andare a medaglia in ciascuna delle quattro discipline che avevano la possibilità di andare a medaglia. Questo è il simbolo che la federazione è strutturata. Anche nell’hockey, che era la disciplina in cui ci si attendeva una possibile debacle, siamo riusciti a non sfigurare: con le donne abbiamo passato il turno e siamo entrati negli ottavi, quindi siamo tra le prime otto squadre del mondo.
Questo risultato, un anno fa, se l’avessi detto a qualcuno, mi avrebbe detto che ero pazzo. Ma noi ci credevamo, perché avevamo fatto un progetto particolare, eravamo convinti di poter performare sopra il livello che tutti si attendevano.”
D. Non mancano i rimpianti…
R. Dal mio punto di vista abbiamo lasciato per strada tre o quattro medaglie. C’è il pattinaggio artistico nella danza, l’abbiamo mancata per un soffio. Abbiamo mancato una medaglia con Davide Ghiotto tra i 5000 e i 10.000 metri maschili. Abbiamo mancato una medaglia nei 500 femminili con la nostra atleta arrivata quarta per tre centesimi. Abbiamo mancato medaglie con Sighel, che secondo me meritava il podio ed è stato squalificato in modo, a mio avviso, non corretto.
D. In sintesi, dal punto di vista sportivo ritiene sia stata un’Olimpiade irripetibile o replicabile?
R. Io sono convinto che possa essere replicabile proprio per questo. Per carità, c’è stata anche magari qualche medaglia inaspettata, però c’era margine per farne di più. Credo che ci sia la possibilità di replicare il risultato però a condizione che ci siano finanziamenti e risorse finanziarie adeguate per supportare questa attività. Le medaglie non cadono dal cielo. Alle spalle c’è stato un lavoro di quattro anni in cui abbiamo investito tantissime risorse negli staff tecnici, nei camp di allenamento, nelle tecnologie messe a disposizione degli atleti. C’è stato un lavoro di squadra dietro a questi atleti per supportarli, per portarli ad avere i risultati che abbiamo visto.
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La macchina organizzativa e la legacy tecnica
D. Nell’intervista realizzata a inizio anno ci disse che la vera eredità sarebbero state le competenze, non le medaglie. Oggi, a Giochi conclusi, conferma quella visione?
R. Più che mai. Un’altra grande legacy di questa Olimpiade per la nostra federazione è la capacità organizzativa che abbiamo costruito. Abbiamo fornito circa 460 persone selezionate, formate e poi distribuite nei vari sport e settori: dai responsabili organizzativi ai cronometristi, a chi gestisce le statistiche. In questo percorso, durato mesi e partito già dai test event, si sono formate e hanno dimostrato di saper gestire un evento come le Olimpiadi. Per il futuro sarà un patrimonio incredibile: utile per organizzare eventi, strutturare le società, lavorare alla base.
D. Quanto è stato complesso integrare questa struttura nel modello olimpico?
R. Meno di quanto temessimo. La collaborazione con Milano Cortina è stata magistrale. Avevamo il timore di dover aggregare 400-500 persone e integrarle con i direttori di pista, pensavamo fosse più complesso. Invece le risorse umane erano strepitose: persone con una passione incredibile, contente di lavorare. Quando si fa una cosa con piacere, i risultati si vedono. Tutte le nazioni, gli atleti, i tecnici sono stati soddisfatti dell’ospitalità e della cordialità.
D. Può darvi anche maggiore autorevolezza per obiettivi futuri, in quanto agli eventi?
R. Assolutamente sì. Se decidessimo, ad esempio, di candidarci per un Mondiale Top Division di hockey su ghiaccio – tra le competizioni più complesse in assoluto, con un’organizzazione che si sviluppa su tre settimane – fino a ieri ci avrebbero risposto che non avevamo l’esperienza necessaria. Oggi, invece, con la disponibilità di impianti e risorse, nessuno potrebbe sollevare obiezioni. Abbiamo dimostrato sul campo di saper gestire un evento complesso in maniera eccellente. Solo per l’organizzazione abbiamo coinvolto 190 persone, un team strutturato e preparato. In qualsiasi disciplina sportiva, adesso, possiamo presentarci e chiedere l’assegnazione di eventi importanti.
