La candidatura di Roma ai Mondiali di atletica leggera del 2029 (o del 2031) è passata quasi sotto traccia.
Presentata alla vigilia di Pasqua, in un momento in cui l’attenzione mediatica fisiologicamente si abbassa, soprattutto per un potenziale evento da ospitare tra 3 o 5 anni e ancora di più in un contesto internazionale a dir poco “dominato” da tensioni geopolitiche.
Al di là di queste considerazioni, non è stata né un’operazione di comunicazione mal calibrata né una scelta strategica per restare in secondo piano.
Più semplicemente, è il risultato del rispetto delle tempistiche fissate da World Athletics: quattro mesi dalla scadenza per presentare il dossier, con tempo fino al 5 agosto per completarlo e arrivare alla decisione finale prevista a settembre.
Un tempo congruo anche per interventi, eventuali correttivi ed evitare di restare fuori dalla lista dei papabili per qualche dettaglio che poteva essere rivisto con il giusto margine.
Eppure, timing a parte che diventa veramente un dettaglio secondario, la questione merita un’analisi più approfondita.
Perché oggi, più che in passato, ospitare un Mondiale di atletica a Roma non è soltanto un’opportunità organizzativa o economica per la Città Eterna e per il Paese, ma un riconoscimento con il momento storico dell’atletica italiana.
Il precedente del 2027: quell’occasione sfumata da non ripetere
Occorre aprire una doverosa parentesi. La candidatura attuale arriva anche alla luce di un precedente recente che pesa come monito. Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, infatti, l’Italia aveva avviato un primo tentativo per riportare i Mondiali a Roma nel 2027, poi ritirato a causa dell’assenza dei requisiti minimi richiesti da World Athletics.
Il nodo centrale riguardava le garanzie economiche che il Governo italiano, dimostratosi nelle prime battute molto interessato a supportare la Fidal nell’organizzare la kermesse, avrebbe fatto venire meno in un momento cruciale.
Occorreva infatti una “garanzia” firmata da Palazzo Chigi per rassicurare World Athletics sull’effettiva capacità dell’Italia di organizzare i Mondiali, mettendo nero su bianco che il governo si sarebbe fatto carico di coprire – anche solo formalmente – parte dei costi organizzativi, circa 85 milioni di euro sui 130 stimati per l’organizzazione complessiva dell’evento.
La mancata garanzia da parte del governo italiano, giustificata due anni fa dal titolare del dicastero dello Sport, Andrea Abodi, come un “troppo impegnativo per il momento storico del Paese”, ha comportato la rottura definitiva delle trattative e l’assegnazione della prossima edizione dei Mondiali a Pechino e alla Cina
Chiusa la necessaria parentesi, la candidatura per il 2029-2031 nasce su basi diverse: il progetto è stato già ritenuto valido dal Governo, che ha accompagnato il dossier della Federazione con una lettera formale di sostegno, e il percorso da qui ad agosto sarà dedicato proprio al consolidamento delle garanzie richieste.
Una “rincorsa” più lunga e strutturata che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe evitare gli errori del passato.
Dai talenti isolati a un sistema: la nuova atletica italiana
Assodata la maggiore sinergia organizzativa tra Fidal e Governo, indispensabile come visto per candidarsi a ospitare un evento sportivo mondiale, è il caso di soffermarsi sul perché l’Italia dell’atletica merita di avere un evento casalingo di tale caratura.
Per diversi anni l’atletica italiana ha vissuto di eccellenze individuali, spesso scollegate tra loro. Oggi il paradigma è cambiato: l’Italia è diventata competitiva in modo trasversale, con risultati distribuiti tra le diverse discipline e una generazione ampia di talenti in grado di competere a livello mondiale per il podio.
Il punto di rottura è stato Tokyo 2021, con i successi di Jacobos e della staffetta 4×100 e di Tamberi.
Performance da 30 medaglie quella della spedizione azzurra in Giappone, replicata anche se con attori diversi, nei Giochi di Parigi 2024 e portata avanti in tutte le competizioni, europee e mondiali, a cui l’Italia ha preso parte.
