Il tennis è sempre più elitario. Se da un lato la racchetta lunga sta diventando una disciplina progressivamente più apprezzata e seguita dai tifosi – specie in Italia in seguito all’effetto Sinner – e praticata da giovani in ogni angolo del globo, dall’altro persiste un sistema di una casta che tiene le redini dello sport.
Come ricorda The Athletic, quattro volte l’anno puntualmente uno dei quattro tornei più importanti a livello mondiale diffonde un annuncio ricco di zeri comunicando lo stanziamento di un montepremi record.
Le cifre in palio negli Slam
Si tratta di messaggi che catturano l’attenzione del pubblico, ma che raccontano solo una parte della storia: se da un lato le cifre destinate ai giocatori vengono snocciolate con minuzia e precisione, dall’altro non c’è altrettanta trasparenza sul fronte dei ricavi generati dai Major.
Il primo torneo che dà il via alla serie di comunicati roboanti è come di consueto l’Australian Open, al via il 18 gennaio a Melbourne, che metterà sul piatto poco meno di 75 milioni di dollari, con un aumento del 16% rispetto all’anno precedente.
A guidare la classifica dei tornei più generosi fa da capofila lo US Open, che lo scorso anno ha stabilito un nuovo record con 85 milioni di dollari di montepremi complessivamente in palio.
Nel 2025, complessivamente, i quattro tornei del Grande Slam, che rappresentano l’apice della stagione tennistica in termini di appeal, hanno distribuito oltre 285 milioni di dollari in premi.
Il giro d’affari dei Major
Numeri impressionanti, che però appaiono risibili se confrontati con il giro d’affari, che risulta essere in crescita sempre più repentina e fortemente sproporzionato rispetto alle risorse redistribuite. Nel complesso, i quattro Slam generano infatti oltre 1,5 miliardi di dollari all’anno.
Nel caso dell’Australian Open, il prize money rappresenta circa il 15–20% degli introiti complessivi di Tennis Australia, l’ente che organizza il torneo e da cui proviene la quasi totalità delle sue entrate annuali.
Percentuali simili si riscontrano anche al Roland Garros, a Wimbledon e allo US Open, dove a fronte di entrate per circa 560 milioni di dollari generati dall’edizione 2024, la quota destinata ai giocatori si è attestata poco sopra il 15%, nonostante il primato di esborso in termini assoluti.
Il confronto con gli altri tornei
Nei restanti eventi dei circuiti ATP e WTA, la quota dei ricavi destinata ai giocatori è più alta, anche se le cifre sono oggetto di dibattito: secondo le stime, si va da circa il 25% fino al 40%.
Per quanto concerne i Masters 1000 ATP, esiste un accordo di profit sharing che assegna ai giocatori il 50% degli utili. La WTA, invece, utilizza un sistema più frammentato e senza una quota garantita.
Il paradosso è evidente: nonostante l’entità dei montepremi, i tennisti ricevono agli Slam una percentuale dei ricavi complessivi inferiore rispetto a quella che ottengono nel resto della stagione e decisamente più bassa rispetto agli standard degli sport di squadra professionistici.
Questa sproporzione produce una divergenza crescente tra organizzatori e giocatori: proprio gli atleti che rendono questi eventi unici, attirando sponsor, pubblico e diritti televisivi, contestano da tempo il modo in cui la torta viene ripartita.
Le rivendicazioni dei tennisti
Nell’ultimo anno le tensioni si sono esacerbate: un gruppo di giocatori tra i primi 10 dei ranking ATP e WTA ha inviato due lettere formali agli Slam chiedendo maggiore rappresentanza e un incremento del prize money.
Novak Djokovic si è fatto portavoce delle istanze dei suoi colleghi sottolineando come negli sport professionistici americani – NFL, NBA, MLB e NHL – la ripartizione dei ricavi si aggira intorno al 50%. Nel tennis, ha evidenziato, la quota per i giocatori è “molto più bassa”.
Il tennista per alzare l’attenzione sul tema ha fondato la PTPA, associazione di rappresentanza da cui ha recentemente preso le per divergenze su governance e trasparenza, pur continuando a sostenere la necessità di una riforma del sistema.
La Professional Tennis Players’ Association si è fatta promotrice di una causa antitrust, con l’obiettivo dichiarato – tra gli altri -di riformare la distribuzione dei premi adottando un modello più equo.
La posizione degli organizzatori
Gli organizzatori giustificano la distribuzione attuale sottolineando come una parte significativa delle risorse venga reinvestita nello sviluppo del tennis nazionale, nei settori giovanili e nel sostegno a tornei meno redditizi.
Questa dinamica però tende a favorire lo sviluppo della disciplina esclusivamente nelle nazioni che ospitano un Grande Slam, intensificando il divario con i restanti Paesi che così si trovano a competere con armi impari.
