Sport & Outdoor, ricavi in crescita ma margini in contrazione per le aziende italiane

Le 86 maggiori aziende italiane del comparto crescono nel fatturato ma vedono la redditività erodersi. I numeri raccontano di una filiera concentrata e sempre più nel mirino del capitale straniero.

Aziende italiane sport
studio mediobanca
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Lo Sport & Outdoor italiano si conferma in salute. Il fatturato cresce – 12,3 miliardi di euro aggregati nel 2024 per le 86 maggiori aziende del settore, il 2% in più rispetto all’anno prima – anche se la redditività va nella direzione opposta.

Sull’intero perimetro analizzato dall’Area Studi Mediobanca – che comprende anche le imprese distributive, strutturalmente meno redditizie – il margine operativo si è fermato al 6% nel 2024, in calo di 1,5 punti sul 2023 e di 1,9 punti sul 2022. Se si guardano le sole aziende produttive il livello è più alto, ma la traiettoria è la stessa: dall’8,9% del 2022 si è scesi all’8,7% del 2023 e al 7,7% del 2024. La marginalità si comprime in modo trasversale.

La geografia del settore

Il quadro per comparti racconta che le marginalità migliori restano appannaggio dell’Activewear & Lifestyle (10,8%) e della Mountain attitude (10,5%), seguiti dagli sport acquatici (8,1%). In fondo alla classifica il Cycling (3,4%) e il Motorsport (4,8%), penalizzati da una fase di mercato meno brillante. In controtendenza si muovono invece Multi-sport e Water sports, gli unici a migliorare i propri margini nel triennio (rispettivamente +2,8 e +1,1 punti sul 2022): dentro la frenata generale c’è chi si sta riposizionando con successo.

A livello geografico, lo Sport & Outdoor italiano è un settore concentrato. Oltre la metà del fatturato aggregato (51,9%) fa capo ad aziende del Nord Est, davanti al Nord Ovest (36,4%); al Centro resta l’11,4% e al Sud e Isole appena lo 0,3%. È, in sostanza, un’industria racchiusa in gran parte in pochi chilometri quadrati, con il suo baricentro storico nel distretto dello Sportsystem tra Montebelluna e Asolo, leader mondiale nella calzatura tecnica e invernale. Una concentrazione che è insieme forza – filiera, competenze e fornitori a portata di mano – e fragilità, perché lega le sorti di un intero comparto nazionale alla salute di un fazzoletto di territorio.

Il controllo della filiera

C’è infine il capitolo proprietà, che racconta una storia di attrattività che però va a pari passo con una vulnerabilità al capitale estero. Il controllo resta in maggioranza italiano (74,1% del fatturato), ma più di un quarto del settore – il 25,9% – è già in mani straniere. A guidare la pattuglia degli azionisti esteri è la Francia, che da sola pesa per il 12,8%, davanti agli Stati Uniti (4,7%). Marchi e aziende che hanno fatto la storia dello sport made in Italy sono diventati, negli anni, prede ambite per i grandi gruppi internazionali: un segno della qualità della filiera, ma anche un avvertimento sulla sua esposizione.

L’industria sportiva italiana resta una storia di successo – esporta i due terzi di ciò che produce e continua a crescere – ma deve difendersi dalla pressione competitiva mentre il mercato globale guarda la filiera con crescente appetito.