Basti pensare all’ultima sfida in ordine temporale, i Mondiali indoor di Torun 2026 nei quali l’Italia ha totalizzato tre ori e cinque medaglie complessive, miglior risultato di sempre e terzo posto nel medagliere.
Sul gradino più alto del podio sono saliti Andy Diaz, Nadia Battocletti e Zaynab Dosso, con l’azzurra del mezzofondo capace di confermarsi ai vertici dopo l’argento olimpico di Parigi 2024.
Accanto a lei, Mattia Furlani, a 21 anni, ha già costruito una continuità internazionale da atleta affermato: oro mondiale all’aperto a Tokyo, titolo indoor e podi in serie in tutte le rassegne iridate.
Nel lungo femminile, Larissa Iapichino – argento a Torun – ha conquistato titoli europei e affermazioni in Diamond League, mentre l’altro oro dei mondiali al coperto, Diaz si è imposto come riferimento globale nel triplo.
Numeri e medaglie che raccontano la profondità del movimento. Nel 2025 l’Italia ha ottenuto sette medaglie ai Mondiali di Tokyo, record storico per numero complessivo, con 15 finalisti e una presenza stabile nelle principali finali.
A questo si aggiungono i risultati nelle categorie giovanili, con medaglieri ricchi tra Europei under 20, under 23 e competizioni internazionali.
Non è più un’atletica di episodi, ma un sistema che produce risultati con continuità.
Il fattore tempo: perché il 2029 è la finestra giusta
La candidatura italiana si inserisce in una finestra temporale particolarmente favorevole perché incrocia il picco competitivo di questa generazione.
Gli atleti che oggi rappresentano il vertice del movimento saranno, tra il 2029 e il 2031, nel pieno della maturità sportiva. Furlani, classe 2005, avrà 24 anni e Iapichino ne avrà 26 mentre Battocletti, che è già una protagonista assoluta delle rassegne internazionali, avrà solo 29 anni e sarà nel momento di massima espressione.
Non solo. Alle loro spalle continua a crescere una base giovanile che ha già dimostrato competitività internazionale: i risultati nelle rassegne under — dagli Europei U20 con 6 ori e 14 medaglie totali, fino agli U23 e alle Universiadi — indicano una pipeline solida, capace di alimentare il movimento anche nel medio periodo.
Ospitare un Mondiale nel 2029 – o al limite nel 2031 – andrebbe quindi a immortalare non solo il momento in cui l’atletica italiana è altamente competitiva, ma è anche riconoscibile e attrattiva a livello globale.
Roma e il valore dell’evento: oltre il ritorno economico
Il tema economico resta centrale, ma va letto alla luce delle esperienze recenti. Gli Europei di atletica di Roma 2024 hanno rappresentato un banco di prova significativo: una manifestazione organizzata con un investimento contenuto rispetto ai grandi eventi globali — nell’ordine di poco più di 100 milioni tra costi organizzativi e infrastrutturali — e capace di generare un forte impatto in termini di presenze, visibilità e indotto.
Lo Stadio Olimpico e in generale il complesso del Foro Italico hanno registrato un’elevata affluenza per tutta la durata della rassegna, con una copertura televisiva internazionale e un ritorno mediatico che ha rafforzato il posizionamento di Roma come sede di grandi eventi sportivi.
Un Mondiale rappresenterebbe un salto di scala, ma seguirebbe la stessa logica: maggiore esposizione globale, incremento dei flussi turistici qualificati, attrattività per sponsor e investitori. In un contesto come quello romano, dove il valore del brand territoriale è già consolidato, l’evento diventa un moltiplicatore.
È lo stesso principio che si osserva con gli Internazionali d’Italia di tennis: appuntamenti che, migliorando anno dopo anno, non si esauriscono con la durata della manifestazione stessa ma contribuiscono a costruire una presenza stabile del sistema sportivo italiano nel circuito internazionale.
Che è quello di cui l’Italia dello sport, a lato dei talenti, ha bisogno per continuare a competere ai vertici in così tante discipline.