«Non dobbiamo dimenticare che l’Italia non ha la stessa tradizione negli sport invernali che ha in quelli estivi. Proprio per questo il risultato è ancora più significativo». Con queste parole, il presidente del CIP Marco Giunio De Sanctis, nel corso di un’intervista a La Stampa, fotografa con precisione il senso di una Paralimpiade che ha già consegnato all’Italia pagine di storia.
Un medagliere da record
A Milano Cortina 2026, la spedizione paralimpica azzurra ha chiuso al quarto posto nel medagliere con 16 medaglie complessive – tra cui 6 ori – superando ampiamente i risultati dell’edizione storica di Lillehammer del 1994. Un primato assoluto per gli sport invernali italiani che, non a caso, arriva in casa propria.
Lo stesso effetto moltiplicatore si era già visto con la spedizione olimpica, capace di raccogliere 30 medaglie: quando l’evento si disputa davanti al pubblico nazionale, atleti e atlete trovano quella spinta emotiva – il cosiddetto effetto Pigmalione – che sposta l’asticella della prestazione oltre ogni previsione.
Il percorso che ha portato a questo risultato non è improvvisato. Ha radici profonde nell’ultimo decennio: un cammino iniziato, paradossalmente, dal punto più basso. Ai Giochi di Sochi 2014, l’Italia paralimpica tornò a casa senza podi nello sci alpino. Una cocente delusione che si trasformò in motore di rinnovamento.
Oggi, gli azzurri competono stabilmente con le grandi nazioni della disciplina.
Il modello che funziona e i nodi ancora da sciogliere
Snowboard e sci alpino: sono le discipline che hanno trainato il bottino di medaglie. «Restiamo tra le cinque grandi potenze del mondo anche nel para-ice hockey» ha dichiarato De Sanctis, aggiungendo un solo, piccolo rimpianto: il curling, con quella semifinale praticamente in mano e poi sfumata nell’ultimo lancio.
Ma il presidente non si ferma ai successi. Tra le priorità più urgenti c’è il tema della rappresentanza femminile: su 42 atleti convocati, soltanto cinque erano donne. «Non basta. Dobbiamo fare molto di più per rafforzare il settore femminile. Servono investimenti sulla base, sul reclutamento» ha sottolineato a La Stampa.
A questo si aggiunge il tema del ricambio generazionale, la squadra conta atleti non più giovanissimi, e quello burocratico-istituzionale: il trasferimento di alcune competenze alla Federazione italiana sport invernali, «una tappa giuridica necessaria e molto importante» per costruire strutture più solide.
Il boom delle medaglie pesa sui conti: il CIP sfora lo stanziamento di bilancio
La sfida più grande è culturale
Sul fronte economico, i successi paralimpici portano con sé premi concreti, seppur non ai livelli delle Olimpiadi: 100mila euro per ogni medaglia d’oro (che raddoppiano a 200mila nel caso di sciatori con guida), 55mila per l’argento e 35mila per il bronzo. Cifre significative per atleti che operano in un ecosistema ancora lontano dalla visibilità garantita allo sport olimpico.
Ed è proprio la visibilità il nodo centrale. «Durante i Giochi la copertura televisiva e mediatica c’è ed è molto ampia. Ma finito l’evento lo sport paralimpico torna a essere meno visibile» ammette De Sanctis. La proposta del presidente è costruttiva: organizzare sempre più eventi olimpici e paralimpici sulla stessa direttrice, affiancandoli nei calendari di Mondiali ed Europei, perché «quando i due mondi viaggiano insieme si fa informazione, si fa formazione e si avvicina il pubblico».
La vera partita, dunque, non si gioca solo sulle piste. «È una sfida culturale» dice De Sanctis a La Stampa. Lo sport paralimpico ha classificazioni articolate, legate ai diversi tipi di disabilità: senza un pubblico informato, le competizioni restano distanti. Formazione e informazione diventano strumenti strategici, non accessori.
Il messaggio finale è netto: «Parliamo dello stesso livello di eccellenza sportiva, della stessa bandiera, della stessa emozione. Guardare una gara di sci alpino paralimpico significa assistere a prestazioni tecniche straordinarie. È sport nella sua forma più pura, con in più una potente lezione di determinazione».
Milano Cortina 2026 non è solo un traguardo. È il punto di partenza di un movimento che vuole crescere, allargare la platea e occupare lo spazio che merita.