Lo ammetto: anch’io, in alcune fasi, ero scettico sulla possibilità di presentare dei Giochi all’altezza delle aspettative. Invece siamo riusciti a gestirli in modo straordinario, soprattutto grazie al lavoro di Milano Cortina, che sotto il profilo organizzativo ha compiuto un vero e proprio miracolo. Eravamo in ritardo su quasi tutte le strutture, eppure siamo riusciti a recuperare e a portare a casa un risultato di cui essere orgogliosi. Sono quei “miracoli italiani” che, alla fine, fanno la differenza.
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Il nodo impianti e la legacy mancata
Oltre alle competenze, nell’intervista da noi realizzata a inizio anno anche espresso amarezza per la mancanza di una vera legacy infrastrutturale, soprattutto a Milano. È notizia delle ultime settimane la realizzazione di un impianto a Rho Fiera per l’hockey e, si spera, anche per le altre discipline del ghiaccio.
D. Crede possa essere il primo segnale di una correzione strutturale o pensa sia un caso isolato?
R. L’impegno assunto dall’amministrazione comunale, dalla Regione e da Ente Fiera rappresenta un passaggio decisivo. Si tratta di un segnale concreto, perché non solo è prevista la realizzazione di una struttura permanente, ma nel frattempo è stata garantita la disponibilità di un impianto temporaneo all’esterno della Fiera di Milano.
Questo consentirà di mettere il ghiaccio a disposizione, innanzitutto, dei giovani milanesi – dagli hockeisti ai praticanti di pattinaggio artistico e short track – e successivamente anche di una squadra professionistica di hockey che possa fungere da motore trainante per l’intero movimento.
È un progetto di grande valore, e quello della legacy, che appariva come l’unica vera criticità di un’Olimpiade straordinaria, può oggi essere superato.
D. Potrebbe ispirare altre città?
R. Il progetto nasce con un presupposto chiaro: deve essere economicamente autosufficiente. Un modello con una propria solidità finanziaria, capace di sostenersi nel tempo, in cui i ricavi siano in grado di coprire i costi. Siamo convinti che un’iniziativa che gravi totalmente sulle risorse pubbliche non possa avere un futuro stabile. L’obiettivo è costruire un progetto remunerativo, che non rappresenti un peso per la comunità ma che anzi generi valore. Se riusciremo a dimostrare che una struttura di questo tipo può funzionare a Milano, potremo considerarlo un modello replicabile anche in altre grandi città.
Oggi gli impianti sono concentrati quasi esclusivamente nell’arco alpino, in piccole località di montagna dove il bacino di giovani è inevitabilmente limitato. Nonostante questo, il sistema riesce comunque a produrre risultati straordinari. Merito non nostro, ma dei ragazzi e delle società che, con passione e sacrificio, continuano a far crescere il movimento.
D. Come ha già detto, gli impianti restano concentrati quasi esclusivamente nell’arco alpino. Perché secondo lei l’Italia fatica così tanto a investire nel ghiaccio nelle grandi città?
R. Fino ad oggi, i progetti realizzati nelle grandi città si sono rivelati estremamente onerosi. Il vero problema è che non è mai stata individuata una formula organizzativa e gestionale capace di renderli sostenibili economicamente. Per questo motivo, tali strutture sono spesso percepite come un peso per la collettività e per gli investitori. La nostra ambizione è dimostrare che questi impianti, se gestiti correttamente e concepiti come veri e propri poli per eventi, possono diventare realtà economicamente virtuose.
In altri Paesi, come in Nord America o nel Nord Europa, non si tratta di realtà mantenute artificialmente: sono investimenti strategici, pensati per generare valore.
D. Atleti come Davide Ghiotto o Francesca Lollobrigida hanno più volte evidenziato la difficoltà logistica di allenarsi senza strutture adeguate. Quanto questo limite incide sulla competitività internazionale?
R. Il problema strutturale della mancanza di impianti nelle grandi città ha conseguenze dirette anche sull’alto livello. Nel caso particolare del pattinaggio di velocità su pista lunga, non abbiamo nemmeno una pista coperta in Italia. I nostri atleti devono essere in giro per il mondo ad allenarsi in Germania, in Polonia, in Olanda, qualche volta anche in Canada, e devono stare via da casa almeno 200 giorni all’anno.
È molto pesante per loro e molto costoso per noi. Questo gap infrastrutturale è veramente pesante e ci porta ad avere spese maggiori. Per portare gli atleti al livello che abbiamo visto a Milano Cortina servono maggiori contributi: non c’è dubbio.
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Il modello economico: circolo virtuoso o dipendenza?
