Tennis, la guerra dei montepremi: i big del circuito sfidano gli Slam

Le prime racchette del mondo alzano la voce contro i quattro tornei Slam, colpevoli di redistribuire ai giocatori una quota di ricavi significativamente inferiore rispetto al resto del circuito. Una battaglia che ora approda sui social.

Grandi Slam record
i social come megafono
Image Credits: Antoine Couvercelle / Panoramic / Insidefoto

Coco Gauff, Jannik Sinner, Ben Shelton, Aryna Sabalenka, Daniil Medvedev: i nomi più luminosi del tennis mondiale hanno scelto di combattere insieme. L’arena, questa volta, non è un campo in terra rossa o in erba, ma quella dei social media, dove si è consumato un nuovo capitolo di una disputa che va avanti ormai da oltre un anno. Al centro della polemica c’è la ripartizione dei ricavi generati dai tornei del Grande Slam, quattro eventi che valgono complessivamente oltre 1,5 miliardi di dollari all’anno, ma che destinano ai giocatori soltanto tra il 12 e il 17% degli introiti.

La scintilla più recente è stata accesa da un account chiamato SportsBall, che sui social ha pubblicato una spiegazione dettagliata della controversia, immediatamente amplificata dai protagonisti del circuito. Sinner e Shelton hanno condiviso il contenuto, Gauff, Bianca Andreescu, Sabalenka e Medvedev lo hanno commentato con approvazione.

La specialista del doppio Gabriela Dabrowski ha aggiunto: «Un grafico importantissimo che chiarisce perché i giocatori di tutte le classifiche chiedono da anni premi e partnership migliori con i tornei del Grande Slam».

Il confronto che imbarazza gli Slam

I numeri parlano chiaro e la sproporzione è difficile da ignorare. ATP e WTA garantiscono ai giocatori tra il 22 e il 26% dei propri ricavi sotto forma di premi e pensioni. I quattro Major, invece, si fermano a una percentuale che oscilla tra il 12 e il 17%. Nel 2025, i quattro tornei del Grande Slam hanno distribuito complessivamente oltre 285 milioni di dollari in premi: una cifra apparentemente generosa, che diventa però ridimensionata se si considera che i ricavi complessivi degli stessi tornei superano 1,5 miliardi di dollari.

Lo US Open da solo ha toccato un record con 85 milioni di dollari di montepremi nel 2025, a fronte di ricavi stimati in circa 560 milioni di dollari per quell’edizione: la quota destinata ai giocatori si è attestata poco sopra il 15%.

Il raffronto con gli sport di squadra nordamericani è ancora più impietoso: NBA e NFL riconoscono ai propri atleti circa il 50% dei ricavi di lega. Nel tennis, come ha sottolineato Novak Djokovic – che fino a gennaio 2026 ha guidato il sindacato dei giocatori professionisti – la quota è «molto più bassa».

Due lettere e una causa antitrust

La prima mossa formale risale al marzo 2025, quando un gruppo di top player tra cui Gauff, Sinner, Iga Świątek, Pegula e Alexander Zverev firmò una lettera indirizzata agli organizzatori dei quattro Slam, chiedendo un immediato aumento della quota di ricavi destinata ai giocatori dal livello attuale al 16%, con l’obiettivo di raggiungere il 22% entro il 2030. Le richieste includevano anche investimenti in programmi di assistenza sociale e una maggiore rappresentanza decisionale degli atleti.

Seguirono incontri privati, che tuttavia non portarono a risultati concreti. Nell’ottobre 2025, Sinner spiegò al Guardian la sua frustrazione: «Abbiamo avuto buone conversazioni con Roland Garros e Wimbledon, ma è stato deludente quando hanno detto di non poter dare seguito alle nostre proposte finché non saranno risolte altre questioni. Nulla impedisce agli organizzatori del Grande Slam di affrontare fin da subito le questioni relative al benessere dei giocatori, come pensioni e assistenza sanitaria».

Una seconda lettera fu necessaria. Infine, giocatori e giocatrici hanno deciso di disertare l’incontro programmato a Indian Wells, accusando gli Slam di non aver fornito «risposte concrete» alle proposte avanzate.

Sul piano legale, la Professional Tennis Players’ Association, associazione di rappresentanza fondata proprio da Djokovic, ha avviato una causa antitrust contro gli Slam e le organizzazioni ATP/WTA, con l’obiettivo dichiarato di portare la quota di ricavi destinata ai giocatori al 22% entro il 2030.

Questo significherebbe passare da poco meno di 300 a circa 400 milioni di dollari annui, ai livelli attuali di fatturato.

Le ragioni degli organizzatori e le ombre sulla trasparenza

Gli Slam giustificano la distribuzione attuale citando gli investimenti nel tennis nazionale, nei settori giovanili e nel supporto ai tornei meno redditizi. C’è però un problema strutturale che mina la credibilità di questa posizione: mentre le cifre destinate ai giocatori vengono comunicate con precisione, i ricavi complessivi dei Major restano avvolti in una scarsa trasparenza.

Come ricostruito su Sport e Finanza, se da un lato ogni torneo annuncia con dovizia di dettagli i propri montepremi – l’Australian Open quest’anno ha dichiarato quasi 75 milioni di dollari, con un aumento del 16% rispetto all’anno precedente – dall’altro i bilanci complessivi rimangono opachi.

Va detto che le risorse reinvestite tendono a favorire lo sviluppo del tennis nelle nazioni che ospitano uno Slam, allargando il divario con i Paesi esclusi da questo circolo privilegiato. A questo si aggiunge la pressione infrastrutturale: la competizione silenziosa tra i quattro tornei per mantenere e accrescere il proprio prestigio richiede investimenti continui in modernizzazione e ampliamento degli impianti.

La partita più importante

La questione che si sta consumando fuori dai campi tocca il nervo scoperto del tennis contemporaneo: chi detiene il valore? Gli atleti che rendono questi tornei irripetibili, attirando sponsor, pubblico e diritti televisivi, o le strutture organizzative che li ospitano e li gestiscono?

Il Roland Garros dovrebbe rendere noti il mese prossimo i dettagli del montepremi per l’edizione 2026, mentre l’All England Club sta valutando le proprie mosse in vista di Wimbledon. Le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive.

Nel frattempo, come ha osservato il presidente dell’ATP Andrea Gaudenzi, il tennis è entrato in una fase di «gigantismo» con calendario allungato, Masters espansi e ritmi ai limiti della sostenibilità fisica. La ricerca di un equilibrio economico tra organizzatori e giocatori, in questo contesto, non è più una questione tecnica. È una questione di sopravvivenza del modello.

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