Al via il grande laboratorio dei Giochi diffusi: banco di prova tra ambizioni e grandi incompiute

Milano Cortina 2026 sarà la prima Olimpiade invernale della storia affidata a due città e a un sistema di sedi diffuse. Un laboratorio osservato dal CIO, tra sfide logistiche, costi in crescita, grandi incompiute e una legacy ancora tutta da scrivere.

Arena Santa Giulia_Milano Cortina 2026
Milano Cortina 2026
Arena Santa GiuliaImage credit: Depositphotos

L’imminente accensione del(i) braciere(i) olimpico(i) darà ufficialmente il via ai Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026. Il plurale è da sottolineare perché i bracieri saranno due (all’Arco della Pace di Milano e in Piazza Dibona a Cortina) come due sono le città a fare da cornice a queste nuove olimpiadi italiane, a vent’anni di distanza da Torino 2006.

Una doppia “paternità” che ha creato un precedente nella storia olimpica: mai in 130 anni di olimpiadi moderne (102 di quelle invernali) un’edizione era stata affidata a due città.

Si tratta dunque di un laboratorio, per non dire di un esperimento, che il Comitato Olimpico Internazionale guarderà con estrema attenzione: tanto più funzionerà la macchina dei Giochi “diffusi” a trazione italiana, quanto più il modello sarà replicabile ad altre latitudini per edizioni future, magari con il coinvolgimento di due o più Paesi sulla scorta di quanto già avviene nelle grandi manifestazioni calcistiche.

Se invece il laboratorio Milano Cortina si rivelerà – non necessariamente fallimentare – ma anche solo problematico, il CIO metterà una pietra sopra, o comunque archivierà a lungo, l’idea di Giochi diffusi.

Nessuna verità taciuta o dubbio nascosto, tutto alla luce del sole, come ribadito a più riprese dalla presidente Kirtsy Coventry, «Queste Olimpiadi saranno un po’ uno spartiacque, ci sarà un prima e un dopo per il fatto di avere impianti distanti tra loro. Solo alla fine potremmo trarre le conclusioni e capire se ne sarà valsa la pena, in termini di costi ovviamente, ma anche di impatto sul futuro».

Si scrive Milano Cortina, si legge Valtellina, Val di Fiemme e Anterselva

Anche perché come è noto, le città “tenutarie” delle XXV olimpiadi invernali sono sì la Capitale Economica del Paese e la Regina delle Dolomiti ma le sedi di gara abbracciano la Valtellina con Livigno e Bormio, le province di Trento e Bolzano con Tesero e Predazzo in Val di Fiemme e Anterselva e non da ultima anche la città di Verona (per la cerimonia di chiusura).

Un’area complessiva di oltre 22mila chilometri quadrati tra due regioni e due province autonome nelle quali si muoveranno in poco più di due settimane (a cui aggiungere dieci giorni scarsi di paralimpiadi a marzo) oltre 3mila atleti con la relativa “famiglia olimpica” – non meno di 20mila – persone tra staff, media, tecnici e via discorrendo a cui aggiungere altrettanti volontari che magari copriranno un’area più circoscritta per la natura del loro ruolo ma che comunque creeranno movimento.

Ai numeri di chi le Olimpiadi le “farà” nel senso effettivo del termine vanno aggiunti quelli di chi i Giochi li vorrà seguire dal vivo, ossia spettatori e accompagnatori che, secondo le stime elaborate da Sport e Finanza, supereranno di slancio 2,5milioni di arrivi nell’arco di tutta la manifestazione.

Numeri da città di provincia per il turismo italiano ma che non possono essere sottovalutati di fronte allo stress logistico che comporteranno.

Quel sapore d’altri tempi: il treno è l’attore protagonista

Gruppo FS, che dei Giochi è anche sponsor, ha rafforzato l’alta velocità (50mila posti riservati) ma interessa sostanzialmente le direttrici Milano-Venezia e Milano-Trento.

La direttrice che sarà maggiormente sottopressione è invece la Milano-Lecco-Sondrio-Tirano, tratta regionale a velocità “contenuta” e regno di Trenord che ha annunciato sì oltre 120 corse aggiuntive al giorno, ma che poi andranno gestite tra ritardi, intasamenti in stazione, potenziali guasti.

Niente di così inusuale in giorni ordinari, figurarsi in momenti straordinari.

Ma sia come sia, il treno reciterà un ruolo fondamentale.

