Il Tour de France sfreccia anche nel business. La Grande Boucle nasce per vendere giornali, ma oltre un secolo dopo è diventato uno degli eventi più riconoscibili dello sport mondiale. La corsa creata nel 1903 da L’Auto, antenato dell’attuale L’Équipe, doveva aumentare la diffusione del quotidiano: persino la maglia gialla deriva dal colore della carta su cui veniva stampato il giornale, riporta SportsPro.
La gestione è saldamente nelle mani della famiglia Amaury, che attraverso Amaury Sport Organisation controlla quasi integralmente la corsa. Il Tour resta il vertice del ciclismo su strada, ma è anche una gigantesca vetrina itinerante della Francia, capace di trasformare strade e borghi in un’occasione di promozione turistica veicolando il contenuto ad un pubblico globale.
La formula sportiva e l’appeal per i territori
La formula sportiva conserva il fascino della tradizione: tre settimane di gara a luglio, 21 tappe e oltre 3.500 chilometri su un tracciato che alterna pianura, colline e grandi salite. La corsa segue idealmente la forma dell’esagono francese, cambiando direzione di anno in anno.
Il valore del Tour si misura anche nella competizione tra territori per ospitare una partenza o un arrivo di tappa. I comuni possono pagare oltre 100mila euro per entrare nel percorso, mentre le cifre salgono sensibilmente per le tappe inaugurali e soprattutto per il Grand Départ, ormai diventato una leva internazionale di ricavi per ASO.
Negli ultimi anni Belgio, Danimarca e Regno Unito hanno investito somme importanti per portare la Grande Boucle fuori dai confini francesi. Quest’anno Barcellona ha messo sul tavolo tra 7 e 8 milioni di euro per ospitare l Grand Départ, con l’obiettivo di replicare l’impatto generato da Bilbao nel 2023, quando la partenza basca produsse un’attività economica stimata in 103,9 milioni di euro.
Il montepremi
Il paradosso è che, a fronte di un evento capace di generare oltre 150 milioni di euro all’anno, il montepremi resta relativamente contenuto. Nell’edizione attuale il totale è fermo a 2,3 milioni di euro: il vincitore della classifica generale incassa 500mila euro, mentre ogni successo di tappa vale 11mila euro.
Anche le altre classifiche hanno premi simbolici rispetto alla dimensione commerciale del Tour. La maglia verde e quella a pois valgono 25mila euro ciascuna, la classifica giovani 20mila euro e ogni giorno in giallo porta un bonus di 500 euro, mentre la squadra vincitrice riceve 50mila euro.
Il confronto con i costi delle squadre rende evidente lo squilibrio del modello. Un team WorldTour ha un budget medio intorno ai 33 milioni di euro, con la sponsorizzazione che può rappresentare fino al 90% delle entrate, mentre le altre fonti di ricavo restano marginali.
Da qui nasce la richiesta, sempre più insistente, di una redistribuzione più ampia del valore prodotto dal ciclismo. Le squadre vorrebbero una quota maggiore dei ricavi generati dai grandi eventi, ma ASO ha finora resistito a ogni ipotesi di riforma strutturale, forte del peso unico che il Tour esercita sull’intero ecosistema.
La famiglia Amaury controlla saldamente governance e finanze dell’evento, e ASO può contare su una posizione di forza: senza l’esposizione globale della Grande Boucle, il valore delle sponsorizzazioni dei team crollerebbe.
Il modello commerciale
Il modello commerciale della corsa si regge su tre grandi pilastri: fee pagate dai territori ospitanti, sponsorizzazioni e diritti media. Il ticketing, al contrario, è quasi assente, perché il Tour si disputa su strade pubbliche e non può monetizzare l’accesso del pubblico come accade negli stadi, se non attraverso pacchetti hospitality.
La sponsorizzazione è organizzata su tre livelli e combina il richiamo nazionale della corsa con la sua proiezione globale. Nel primo tier figurano cinque main partner: E.Leclerc, Škoda, Continental, Krys e LCL, che paga circa 12 milioni di dollari per associare il proprio nome alla maglia gialla.
Il secondo livello comprende 15 sponsor, tra cui Airbnb, Tissot, TotalEnergies e Procter & Gamble, mentre il terzo è formato dai fornitori ufficiali, con marchi come Zwift, M&M’s e Orangina.
Uno degli elementi più peculiari resta la Caravane pubblicitaire, introdotta nel 1930. Circa due ore prima del passaggio dei corridori, una sfilata di veicoli brandizzati attraversa il percorso distribuendo gadget agli spettatori, trasformando l’attesa a bordo strada in una forma di attivazione commerciale di massa.
La visibilità globale del Tour alimenta anche il valore delle sponsorizzazioni dei team. Marchi come Red Bull, Emirates e Decathlon hanno investito nelle squadre WorldTour, mentre la società danese Netcompany avrebbe siglato un accordo da circa 100 milioni di euro per i naming rights della Ineos Grenadiers.
I diritti media
Sul fronte televisivo, il Tour ha sempre seguito l’evoluzione dei media. Nato per creare contenuti per la stampa, ha abbracciato la radio già negli anni Venti e la televisione nel 1948, fino a diventare oggi una produzione live di enorme complessità tecnica.
A differenza degli sport da stadio, il Tour cambia scenario ogni giorno e non può affidarsi a infrastrutture permanenti. Le riprese devono coprire 3.500 chilometri tra città, campagne e montagne.
France Télévisions garantisce la copertura in chiaro sul mercato domestico e svolge anche il ruolo di host broadcaster, fornendo il feed ai partner esteri. Tra questi figurano NBC negli Stati Uniti, diverse televisioni pubbliche europee tra cui la Rai in Italia e Warner Bros. Discovery, titolare dei diritti paneuropei. L’edizione dello scorso anno ha raccolto quasi 150 milioni di spettatori in Europa, di cui 45 milioni in Francia.
Innovazione e tecnologia
Dopo aver lavorato con NTT Data su cloud, analytics e intelligenza artificiale, ASO ha affidato a Capgemini il ruolo di technology partner ufficiale con un accordo quinquennale. L’obiettivo è costruire una sorta di “stadio connesso” diffuso, capace di trasformare una corsa in movimento continuo in un flusso ordinato di dati.
Ogni bicicletta monta sotto la sella un tracker GPS che trasmette posizione, velocità e tempi in tempo reale. Queste informazioni servono agli organizzatori per monitorare la corsa, alle squadre per definire la strategia e ai broadcaster per arricchire grafiche, app, social media e racconto televisivo.
La prossima edizione rafforzerà ulteriormente la dimensione internazionale della corsa, con partenza nel Regno Unito e tappe a Edimburgo, Liverpool e Cardiff. L’operazione sarà sostenuta da 32,5 milioni di sterline di fondi pubblici, mentre il governo britannico prevede un beneficio economico di circa 150 milioni di sterline.
Il Tour de France resta così un’anomalia commerciale affascinante: gratuito per chi si accalca sulle strade, costosissimo per chi vuole ospitarlo e quasi irrinunciabile per l’intero ciclismo professionistico.