Il Roland Garros fa un passo verso i tennisti. Per la prima volta nella storia recente del tennis, uno dei quattro tornei del Grande Slam si dice disposto a legare formalmente il montepremi a una quota dei propri ricavi. È quanto emerso dai colloqui che i dirigenti dell’Open di Francia hanno avuto a Wimbledon, circa due settimane fa, con Larry Scott, il rappresentante designato dai giocatori nella trattativa in corso con i quattro major, riporta The Guardian.
Nessun accordo è stato ancora formalizzato, ma la disponibilità della Federazione Francese di Tennis a discutere un meccanismo di revenue sharing rappresenta un segnale forte rispetto alla linea finora tenuta dagli Slam, e mette sotto pressione diretta lo US Open, atteso a inizio agosto all’annuncio del proprio montepremi per l’edizione 2026.
Una disputa di lungo corso
Il contenzioso tra giocatori e organizzatori, che si trascina ormai da anni, si era acuito in seguito alle dichiarazioni della presidente dell’All England Club, Debbie Jevans, che il mese scorso aveva definito privo di senso ancorare il montepremi ai ricavi del torneo. La reazione dei giocatori è stata netta, con alcuni esponenti di spicco che avevano preannunciato un boicottaggio mediatico nella prima settimana di Wimbledon, poi rientrato. Pochi mesi prima la diatriba aveva riguardato proprio il montepremi 2026 di Parigi che, pur salito a circa 61,7 milioni di euro, rappresentava secondo le stime dei giocatori una quota dei ricavi complessivi del torneo ben al di sotto di quella richiesta.
La proposta del Roland Garros si distingue per un approccio più organico rispetto alla semplice percentuale: oltre all’impegno sul fronte del montepremi, i dirigenti francesi avrebbero offerto contributi previdenziali, copertura sanitaria e un maggiore coinvolgimento dei giocatori nella governance del torneo. È una differenza di metodo, non solo di cifre, rispetto al braccio di ferro che si è consumato a Wimbledon.
Il nodo della percentuale
Al centro della trattativa resta un parametro preciso: i giocatori chiedono che tutti gli Slam si impegnino a destinare da subito il 16% dei ricavi al montepremi, con una crescita graduale fino al 22% entro il 2030. La soglia corrisponde, non a caso, alla quota già riconosciuta negli eventi combinati ATP e WTA. È proprio questo scarto rispetto agli tornei del circuito regolare, ad aver spinto giocatori come Carlos Alcaraz e Coco Gauff a farsi portavoce delle richieste.
Gli Slam, dal canto loro, hanno finora optato per la strada degli aumenti unilaterali e discrezionali, negoziati anno per anno senza una formula vincolante: una modalità che i giocatori considerano strutturalmente insoddisfacente, perché non offre alcuna garanzia sul medio periodo.
Lo US Open sotto la lente, con un nuovo ad
La pressione sullo US Open è resa più acuta da un fattore di calendario e uno di governance. Il torneo newyorkese ha avuto più tempo degli altri per trattare con i giocatori, e la scadenza di agosto coincide con l’insediamento del nuovo amministratore delegato della United States Tennis Association, Craig Tiley, arrivato a Orlando proprio in questi giorni dopo tredici anni alla guida di Tennis Australia.
Non è un dettaglio marginale: Tiley porta con sé l’esperienza di aver gestito, in Australia, la composizione di un contenzioso antitrust promosso dai giocatori contro gli tornei dello Slam, la stessa causa che oggi coinvolge anche la USTA. Alcuni giocatori, tra cui il numero uno del ranking maschile Jannik Sinner, hanno paventato la possibilità di disertare il torneo di doppio misto che precede il singolare a Flushing Meadows, qualora non si registrino progressi sostanziali.
Sul piano strettamente numerico, lo US Open resta lo Slam più generoso in termini assoluti: lo scorso anno il montepremi era salito del 20%, a 90 milioni di dollari, dai 75 milioni dell’edizione precedente. Un incremento della stessa entità quest’anno porterebbe per la prima volta il montepremi complessivo oltre i 100 milioni di dollari, una cifra simbolica, ma che di per sé non risponde alla richiesta di fondo dei giocatori: non l’ammontare assoluto, bensì una formula di redistribuzione stabile e verificabile.
La posta in gioco
Se l’apertura del Roland Garros dovesse tradursi in un accordo formale, si tratterebbe del primo cedimento strutturale nel fronte compatto finora tenuto dai quattro major sul tema della revenue sharing, e offrirebbe ai giocatori un precedente concreto da rivendicare nelle trattative con Wimbledon, Australian Open e US Open.
Per gli organizzatori, la vera partita non è tanto la cifra in sé, quanto il principio: accettare una clausola di adeguamento automatica significa rinunciare alla discrezionalità annuale che finora ha permesso ai tornei di calibrare gli aumenti,e di rivendicarli come concessioni, anziché come diritti acquisiti.