L’All-Star Game torna grande: 8,8 milioni di spettatori e un format che ha convinto tutti

La NBA rivoluziona la sua vetrina di metà stagione con il formato a 3 squadre e ottiene il pubblico più alto dal 2011. Edwards MVP, Wembanyama trascinatore dei perdenti. E il business sorride.

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Quando i cambiamenti funzionano
Image credit: Imago / Insidefoto

Quindici anni di attesa sono stati ricompensati in una sola domenica sera. L’NBA All-Star Game 2026, disputato al LA Dome di Los Angeles – la nuova casa dei Clippers – ha registrato una media di 8,8 milioni di spettatori su NBC, Peacock e Telemundo, con un picco di 9,8 milioni tra le 19:00 e le 19:15 ora della costa est, quando gli USA Stripes hanno avuto la meglio sulla squadra del Mondo per 48 a 45.

Numeri che non si vedevano dal 2011, secondo i dati preliminari di Nielsen e Adobe Analytics, e che segnano un balzo dell’87% rispetto ai 4,7 milioni dell’edizione precedente.

Il merito principale va al nuovo formato introdotto quest’anno: per la prima volta nella storia della manifestazione, tre squadre si sono sfidate in campo aperto. Due composte da giocatori americani – gli USA Stars, i più giovani, e gli USA Stripes, i veterani – e una da cestisti internazionali.

Questo ha trasformato ciò che troppo spesso era uno spettacolo senza mordente in una competizione capace di generare tensione autentica. Non era perfetto, ma era esattamente ciò che la lega cercava da anni.

Edwards e Wembanyama: due facce di una serata di gala

Sul parquet si sono misurati i migliori talenti del pianeta: da LeBron James a Nikola Jokić, da Kevin Durant a Giannis Antetokounmpo, fino a Luka Dončić e Kawhi Leonard. In assenza di Shai Gilgeous-Alexander e Stephen Curry, fermi per infortunio, a dominare la scena sono stati due interpreti di generazioni diverse.

Anthony Edwards ha guidato gli USA Stars con 32 punti, nove rimbalzi e tre assist in tre frazioni da dodici minuti, conquistando il titolo di MVP. Dall’altra parte della barricata, Victor Wembanyama ha trascinato la selezione mondiale con 33 punti, otto rimbalzi e due stoppate: numeri che non sono bastati per vincere, ma che hanno confermato il dominio sempre più netto del giovane talento francese.

I 25 giocatori scesi in campo vantano contratti complessivi per 983 milioni di dollari, con Jokić (55,2 milioni), Durant (54,7 milioni) e Antetokounmpo (54,1 milioni) a guidare la classifica dei meglio retribuiti.

Il fattore NBC e le Olimpiadi invernali: un contesto favorevole

All’exploit degli ascolti ha contribuito anche il contesto televisivo. La partita è stata trasmessa da NBC, prima volta dal 2002, dopo un’intera giornata di copertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, inserendosi direttamente nella fascia di prima serata.

Un’operazione di programmazione che ha portato al canale un pubblico già caldo e sintonizzato sullo sport, amplificando l’effetto del nuovo format.

Il business dell’All-Star Weekend

Al di là del dato televisivo, l’All-Star Weekend è un’operazione economica di primissimo piano. La città ospitante, Los Angeles, punta a superare il mezzo miliardo di dollari di impatto economico, superando il record stabilito l’anno precedente da San Francisco con 429 milioni.

Sul fronte delle sponsorizzazioni, AT&T ha dominato il weekend con un ventaglio di attivazioni che ha spaziato dall’NBA Crossover – lo spazio multidisciplinare per i fan – all’AT&T Dunk District sul lungomare di Venice Beach, passando per l’HBCU Classic e lo Slam Dunk Contest. Foot Locker ha trasformato un intero spazio in una vetrina condivisa da Nike, Adidas, Puma, Crocs e New Era, mentre Spotify ha portato la sua esperienza RapCaviar, presentata da Cade Cunningham con Don Tolliver in concerto.

Ruffles ha sponsorizzato il Celebrity Game, Castrol il Rising Stars, KIA lo Shooting Stars Contest e State Farm il Three-Point Contest. Solo il nome dell’All-Star Game resta ancora vergine da accordi commerciali, per una scelta che la NBA difende con coerenza.

Non è passata inosservata la presenza massiccia dei creatori di contenuti digitali: oltre 200 influencer accreditati per l’intero weekend, con live streaming, competizioni in campo e attivazioni dedicate ai fan. PlayStation ha prestato il marchio alla Creator Cup, torneo 3×3 tra creator con un seguito aggregato di 160 milioni di follower, trasmesso sui canali ufficiali della lega.

La NBA ha raddoppiato il numero di partner creator rispetto all’anno scorso, a testimonianza di una strategia sempre più orientata verso il pubblico giovane e nativo digitale.

Il verdetto è chiaro: quando la NBA mette in campo competitività reale, una distribuzione televisiva ampia e un ecosistema di brand ben orchestrato, il risultato è un evento che funziona. Quindici anni erano troppi da aspettare. Ora, la sfida è confermare.

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