D. Il bilancio preventivo 2026 chiude a pareggio con 11 milioni di euro. Oltre l’80% delle risorse è destinato all’attività sportiva e meno del 20% ai costi di funzionamento. La FISG può essere considerata un modello di efficienza operativa? O c’è margine per crescere strutturalmente?
R. La nostra federazione è cresciuta in modo significativo sotto il profilo organizzativo. Abbiamo costruito un sistema chiaro, con ruoli e responsabilità ben definiti: dall’area finanziaria a quella sportiva, fino al marketing. All’interno del settore sportivo abbiamo attribuito competenze precise ai direttori tecnici, ciascuno autonomo nella gestione del proprio budget ma tenuto a rendicontare. È un modello organizzativo di stampo aziendale. Oggi in federazione lavorano professionisti preparati, selezionati con attenzione anche sulla base della loro formazione. I risultati ci stanno dando ragione.
Considerando l’ultimo quadriennio olimpico, su circa 42 milioni destinati all’attività sportiva, 25 milioni vanno all’alto livello e 17 milioni alla base. L’attività di base negli ultimi 8 anni è passata da 9 a 17 milioni, l’alto livello da 10 a 25 milioni. Dietro questi risultati non c’è solo il successo sportivo, ma anche un grande sforzo organizzativo: investire significa reperire fondi, allocare risorse, controllare che tutto venga gestito correttamente.
D. Gran parte dei ricavi complessivi arriva da contributi pubblici: rappresentano circa il 65% dei ricavi complessivi. Dal 2019 sono cresciuti dell’89%, nel quadriennio olimpico del 101%. Esiste una strategia per aumentare la quota di ricavi autonomi come sponsorizzazioni, diritti, nel post Milano Cortina?
R. La nostra è una federazione piccola: 17.000 tesserati, concentrata prevalentemente nel Nord-Est. Il 64% viene da contributi di Sport e Salute. Ma le sponsorizzazioni sono cresciute significativamente: nel quadriennio 2014-2018 avevamo 1 milione e 150.000 euro, ora siamo a 4 milioni e 500.000. Abbiamo incrementato la nostra capacità di raccogliere risorse.
Va detto con chiarezza, però: senza il contributo straordinario di 7,5 milioni legato all’Olimpiade in casa, la nostra federazione faticherebbe a mantenere l’attuale livello di prestazioni. Per restare competitivi servono staff tecnici più strutturati, maggiori opportunità internazionali, più periodi di allenamento all’estero. Il gap infrastrutturale pesa in modo significativo sui costi. Stiamo lavorando per valorizzare i successi ottenuti, puntando a nuovi contratti di sponsorizzazione e a una maggiore capacità organizzativa nell’ambito degli eventi. I segnali sono incoraggianti: rispetto al quadriennio precedente abbiamo registrato un incremento complessivo delle entrate di 17,5 milioni, con un aumento di 3,5 milioni di risorse proprie.
Un dato di cui sono particolarmente orgoglioso: nel quadriennio 2022-2026 abbiamo destinato solo il 21% delle risorse ai costi di funzionamento, investendo circa l’80% direttamente nell’attività sportiva. Aver contenuto questa voce al 21% rappresenta a mio avviso un risultato molto significativo.
Oltre il perimetro olimpico
D. Lei in una precedente intervista ha detto: “La vera sfida è dimostrare che non viviamo solo ogni quattro anni.” Durante i Giochi l’audience televisiva e digitale degli sport del ghiaccio ha registrato numeri molto elevati. Qual è il piano concreto per trasformare questo picco di visibilità in una base stabile di tifosi, praticanti e sponsor nei prossimi anni?
R. Il problema è che le tv trasmettono quello che la gente vuole vedere: probabilmente c’è più gente che guarda il calcio di Serie D che una gara di short track. Però queste Olimpiadi hanno dimostrato che i nostri sport sono i più performanti: abbiamo avuto il 90% di occupazione nei nostri sport, venduto 1.300.000 biglietti. Bastava vedere i palazzetti: la gente ha partecipato con grandissima passione. Tre milioni di persone in Italia che guardano la velocità su ghiaccio: è un dato incredibile.
La speranza è che l’attenzione su questi sport resti costante. Partiamo da dati importanti che ci dovrebbero aiutare. Ora dobbiamo capire se riusciamo ad avere lo spazio per trasmettere i nostri eventi in diretta, perché solo così possiamo costruire un pubblico stabile.