Va inoltre sottolineato che, eccezion fatta per le sedi di gara milanesi (Rho Fiera e Assago), che potranno essere raggiunte anche con mezzi propri (scelta discutibile, considerando i collegamenti delle metro e di altri mezzi pubblici) nelle venues montane sarà impossibile arrivarvi con l’auto privata.

Le ztl nelle località olimpiche sono una scelta (giusta) determinante nel piano di mobilità olimpica e ne consegue che lo saranno anche gli interscambi.

Sono stati individuati nodi di smistamento in Valtellina e nel bellunese con parcheggi e hub dai quali poi raggiungere le location di gara con servizi di bus e navette dedicate.

Un sistema di Park&Ride – ma anche di Train&Ride dalle stazioni ferroviarie – e di ride -hailing con il ruolo complementare di Uber, del tutto sensato per dei Giochi che si svolgono nel 2026 e che hanno inserito a lettere cubitali la parola sostenibilità nel proprio manifesto ma che si gioca sull’equilibrio precario fondato sulle stime (chissà se basteranno i bus e gli Uber), sulle incognite climatiche dell’inverno nell’arco alpino e ancor di più sulla viabilità che non ha ricevuto i potenziamenti annunciati.

La legacy infinita e le grandi incompiute della viabilità

Le principali infrastrutture viarie e ferroviarie previste per le Olimpiadi sono slittate infatti nel capitolo “legacy”, con effetti diretti – e ancora non calcolabili – sulla gestione dei flussi di mobilità durante i Giochi.

Un capitolo, quello dell’eredità olimpica, che si è infittito fino a 67 interventi catalogati come legacy per l’appunto, dei quali solo 12 possono considerarsi realmente conclusi, 26 sono tuttora in esecuzione, mentre 27 sono in progettazione e addirittura 2 ancora in gara.

L’ultimo cantiere potrebbe chiudersi ben oltre il termine dell’edizione successiva dei Giochi Invernali (Alpi Francesi 2030): la data di fine lavori prevista è slittata addirittura al 2033, a sei anni pieni di distanza dalla cerimonia di chiusura di Milano Cortina.

Pensare male è molto facile ma pensare bene diventa quasi un esercizio di stile.

Inoltre i cantieri che termineranno per ultimi sono proprio quelli che avrebbero dovuto esercitare un ruolo chiave nella mobilità olimpica e che chiaramente non impattano su Milano o su Verona, ma hanno riflessi (negativi, ça va sans dire) sui territori alpini.

Quattro sono le “grandi incompiute”, ossia le opere che se fossero state ultimate avrebbero risolto i nodi viabilistici e che invece creeranno probabilmente problemi.

Il progetto più rilevante è la variante di Cortina, pensata come una galleria (di poco più di 4 km un terzo del Traforo del Frejus) in grado di deviare il traffico dal centro cittadino, di sua natura congestionato soprattutto durante la stagione invernale, pronto a una sorta di “immobilismo statico”, nelle settimane olimpiche.

Suddivisa in più tranches di lavoro, la variante di Cortina – che doveva essere chiaramente un’opera prioritaria – vedrà la fine dl primo lotto a giugno 2026 mentre la chiusura dei lavori sul secondo lotto è stata procrastinata al 2032.

Sempre in Veneto, sempre una variante, sempre incompiuta.

Ci si sposta a Longarone dove la variante, che doveva snellire con i suoi 11km il traffico sulla paralizzata statale 51, è stata mandata in gara da Simico, solo il 23 gennaio 2026 con una improbabile fine dei lavori, fissata al 2029.

Le altre due grandi opere essenziali che non saranno pronte sono in Lombardia la variante di Trescore-Entratico, un intervento da 48 milioni di euro che potrebbe vedere la luce solo nel 2029, e la tangenziale di Sondrio, dal valore di 43,5 milioni, la cui apertura è prevista per ottobre 2027.

E i numeri di cui sopra portano diretti al capitolo costi o, per meglio dire, extra costi.

Costi ed extra costi: ma i conti si fanno (sempre) alla fine

Le Olimpiadi non si fanno per marginare, si fanno consapevoli di fare un investimento di branding della propria immagine Paese nella vetrina mondiale.

Un’affermazione che è tutto fuorché opinabile, è invece del tutto fattuale.

Quando i Giochi funzionano a dovere, la gestione non scricchiola e in più – ma la variabile è per l’appunto tale – si impreziosiscono di grandi storie sportive o imprese epiche o successi di outsiders, diventano memorabili e forniscono un ritorno sull’investimento nel medio e/o lungo termine con un boost turistico nei 12-18 mesi successivi.

