C’è una data cerchiata in rosso nei calendari della Women’s National Basketball Association (WNBA) e della sua associazione di giocatrici: oggi 10 marzo. Una scadenza autoimposta dalla lega, entro la quale raggiungere un nuovo accordo collettivo di lavoro (CBA) per non mettere a rischio l’avvio della stagione 2026, previsto per l’8 maggio.
Sedici mesi di trattative, un weekend di controproposte frenetiche e ancora nessuna intesa: la WNBA è sull’orlo di una crisi che potrebbe ridisegnare i rapporti di forza tra proprietà e atlete per il prossimo decennio.
Il boom che complica tutto
Paradossalmente, è proprio il successo della lega a rendere più aspra la disputa. La stagione 2025 ha fatto registrare tribune esaurite, ascolti televisivi in crescita e ricavi record. Ma quando i soldi aumentano, la domanda su chi debba intascarne la quota maggiore diventa inevitabilmente più pressante.
La Women’s National Basketball Players Association (WNBPA) ha già incassato un segnale positivo: per la prima volta nella storia, il meccanismo di revenue sharing previsto dal CBA del 2020 è stato attivato, portando alle giocatrici 8 milioni di dollari, cui si aggiungono 9,25 milioni in royalty su licenze e merchandising.
Un risultato storico, certo, ma del tutto insufficiente rispetto a quanto le atlete ritengono loro spettante.
La frattura sulla condivisione dei ricavi
Il nodo centrale è uno e uno soltanto: come dividere la torta. Il sindacato chiede il 27,5% dei ricavi lordi; la lega offre circa il 70% dei ricavi netti, cioè al netto delle spese operative: arene, voli charter, sicurezza.
La differenza non è soltanto contabile: stando ai calcoli della WNBPA, la proposta patronale si traduce in meno del 15% dei ricavi totali. Una percentuale che le giocatrici, in un sondaggio interno, hanno rigettato per l’84%. «Questo dimostra il nostro valore», ha dichiarato Brianna Turner, tesoriera della WNBPA.
Le proprietà ribattono di essere preoccupate per la sostenibilità finanziaria della crescita e preferiscono un modello più vicino alla condivisione degli utili che non dei ricavi. Un disaccordo che è, prima ancora che numerico, filosofico.
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Gli alloggi come secondo campo di battaglia
Accanto alla questione salariale, con stipendi base attorno ai 75.000 dollari annui e picchi difficilmente superiori ai 250.000 anche per le star di primo piano, si è aperto un secondo fronte: quello degli alloggi forniti dai club durante la stagione. Inizialmente esclusi dalle proposte della lega, sono diventati un ulteriore punto di rottura.
«Con gli stipendi attuali, non guadagnamo abbastanza perché il tema abitativo possa essere tolto dal tavolo», ha sottolineato Natasha Cloud dei New York Liberty.
Nell’ultimo round di proposte del weekend, la lega ha offerto di mantenere il benefit nel primo anno del nuovo accordo, per poi ridurlo progressivamente: le giocatrici con contratti al massimo salariale lo perderebbero già nel 2028, mentre rookies e giocatrici ai minimi continuerebbero a goderne più a lungo.
Un compromesso parziale che, secondo gli addetti ai lavori, potrebbe sbloccare la trattativa: se la lega cedesse definitivamente sugli alloggi, il sindacato potrebbe mostrarsi più flessibile sulla condivisione dei ricavi.
Il tempo stringe, il calendario rischia
La pressione è altissima anche sul piano organizzativo. Prima dell’inizio della stagione è prevista una sequenza di appuntamenti improcrastinabili: un doppio expansion draft per le nuove franchigie Toronto Tempo e Portland Fire, il draft universitario del 13 aprile e una sessione di free agency che si annuncia come la più intensa della storia della lega, con quasi tutte le giocatrici svincolate in attesa di conoscere le condizioni del nuovo accordo.
Il training camp è fissato per il 19 aprile.
«Spesso le cose tendono a essere concluse all’ultimo minuto, – aveva commentato il commissario NBA Adam Silver all’All-Star Weekend di febbraio. – Siamo terribilmente vicini all’ultimo minuto».
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Divisioni interne e spinta dal basso
A complicare il quadro è emersa una lettera privata che ha rivelato tensioni all’interno del comitato esecutivo della stessa WNBPA: le star Kelsey Plum e Breanna Stewart avevano inizialmente definito la proposta patronale sulla revenue sharing «una vittoria», salvo poi firmare una lettera di «seria preoccupazione» sulla gestione delle trattative da parte della dirigenza sindacale.
Il comitato ha poi provato a ricucire pubblicamente: «Nonostante le differenze e i momenti difficili, dobbiamo rendere cristallino che siamo concentrati, risoluti e uniti».
Nel frattempo, alcune delle atlete più influenti della lega, tra cui Stewart e Caitlin Clark, stella dell’Indiana Fever, stanno chiedendo un incontro di persona tra le parti, convinte che solo un confronto diretto possa sciogliere l’impasse.
Uno sciopero resta possibile
Il sindacato detiene dal dicembre scorso l’autorizzazione a proclamare uno sciopero. Una misura estrema, ma non più remota come un tempo. Il rapido scambio di controproposte del weekend lascia aperta ogni possibilità: la corsa frenetica verso un’intesa potrebbe essere il preludio a un accordo storico o, al contrario, il prologo di una rottura che nessuno, in fondo, può permettersi davvero.
La WNBA non è mai stata così forte. Ed è esattamente per questo che la posta in gioco non è mai stata così alta.
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