Il riordino del gioco online ha ridotto i concessionari da 81 a 46 ma lo Stato ha in ogni caso incassato 364 milioni. Chi è rimasto paga 35 volte più di prima per operare in un mercato dove non può fare pubblicità. Il gioco vale la candela? Evidentemente Si.
Dal 13 novembre 2025 il gioco online italiano funziona con regole nuove. Il decreto legislativo 41/2024 ha rimesso a gara tutte le concessioni: 7 milioni di euro una tantum per ciascuna, durata di nove anni, non più di cinque per gruppo societario. La licenza precedente costava 200 mila euro, quindi il prezzo d’ingresso è 35 volte quello di prima.
L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha assegnato 52 concessioni a 46 operatori, di cui 33 italiani e 13 stranieri; prima della gara i concessionari erano 81. L’Erario ha incassato 364 milioni, 14 in più dei 350 previsti dal governo. Alcuni piccoli operatori avevano contestato l’importo davanti ai giudici amministrativi, che hanno respinto i ricorsi.
Sono sparite anche le “skin“, i siti secondari con cui uno stesso operatore moltiplicava i propri marchi: oggi a ogni concessione corrisponde un solo portale. Chi consulta una classifica dei migliori siti scommesse lo nota subito, perché l’elenco dei marchi autorizzati si è accorciato parecchio.
Quanto spende annualmente un concessionario?
L’una tantum si versa in due rate, 4 milioni all’aggiudicazione e 3 all’avvio dell’attività. A regime si aggiunge un canone annuo pari al 3% del margine netto. C’è poi l’obbligo di investire lo 0,2% dei ricavi netti, fino a un milione l’anno, in campagne sul gioco responsabile.
Prendiamo un operatore con 50 milioni di margine netto. Versa 1,5 milioni di canone, a cui vanno sommati i 7 milioni della licenza spalmati su nove anni, cioè circa 778 mila euro a esercizio. Fanno quasi 2,3 milioni l’anno prima ancora delle imposte sul gioco. Per un gruppo quotato è una voce di bilancio fra le tante, mentre per un operatore regionale può bastare a decidere se restare sul mercato.
Un termine di paragone lo ha fornito l’associazione di categoria AGIC, nella memoria depositata alla Camera durante l’esame del decreto: in Grecia la licenza online costa 5 milioni e dura sette anni, in un Paese che ha un quinto della popolazione italiana. Sono circa 714 mila euro l’anno, poco meno della quota italiana, ma per un mercato molto più piccolo.
Chi vuole sapere se un sito ha pagato questo conto può controllare il numero di concessione, che è pubblico: un confronto tra bookmaker ADM fatto bene lo riporta sempre.
Un mercato da 165 miliardi senza sponsor
Secondo la relazione del MEF al Parlamento, nel 2025 la raccolta complessiva del gioco ha toccato 165,3 miliardi di euro (+5%), con entrate erariali per 11,47 miliardi. Il solo online ha mosso circa 101 miliardi, distribuiti su 17,1 milioni di conti di gioco attivi. Nello stesso anno l’ADM ha oscurato 1.038 siti non autorizzati, il 44% in più rispetto al 2024: sono concorrenti che non pagano licenza né canone.
Chi invece ha pagato per stare in questo mercato non può comprare uno spazio su una maglia. L’articolo 9 del decreto Dignità vieta dal 2018 qualsiasi pubblicità, anche indiretta, di giochi e scommesse. La sanzione è pari al 20% del valore della sponsorizzazione, con un minimo di 50 mila euro per violazione.
Le stime parlano di circa 100 milioni l’anno persi dai club di calcio, più altri 60 per i broadcaster. I bookmaker intanto, hanno spostato il budget sul prodotto: senza spot né cartellonistica, i nuovi clienti si contendono soprattutto a colpi promozioni come i bonus scommesse senza deposito, i bonus cashback o altri vantaggi.
Riforma ferma, investimenti all’estero
Il 5 marzo 2025 la commissione Cultura del Senato ha approvato una risoluzione che impegna il governo a valutare la modifica del divieto. Non è seguita alcuna norma. A luglio 2026 è arrivata alla Camera una proposta di segno opposto, l’A.C. 3049 a prima firma Berruto (PD), che punta a irrigidirlo.
Nemmeno l’Europa indica una direzione sola. In Premier League, dove nel 2025 undici club su venti avevano uno sponsor di scommesse, sono state le società stesse a decidere di togliere i marchi del betting dal fronte delle maglie a partire dalla stagione 2026/27.
Nel frattempo gli operatori investono dove la legge lo consente. Betway è sulle monoposto Williams dal 2025 e nel 2026 è diventata il primo operatore di scommesse ufficiale della Formula 1. In Italia si passa dai siti di infotainment: dal 2024/25 sulla maglia dell’Inter c’è Betsson.sport, un portale di notizie sportive che ha ottenuto il via libera dell’Agcom.
È proprio il tipo di accordo che la proposta Berruto vorrebbe far rientrare nel divieto.