A questo si aggiunge la necessità costante di ampliare e modernizzare le infrastrutture, in una competizione silenziosa ma continua per mantenere e accrescere prestigio e centralità nel panorama globale.
Proprio il tema infrastrutturale resta un elemento chiave nel difendere la posizione di rendita dei quattro Slam, che vengono considerati insostituibili. A differenza di eventi come la finale di Champions League o il Super Bowl, non esiste un sistema di gare d’appalto o rotazione.
Le infrastrutture necessarie per ospitare un torneo di due settimane a questo livello sono così complesse che solo pochissime sedi al mondo possono permetterselo, e l’attuale sistema chiuso può scoraggiare gli investimenti a chi ambisce ad un salto di qualità.
La corsa al quinto Slam
In questo contesto, Indian Wells è stato spesso considerato come il “quinto Slam” del tennis. Un’etichetta che si è affermata soprattutto in seguito al trasferimento avvenuto nel 2000 nell’attuale sede, l’Indian Wells Tennis Garden.
Un ruolo che in passato era stato condiviso con il Miami Open – evento immediatamente successivo in calendario – che oggi appare meno in auge rispetto al torneo californiano di pari rango.
Restando negli Stati Uniti, anche il terzo Masters 1000 a stelle e strisce ha compiuto un salto di qualità tale da poter sognare in seguito ad una ristrutturazione da 260 milioni di dollari del Lindner Family Tennis Center di Mason, in Ohio.
Il Cincinnati Open ha impressionato diversi giocatori e addetti ai lavori, anche se la collocazione geografica meno prestigiosa costituisce sicuramente uno svantaggio rispetto agli altri eventi, nonostante l’avanguardia sul fronte infrastrutturale.
Sebbene i tornei statunitensi avrebbero sicuramente le carte in regola per ambire al massimo status in termini di prestigio, la presenza dello US Open tra gli Slam nel suolo statunitense ne comprime significativamente le possibilità.
L’assalto saudita e il piano naufragato di Binaghi
Guardando a geografie non rappresentate, negli ultimi anni, anche l’Arabia Saudita aveva coltivato la velleità di insidiare Indian Wells con un evento di livello 1000, pensato inizialmente come torneo combinato con due tabelloni da 96 giocatori.
Il progetto si è però ridimensionato, traducendosi in un evento esclusivamente maschile a 56 partecipanti, la cui partenza è prevista ad inizio 2028 a inizio stagione proprio a ridosso dell’Australian Open.
Al momento il fronte più concreto per ambire a insidiare il monopolio dei quattro tornei d’elite va ricercato in Italia, dove permane la forte e concreta ambizione di elevare gli Internazionali al rango di quinto Slam, non solo come etichetta di facciata ma come riconoscimento formale.
Il primo tentativo del presidente della FITP Angelo Binaghi prevedeva l’estensione della durata della kermesse romana a tre settimane attraverso l’acquisizione della licenza del Madrid Open, attualmente collocato subito prima nel calendario.
Nonostante il fallimento dell’operazione, in cui la federazione aveva ottenuto il sostegno del fondo svedese EQT, il dirigente sardo non si dà per vinto e chiama all’appello il governo nel supportarlo in una missione solo all’apparenza impossibile.
L’aspetto sportivo
I tempi del resto sono maturi: il movimento azzurro si trova attualmente nella fase di massimo splendore della storia, detenendo da tre anni la Coppa Davis e da due anni la Billie Jean King Cup, i principali trofei a squadre.
Nel maschile, spiccano ben due giocatori in top ten, Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, e ben otto in top cento, mentre il femminile è capitanato da Jasmine Paolini, numero otto del mondo, senza dimenticare i doppisti, sempre competitivi in entrambi i circuiti.
Roma vanta una reputazione senza pari all’interno del circuito, con il Foro Italico che rappresenta una sede dal fascino impareggiabile, come riconosciuto dai protagonisti della scena mondiale.
Il fronte infrastrutturale
Sul fronte infrastrutturale sono stati recentemente stanziati 60 milioni per modernizzare il sito di gara: tra i vari interventi è previsto l’ampliamento del campo Centrale fino a 12.700 spettatori oltre a garantirne la copertura con i lavori che si prevede saranno ultimati entro il 2028.
Sognare però in questo caso costa: Binaghi stima in 500 milioni di euro l’importo necessario per tagliare il traguardo, e promette in contropartita un ritorno economico di quattro miliardi all’anno, più che quadruplicato rispetto al livello attuale.
Le tessere del puzzle sembra si possano incastrare in una direzione favorevole, con la pressione dei giocatori che sommata a quella delle istituzioni che potenzialmente provocherebbero uno scossone senza precedenti nella storia del tennis.