Scola rilancia il salary cap in LBA: la proposta che anticipa l'arrivo di NBA Europe

Il ceo di Varese porta il tema in assemblea di Lega, sottolineando come sia necessario agganciare il costo del lavoro al fatturato visto che i costi del personale toccano il 120-130% dei ricavi in molti club italiani.

Scola NBA
occhio ai conti
Image credits: LBA

Luis Scola invoca il salary cap. Nell’ultima assemblea di Lega Basket, il ceo di Pallacanestro Varese ha messo sul tavolo il tema del controllo sulla spesa per stipendi nel  massimo campionato italiano. «Senza adottare un salary cap è impossibile parlare di sostenibilità per il basket professionistico», ha dichiarato a La Prealpina, con una presa di posizione che arriva in un momento in cui l’intero ecosistema del basket europeo si prepara a una riassetto.

Il tema del controllo dei costi

Il riferimento di Scola è il modello NBA, dove il monte salari complessivo dei giocatori è agganciato ai ricavi della lega: il contratto collettivo destina ai giocatori circa la metà dei ricavi legati al basket (il cosiddetto basketball related income), e da questa base viene calcolato il tetto salariale, fissato per la stagione 2026-27 a 164,9 milioni di dollari per franchigia. Il costo del lavoro, in altre parole, cresce solo se crescono i ricavi.

In Serie A la relazione tra le due grandezze è invertita. Secondo i dati citati da Scola, in molti club italiani il costo del personale raggiunge il 120-130% dei ricavi: si spende per gli stipendi più di quanto si incassa complessivamente, prima ancora di considerare logistica, settore giovanile e struttura societaria. Un modello che si regge su una sola gamba, quella dei versamenti dei proprietari, e che smette di funzionare nel momento in cui la proprietà riduce l’impegno o esce di scena, come avviene ciclicamente nel panorama cestistico. 

Varese, nel racconto del suo amministratore delegato, rappresenta un modello virtuoso: tra il 55 e il 60% delle risorse è destinato agli stipendi dei giocatori, mentre il resto viene investito in sviluppo societario, logistica e giovanili.

Lo scenario in Europa

L’idea di regolare il costo del lavoro nel basket europeo non è inedita. La Francia ci ha provato nel 2023: la LNB annunciò inizialmente un vero tetto salariale, salvo poi correggersi e introdurre una luxury tax in via sperimentale, che colpisce i club la cui massa salariale supera una soglia parametrata sul budget. La misura nacque in risposta all’esplosione dei costi del Monaco di Mike James, il cui monte ingaggi era arrivato a rappresentare oltre la metà del budget del club, e fu accolta dalle critiche di chi temeva un indebolimento dei club francesi nelle coppe europee.

È l’obiezione classica a ogni ipotesi di regolazione nazionale: se il tetto vale solo in casa propria, i concorrenti esteri continuano a spendere senza vincoli. L’Eurolega, dal canto suo, ha introdotto un proprio sistema di controllo economico, ma la sua efficacia resta tutta da dimostrare: nell’aprile scorso Panathinaikos, Hapoel Tel Aviv ed Efes sono stati sanzionati per il superamento del tetto, in un contesto in cui l’inflazione salariale rende il quadro competitivo sempre più instabile.

L’avvento di NBA Europe

La proposta di Scola si inserisce in un momento storico in cui il progetto NBA Europe, promosso da NBA e FIBA, ha appena chiuso la raccolta delle offerte definitive per le 12 franchigie permanenti: tutte le città target – tra cui Milano e Roma – hanno ricevuto proposte pari o superiori ai 500 milioni di dollari, con alcune cordate oltre il miliardo. E il salary cap figura esplicitamente tra i pilastri architetturali della nuova lega, insieme alla gestione locale dei diritti televisivi e a meccanismi di distribuzione dei ricavi legati ai risultati.

Il modello economico che Scola propone alla Serie A è quello che il basket europeo di vertice adotterà comunque, con o senza il consenso dei club italiani. La differenza sta nel prepararsi o subirlo. Se NBA Europe distribuirà ai club partecipanti ricavi molto superiori agli standard attuali della Serie A, il mercato dei giocatori e la struttura dei contratti ne usciranno trasformati: i club italiani che non parteciperanno alla nuova lega si troveranno a competere per il talento con realtà dotate di ricavi centralizzati, regole di spesa condivise e capitale iniziale garantito dalla NBA stessa, che si è impegnata a coprire le perdite della fase di avvio.

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