Ma a parte esempi virtuosi – i Giochi di Parigi che hanno generato addirittura un piccolo utile (76 milioni di euro) – le Olimpiadi sono una manifestazione dall’alto potenziale e dall’alto deficit.

Archiviata la doverosa premessa, c’è perdita e perdita.

La Fondazione Milano Cortina 2026, che dei giochi è l’entità organizzatrice, ha chiuso il bilancio 2024 con un passivo di 30 milioni di euro, che ha portato il deficit patrimoniale oltre i 150 milioni di euro in quattro anni.

Il pareggio di bilancio è quindi un obiettivo chimerico mentre è risultato più raggiungibile il target sulle sponsorship (fissato a mezzo miliardo) o la completa vendita di biglietti, che ha superato di slancio il milione e che con omaggi e hospitality potrebbe arrivare a 1,5 milioni.

Una parentesi doverosa sugli sponsor va poi aperta. A bordo ne sono saliti più di 50, con una rappresentanza settoriale di tutto rispetto, che passa dalle utilities alla viabilità, dallo sportwear, a banche e assicurazioni, dalla distribuzione organizzata all’industria del food.
Ma si tratta di grandi nomi del tessuto industriale italiano che hanno risposto “presente” alla chiamata olimpica mentre sono del tutto assenti le realtà locali che, per dei Giochi che si sono sempre dichiarati “dei territori”, se non è un fallimento è un qualcosa di cui prendere atto.

Il dossier di candidatura datato 2019: fotografia di un’altra epoca

Tornando ai numeri, il dato economico che proprio non torna riguarda il capitolo dei costi (ed extra costi) per le opere sia sportive che di legacy di cui sopra.

Il dossier di candidatura, che prevedeva una spesa complessiva di poco superiore ai 3 miliardi per la realizzazione delle opere, è stato ampiamente superato, con una spesa che – secondo le stime di Open Olympics – supererà i 4,1 miliardi di euro.

Andranno poi aggiunti i costi di gestione, stimati tra 1,6 e 1,8 miliardi di euro per un totale che supererà senz’altro i 5,7 miliardi di euro

Una parte di questi incrementi va ampiamente giustificata: il dossier era datato 2019, pre-pandemia quindi e prima di un biennio inflattivo caratterizzato inoltre da un’impennata dei costi delle materie prime.

Ma sconti di circostanza a parte, alcune opere sportive “caratteristiche” come l’Arena Santa Giulia di Milano è costata oltre 100 milioni in più del previsto, così come i Villaggi Olimpici di Milano (oltre 40 milioni in più) o quello di Predazzo (che doveva costare 27,6 milioni, ma alla fine costerà 42,1 milioni.)

Sulle opere viabilistiche gli incrementi sono stati ancora più ingenti e sono destinati a crescere.

La celeberrima variante di Cortina doveva costare 483 milioni di euro ha raggiunto i 535 milioni di euro, così come la variante di Longarone: costo di partenza 395 milioni, saldo attuale 439 o la variante di Vercurago che inizialmente doveva costare 253 milioni di e si aggira ad oggi a 310 milioni.

Sostenibilità, questa sconosciuta

Alla luce di tutto questo il termine sostenibilità, che ha rappresentato una delle cifre espressive di tutto il cammino pre-olimpico, risulta un filo abusato, se non altro in ambito economico (per i costi quadruplicati) e ambientale (per la farraginosa logistica che produrrà notevoli emissioni).

Probabilmente compenserà la sostenibilità sociale, con la quasi parità di genere tra atleti raggiunta e molta inclusione grazie anche al valore accentuato delle paralimpiadi.

A livello sportivo (pare quasi offensivo metterlo in chiosa) probabilmente l’Italia olimpica non dominerà in lungo e in largo ma farà bene con la tenacia e la voglia di dimostrare dei suoi atleti, di punta e sconosciuti e raggiungerà l’obiettivo prefissato di 19 medaglie.

Quando calerà il sipario scompariranno pronostici e congetture e si comporranno gli schieramenti di vinti e vincitori mentre, quel che è certo fin da ora è che è che queste Olimpiadi italiane – agognate e bistrattate – sono un modello che farà scuola, nel bene e nel male, e resteranno un osservato speciale, in tutte le accezioni possibili del termine.

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