La FISG ha contatti attivi con Sky, Rai ed Eurosport. Il lavoro grosso adesso sarà tradurre questi risultati in qualcosa di consistente. Ci piacerebbe avere spazio per far vedere i nostri eventi in diretta: avere reti in chiaro fa la differenza. Stiamo lavorando, e questo sarà uno degli obiettivi principali dei prossimi mesi.
D. Restando sul tema dell’esposizione mediatica. Durante i Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 le partite dell’hockey italiano saranno programmate in fascia mattutina nei giorni feriali. Considerato che si gioca in casa e che sono state promosse iniziative per i ragazzi, ritiene che questa collocazione possa penalizzare la valorizzazione del movimento?
R. Sì, assolutamente. Abbiamo sempre avuto un rapporto molto positivo per quanto riguarda gli eventi, in particolare per quelli legati all’Hockey Paralimpico, lo Sledge Hockey. Sono convinto che il seguito sarà molto alto. Se fosse stato inserito in fasce orarie più comode probabilmente avrebbe potuto raggiungere ancora più pubblico, ma resta comunque uno sport avvincente, capace di attirare interesse. Inoltre possiamo contare su una buona squadra, dalla quale ci aspettiamo risultati importanti. A parte la prima sfida contro gli Stati Uniti, che sarà sicuramente impegnativa vista la loro forza, credo che possiamo ambire concretamente a una medaglia. A PyeongChang l’abbiamo soltanto sfiorata: sarebbe bello poterla conquistare questa volta. I ragazzi sono preparati e pronti.
Le fasce orarie, però, vengono stabilite dal Comitato Organizzatore e dalla Federazione Internazionale, quindi dobbiamo adeguarci alle decisioni prese. Sono comunque certo che sarà un successo: se le prime partite andranno bene, potremmo arrivare fino a semifinali e finali con un grande entusiasmo attorno alla squadra. Il pubblico non mancherà, e sarà numerosissimo soprattutto davanti alla televisione.
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Visione personale
D. A livello umano, cosa le hanno lasciato questi Giochi?
R. Una grandissima soddisfazione. E soprattutto un legame incredibile con tantissimi atleti, ragazzi che mi sono rimasti davvero nel cuore. E una convinzione forte: quando si lavora con serietà e impegno, quando si lotta ogni giorno, alla fine il tempo ti restituisce qualcosa.
Eravamo in ansia, devo essere sincero. Sapevamo quanti sforzi erano stati fatti da tutti: prima di tutto dagli atleti, poi dalla Federazione, dai collaboratori. Il timore era quello di chiudere senza un risultato adeguato all’impegno profuso. Gli ultimi tre mesi sono stati particolarmente duri: qualche infortunio serio, tensioni organizzative. I primi giorni ero nervosissimo, quasi inavvicinabile. Poi, con il passare del tempo e l’arrivo delle prime medaglie, mi sono rilassato. Quando i risultati sono arrivati, ci siamo rasserenati tutti.
D. Se tra quattro anni dovesse indicare un indicatore oggettivo per misurare la vera legacy di Milano Cortina, quale sceglierebbe?
R. Siamo “condannati” a ottenere grandi risultati sportivi. La nostra federazione esiste mediaticamente se performa alle Olimpiadi. Ci sono sport come lo sci alpino che hanno una forza intrinseca enorme: sono popolari, muovono un comparto turistico importante. Discipline come lo short track o la pista lunga, invece, sono sport più “elite”: senza risultati, rischiano semplicemente di non esistere nel dibattito pubblico. La nostra sopravvivenza passa dalla performance.
Ma la legacy non è solo medaglie. Significa continuità nello sport, crescita dei tesserati, capacità organizzativa, solidità della struttura federale. E significa anche sviluppo concreto sul territorio: la nascita di un nuovo impianto in una grande città è un’eredità che resta.
In passato la nostra federazione conquistava una o due medaglie per edizione. A PyeongChang ne abbiamo vinte otto, oggi siamo arrivati a undici. Siamo passati dal contribuire per il 10-11% al medagliere nazionale a circa un terzo del totale. È un salto enorme.
Il punto centrale, però, è un altro: le nostre vittorie nascono dalle squadre. Nello short track non c’è solo il talento individuale, ma un gruppo fortissimo che si allena insieme, si spinge, cresce collettivamente. Lo stesso nel curling, nel pattinaggio artistico a squadre. È questa la cultura vincente che stiamo cercando di consolidare. Il talento puro può vincere una volta. Ma se vuoi costruire qualcosa che duri nel tempo, hai bisogno di un sistema, di un gruppo che lavori unito.
