Stefano Domenicali sceglie la linea della continuità. Ospite di “Radio anch’io sport” su Rai Radio1, il presidente e amministratore delegato della Formula 1 è stato interpellato sulla situazione in Ferrari, dalle recenti dichiarazioni di Christian Horner al futuro di Fred Vasseur.
La sua risposta arriva da chi ha guidato la Rossa dal 2008 al 2014: «È un momento in cui i risultati non sono quelli che ci si aspetta, ma proprio quando ci sono tante voci, anche di autocandidature di persone importanti, bisogna evitare soluzioni fantasiose che rischiano di portare fuori strada e far accumulare ulteriore ritardo».
Il manager imolese ha poi fatto ricorso a una metafora marinaresca: «Più c’è tempesta e più bisogna che il comandante mantenga la barra dritta». Buttare tutto e ripartire da zero significherebbe, in questo momento, aumentare ulteriormente il divario dagli avversari.
Le parole di Horner: un chiarimento
A suscitare discussioni è stata l’intervista rilasciata da Horner al Times, nella quale l’ex numero uno della Red Bull ha definito la Ferrari «il marchio più importante della Formula 1» e un «gigante addormentato». Ha inoltre spiegato di essere disposto a rinunciare alla propria quota di proprietà pur di tornare in pista, ma soltanto per una squadra. Per molti, quella squadra sarebbe Maranello.
Secondo fonti vicine a The Race, tuttavia, il quadro sarebbe meno lineare. L’intervista era stata concordata prima del Gran Premio d’Italia per promuovere il libro che Horner pubblicherà il mese prossimo ed era stata organizzata dalla casa editrice. Non sarebbe quindi da considerare una candidatura pubblica.
Horner mantiene contatti regolari con il presidente John Elkann, che nell’estate del 2022 si recò a casa sua per offrirgli la guida del team, prima che il ruolo passasse a Vasseur. Non ci sarebbe stata, però, alcuna discussione riguardo a un incarico a Maranello.
Il nodo del controllo
Il vero ostacolo riguarda i poteri decisionali. In Red Bull Horner non possedeva quote, ma in qualità di CEO e team principal aveva il controllo su piloti, assunzioni, sponsor e grandi investimenti, dal motore alla nuova galleria del vento.
Un’autorità simile in Ferrari non si vede dai tempi di Jean Todt, che godeva di libertà assoluta, mentre Binotto e Vasseur hanno operato all’interno di una struttura gestionale rigida.
Elkann e l’amministratore delegato Benedetto Vigna dovrebbero quindi ripensare l’intera organizzazione, mentre resterebbe da capire come reagirebbe una fabbrica con una cultura costruita in decenni e con dinamiche interne non semplici da governare.
Formula 1 e city branding: come Baku e le grandi capitali usano i GP per costruire la propria immagine
Una stagione che non decolla
A pesare sulla discussione è il contesto sportivo. La SF-26 doveva rappresentare il progetto del riscatto, ma una power unit inferiore a quelle dei concorrenti e una piattaforma aeromeccanica meno efficace del previsto hanno ampliato il distacco dalla vetta. La Ferrari è seconda in classifica, con McLaren e Red Bull che potrebbero avere qualcosa in più. A “peggiorare la situazione”, se così vogliamo dire, è il confronto con Red Bull Powertrains: al debutto come produttore di motori, è superiore a chi lo fa da decadi.
Dopo il Gran Premio d’Italia, la leadership di Vasseur è finita sotto i riflettori, quando Lewis Hamilton ha indicato nel team principal il responsabile ultimo dei cambiamenti necessari. Il pilota ha poi precisato sui social di non aver «mai chiesto la sostituzione di alcun membro della mia squadra». Nel paddock circola l’idea che ogni decisione possa essere rinviata alla fine della stagione.
Dopo Baku, Vasseur ha ammesso che «non stiamo lavorando nella più completa serenità» e ha definito «frustrante» il fatto che metà delle domande riguardi il suo futuro. Ha assicurato che spingerà «fino all’ultima curva» nelle sette gare rimaste, aggiungendo che la scelta non dipende da lui. Nel 2025, quando le critiche erano state altrettanto dure, Maranello aveva risposto con un contratto pluriennale.
Ora la decisione spetta a Elkann e Vigna. Il precedente di Todt, arrivato nel 1995 e capace di conquistare il titolo costruttori soltanto nel 1999, ricorda che le rivoluzioni in Ferrari richiedono tempo e che un cambio di rotta avrebbe bisogno della pazienza dei tifosi. È proprio il tempo che Domenicali invita a concedere a chi c’è già.