FIA, la vittoria annunciata di Ben Sulayem: candidato unico e processo alle porte

Mohammed Ben Sulayem rieletto presidente FIA fino al 2029, era candidato unico. Risultati economici positivi ma elezione contestata: processo a Parigi fissato per febbraio 2026. La Russa eletto nel Consiglio.

Ben Sulayem presidente FIA
In attesa del Tribunale
Image Credits: DPPI/PNewsZ/Insidefoto

A Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, l’assemblea generale della FIA ha certificato quello che era nell’aria da mesi: Mohammed Ben Sulayem resta presidente della Federazione fino al 2029.

Una rielezione che, sulla carta, premia i risultati economici raggiunti durante il primo mandato. Sotto la superficie, però, emerge un quadro ben diverso, fatto di regole contestate, candidature bloccate e un futuro processo che potrebbe rimettere tutto in discussione.

I numeri che blindano la rielezione

L’emiratino 64enne, alla guida della FIA dal 2021 dopo la presidenza di Jean Todt, può vantare una trasformazione finanziaria significativa. Da una perdita di 24 milioni di euro nel 2021 si è passati a un utile operativo di 4,7 milioni nel 2024, il miglior risultato degli ultimi dieci anni. Per il 2025 la federazione prevede un risultato operativo di 4,4 milioni di euro, confermando la solidità ritrovata.

«Ringrazio tutti i membri della FIA per aver votato in numero straordinario e per avermi accordato ancora una volta la fiducia, – ha dichiarato Ben Sulayem dopo il voto. – Abbiamo superato molti ostacoli, ma oggi siamo più forti che mai».

Questa stabilità economica ha permesso maggiori investimenti nei club affiliati e nei programmi strategici mondiali, sostenuti da una riforma istituzionale che ha rafforzato la disciplina di bilancio, potenziato i processi di audit esterno e modernizzato le strutture di governance.

Quando le regole diventano barriere, interviene il Tribunale

Il problema è che Ben Sulayem si è presentato come candidato unico. Non per mancanza di alternative, ma perché il sistema elettorale della FIA ha di fatto impedito a tre sfidanti di concretizzare la propria candidatura: Tim Mayer, Laura Villars e Virginie Philippot.

La normativa federale impone che ogni candidato presidente presenti una squadra di sette vicepresidenti rappresentativi delle sei regioni mondiali FIA. Il Sud America, però, aveva un’unica figura idonea nella lista dei 29 papabili: Fabiana Ecclestone, già schierata con Ben Sulayem. Risultato: nessuno degli avversari poteva completare la propria lista.

Tim Mayer ha ritirato la candidatura denunciando «un’illusione di democrazia» e sollevando sospetti su possibili pressioni esercitate su alcuni potenziali vicepresidenti sudamericani per convincerli a non candidarsi.

Laura Villars non si è fermata al ritiro. Ha portato la FIA davanti alla Corte di prima istanza di Parigi, contestando la legittimità del processo elettorale. E il tribunale ha deciso di procedere: la prima udienza è fissata per il 16 febbraio 2026. Non è un dettaglio marginale. La possibilità che l’elezione di Tashkent venga annullata non è affatto remota.

La Federazione ha risposto con un comunicato che definisce il voto «solido e trasparente, in piena conformità con gli statuti, che riflette la voce collettiva dei membri globali».

Una difesa istituzionale comprensibile, ma che non elimina le perplessità su un meccanismo che trasforma l’equilibrio geografico in un vincolo insormontabile per gli sfidanti.

Un secondo mandato sotto tensione

Ben Sulayem inizia il nuovo quadriennio in un momento delicato. La Formula 1 si prepara alla rivoluzione tecnica del 2026, con nuove power unit e regolamenti che ridisegneranno il campionato. La FIA sta ridefinendo governance e meccanismi decisionali. E il rapporto con Liberty Media, proprietaria dei diritti commerciali della F1, resta complesso.

In questo scenario, un presidente percepito come acclamato più che eletto rischia di indebolire la propria autorevolezza proprio quando serve maggiore coesione. Le tensioni interne degli ultimi quattro anni, gli scontri istituzionali e le discussioni tecniche non hanno certo pacificato l’ambiente.

Insieme a Ben Sulayem sono stati confermati il vicepresidente per lo Sport Malcolm Wilson, il vicepresidente per la Mobilità e il Turismo automobilistico Tim Shearman e il presidente del Senato Carmelo Sanz de Barros.

L’Italia torna protagonista

Una buona notizia per l’Italia arriva dall’elezione di Geronimo La Russa, presidente dell’ACI, nel Consiglio Mondiale per lo Sport Automobilistico. L’avvocato italiano è risultato il secondo più votato tra i 14 membri eletti direttamente, con un ampio consenso espresso dalle 146 federazioni nazionali sportive.

L’Italia non aveva rappresentanti in questo organo decisionale dal 2021.

«Sono onorato di essere stato eletto nell’organo che decide le regole tecniche e sportive per il motorsport, – ha commentato La Russa, come si legge nel comunicato ufficiale. – ACI è membro fondatore della FIA e il nostro Paese torna ad avere un ruolo centrale nel panorama sportivo mondiale».

Prospettive incerte

La rielezione di Ben Sulayem porta con sé una contraddizione evidente: da un lato i conti in ordine e una stabilità economica ritrovata, dall’altro un processo elettorale che ha azzerato la competizione e che sarà scrutinato da un tribunale francese.

La sensazione è che questa vicenda non finisca a Tashkent. Il motorsport globale ha bisogno di istituzioni credibili e trasparenti, non di leadership percepite come predeterminate. E il verdetto di Parigi, previsto tra poco più di un anno, potrebbe cambiare radicalmente lo scenario attuale.

Nel frattempo, Ben Sulayem guida una FIA più solida finanziariamente ma più fragile sul piano della legittimazione democratica. Una combinazione pericolosa, soprattutto alla vigilia di una stagione cruciale per il futuro della Formula 1 e del motorsport mondiale.