La stagione regolare NBA si avvicina alla conclusione e la regola delle 65 partite, introdotta nel 2023 per accedere ai premi individuali di fine regular season, come il premio di MVP, il premio di Difensore dell’Anno o l’inserimento nelle squadre All-NBA, si rivela sempre più una fonte di polemiche.
Quest’anno ha già escluso LeBron James, Stephen Curry e Giannis Antetokounmpo dalla corsa ai riconoscimenti stagionali. Ora minaccia di travolgere anche Luka Doncic, Anthony Edwards e Cade Cunningham, tre dei volti più rappresentativi della lega.
Il caso Doncic
Il fuoriclasse sloveno dei Los Angeles Lakers stava costruendo una candidatura solida per il premio MVP quando, nel corso del terzo quarto della sfida contro gli Oklahoma City Thunder – terminata con un pesante 139-96 – ha abbandonato il campo zoppicando a causa di un infortunio al bicipite femorale sinistro. Era la sua 64ª partita stagionale, esattamente una in meno del minimo richiesto.
La diagnosi emersa dalla risonanza magnetica sarà determinante. Secondo il fisioterapista Evan Jeffries, i tempi di recupero variano: da una a due settimane per un’elongazione di primo grado, fino a sei per una di secondo grado.
Se i Lakers decidessero di gestirne il rientro in vista dei playoff, per cui la qualificazione è già garantita, Doncic perderebbe automaticamente l’eleggibilità ai premi.
Esiste un’eccezione nella norma per gli infortuni che pongono fine alla stagione dopo il 31 marzo, ma il giocatore deve aver disputato almeno l’85% delle partite fino al momento dello stop. Doncic si è fermato all’83,1%, escludendosi di fatto da questa clausola. La strada rimane quindi una sola: scendere in campo almeno un’altra volta nelle ultime partite di regular season.
Intanto, dopo la sconfitta, LeBron James ha commentato sobriamente: «La salute è ricchezza. Ovviamente, siamo già senza Marcus Smart per la caviglia e ora senza Luka. Vedremo cosa succede».
Gli altri danneggiati
Edwards, inserito nel secondo quintetto All-NBA nelle ultime due stagioni, ha saltato 17 partite e in un’altra ha giocato soli tre minuti – non sufficienti ai fini del computo – chiudendo definitivamente la porta a una terza convocazione consecutiva.
Il caso di Cunningham dei Detroit Pistons è ancora più doloroso sul piano sportivo, oltre che economico. La guardia ha disputato 61 delle 65 partite necessarie e avrebbe dovuto giocare quattro delle ultime cinque gare per qualificarsi. Ma un collasso polmonare ha reso il suo recupero praticamente impossibile nei tempi richiesti dalla regular season, che termina domenica prossima.
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Milioni di dollari in gioco
La posta finanziaria non è secondaria. Per Jalen Duren dei Pistons – già convocato all’All-Star Game quest’anno – l’inclusione in una delle tre squadre All-NBA vale decine di milioni di dollari: con la designazione, il club potrebbe offrirgli un contratto quinquennale al massimo del 30% del salary cap, contro il 25% previsto in caso contrario.
Una differenza che, su cinque anni, supera i 45 milioni di dollari.
Il paradosso è che, con i grandi nomi esclusi per motivi anagrafici o infortuni, Duren – attualmente al 24º posto nel ranking di The Ringer e al 28º secondo Bleacher Report – si ritrova improvvisamente tra i candidati più seri a un posto nell’All-NBA, indipendentemente dal valore espresso sul campo.
La corsa All-NBA si allarga
Con tanti protagonisti fuori dai giochi, la competizione per i 15 posti disponibili (tre squadre da cinque) si apre in maniera inattesa. Shai Gilgeous-Alexander, Jaylen Brown, Donovan Mitchell, Jalen Brunson e Kevin Durant sono praticamente certi di un posto.
Nikola Jokić, Kawhi Leonard e Victor Wembanyama – tutti a quota 61 partite – devono giocare altre quattro gare ciascuno per qualificarsi.
Wembanyama resta il favorito per il premio di Difensore dell’Anno: ha già 62 presenze valide, poiché la finale della NBA Cup conta nel totale, e basterebbe che scendesse in campo tre delle ultime sei partite degli Spurs. Ma anche qui, un infortunio improvviso potrebbe rimescolare tutto.
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Il sindacato attacca
La National Basketball Players Association – che aveva accettato la soglia delle 65 partite nell’ultimo contratto collettivo – ha usato il caso Cunningham per tornare all’attacco.
In una nota ufficiale riportata da ESPN, il sindacato ha definito la norma «arbitraria ed eccessivamente rigida», chiedendone l’abolizione o quanto meno l’introduzione di un’eccezione per gli infortuni gravi.
Se Doncic dovesse restare fuori anche dall’ultima settimana e mancasse la soglia per una sola presenza, le pressioni per una riforma potrebbero diventare difficilmente ignorabili per la lega.
Un campione in corsa per il titolo individuale più prestigioso, fermato dalla burocrazia regolamentare a un passo dal traguardo: uno scenario che difficilmente giova all’immagine del prodotto NBA.
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