I numeri non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche. Nike chiude i primi nove mesi dell’anno fiscale 2025-2026 con un utile netto di 2,039 miliardi di dollari, in calo del 32% rispetto ai 3,008 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente. Una contrazione netta che pesa sul gruppo dell’Oregon nonostante i ricavi siano rimasti sostanzialmente stabili, crescendo dell’1% fino a 35,426 miliardi di dollari al 28 febbraio 2026.
Il paradosso della situazione è tutto qui: si vende di più, ma si guadagna molto meno. A erodere la redditività è stata soprattutto la pressione sui costi: il costo del venduto ha raggiunto 20,908 miliardi di dollari, il 5% in più rispetto all’anno precedente, mentre le spese di vendita e amministrative hanno superato i 12 miliardi, comprimendo l’EBIT a 2,571 miliardi, con una flessione del 28%.
Un trimestre ancora sotto pressione
Nel solo terzo trimestre – chiuso a febbraio – i ricavi si sono attestati a 11,27 miliardi di dollari, praticamente invariati su base annua. L’utile netto, però, è scivolato a 520 milioni di dollari, il 35% in meno rispetto ai 794 milioni dello stesso periodo dell’anno scorso.
La reazione dei mercati è stata immediata: il titolo ha ceduto il 10% in Borsa.
A incidere sul risultato anche gli oneri straordinari fino a 300 milioni di dollari contabilizzati nel trimestre, legati ai pacchetti di buonuscita per i dipendenti coinvolti nei recenti piani di riduzione del personale.
La geografia dei ricavi
Sul fronte geografico, il Nord America resta l’ancora di salvezza con 15,679 miliardi di dollari di vendite nei primi nove mesi, in crescita del 5%. L’Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA) ha segnato 9,597 miliardi, in aumento del 4%. Le note dolenti arrivano invece dalla Cina, dove il fatturato è sceso dell’11% a 4,550 miliardi di dollari, e dall’area Asia-Pacifico e America Latina, in calo dell’1% a 4,647 miliardi.
Le previsioni per i mesi a venire non rassicurano: il gruppo stima un calo delle vendite “low single digit” fino alla fine del 2026, con una flessione del 2-4% nel trimestre in corso. In Cina, in particolare, si attende una contrazione del 20% delle vendite, dopo il -7% già registrato nel terzo trimestre.
Grandi manovre in casa Nike: costi per 300 milioni dal piano di ristrutturazione
Il peso della transizione
L’analisi per categoria di prodotto conferma il ruolo dominante delle calzature, che rappresentano il 64,9% del fatturato complessivo con 22,422 miliardi di dollari, seguite dall’abbigliamento con 10,403 miliardi e dall’attrezzatura con 1,648 miliardi.
Sul fronte dei marchi, Nike ha generato 34,498 miliardi di ricavi, in crescita del 2%, mentre Converse ha segnato una brusca frenata del 30%, fermandosi a soli 930 milioni di dollari: riflesso di un riposizionamento avviato dopo il cambio di leadership del luglio scorso.
La strategia di rilancio guidata dal CEO Elliott Hill, al timone dal 2024, punta sul ritorno agli sport core – running e calcio – sul rafforzamento delle relazioni con i grandi retailer come Dick’s e sulla valorizzazione di nuove linee come NikeSKIMS, la collaborazione con il brand di Kim Kardashian.
Ma la transizione ha un prezzo: i canali wholesale applicano margini inferiori rispetto al diretto, e lo smaltimento delle scorte più datate ha richiesto sconti che hanno pesato significativamente sulla redditività. Come ha osservato David Bartosiak di Zacks Investment Research, «questo turnaround sta ancora costando soldi veri. Nike ha mostrato resilienza sul fatturato, ma la capacità di generare utili è sotto pressione».
A complicare ulteriormente il quadro, i dazi internazionali, che Hill ha definito un ostacolo significativo.
Tagli e ristrutturazione
Sul fronte organizzativo, Nike ha annunciato oneri straordinari fino a 300 milioni di dollari legati prevalentemente alle buonuscite per i dipendenti coinvolti nei recenti licenziamenti. A gennaio erano stati eliminati quasi 800 posti di lavoro nei centri di distribuzione statunitensi, in particolare nelle strutture del Tennessee e del Mississippi.
Si tratta dell’ultimo atto di un più ampio piano di ristrutturazione avviato tra il 2024 e il 2025, volto a ripristinare l’efficienza operativa e contenere le spese. Le trasformazioni hanno riguardato non solo il personale operativo, ma anche diverse posizioni di vertice, con un cambio di leadership che Hill considera indispensabile per imprimere la svolta attesa.
Il secondo trimestre – come già ricostruito su Sport e Finanza – aveva mostrato segnali analoghi: fatturato a 12,43 miliardi, leggermente sopra le stime degli analisti, ma utile netto in calo del 32% e margine lordo in contrazione per la seconda volta consecutiva.
Un copione che si è ripetuto anche nel terzo trimestre, lasciando aperti interrogativi sulla tempistica e sull’efficacia del rilancio. Il rilancio del colosso dell’Oregon, insomma, è un cantiere aperto. Le fondamenta si stanno consolidando, ma i piani alti dell’edificio sono ancora lontani dall’essere completati.